Eccomi

Utente: abbaxiano
Nome: Cristiano Abbadessa
io sono il Mago, il Savio, il Cinico: i tre personaggi che si raccontano nel tempo attraverso i diari di Abba e che sono tre sfaccettature della mia personalità. Ho iniziato questa avventura narrativa con il “Diario Mondiale” dedicato ai campionati di calcio 2006, e ho proseguito con il “Diario d’autunno”, i “Racconti cubani”, il diario “A muso duro” e il "Diario elettorale". Potete leggerne qualche stralcio o scaricarli per intero sul mio sito: http://xoomer.alice.it/huapi

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venerdì, 29 agosto 2008
LA GRANDE MURAGLIA

Venerdì 29 agosto, mattina

La storia è ormai finita. Il percorso si è compiuto, e non resterebbe più nulla da dire intorno al lungo viaggio d’Oriente che abbiamo intrapreso.
Per coincidenza, però, vi sono delle ricorrenze da celebrare e degli obblighi non procrastinabili da adempiere. Urgenze impertinenti di cui non possiamo che rendere conto.

Ieri, giovedì, è stato il compleanno del Mago. Una ricorrenza un po’ più mesta del solito. In parte perché il numero degli anni cominciava a essere alto, ma senza peraltro essere particolarmente significativo; senza cioè marcare una di quelle scadenze simboliche che inducono a percepire un salto in avanti nel percorso della vita. Soprattutto perché stavolta, per mille ragioni, manca quell’entusiasmo prospettico che di solito anima questa ricorrenza, in cui il passaggio a una nuova età coincide con la fine dell’estate e l’inizio di un nuovo anno di attività (di qualunque attività si voglia parlare).

La festa è stata comunque celebrata secondo le abitudini schive e goderecce del Mago. Una giornata di assoluto riposo e di piena intimità con la Pasionaria, basata sulla preparazione di manicaretti per pranzo e cena e sulla complicità di coppia. Questo è per il Mago il senso della festa privatamente sua: la tranquillità, l’autocelebrazione, la sacralità del genetliaco e del focolare.
Gli amici, da sempre, rispettano la liturgia. Neppure telefonano per fare gli auguri, per non disturbare. Si limitano a presentarsi dopo cena con molta calma, più verso le dieci che intorno alle nove, per il saluto di doveroso omaggio, qualche parco regalo, un dolce da consumare in compagnia, quattro chiacchiere per riconfermare l’antico legame.

Si sono così ritrovati tutti insieme, ovviamente mogli comprese, per la prima volta dopo la lunga nottata olimpica di domenica, quella dedicata ai ricordi e ai commenti relativi ai Giochi. Non hanno affatto recuperato le energie profuse per seguire la grande edizione cinese, e basta guardarli per rendersene conto. Anzi, alla stanchezza fisica non smaltita con le dormite mai abbastanza lunghe si è aggiunto il tracollo adrenalinico che ha accompagnato la fine del divertimento. Così, in questi giorni, sono più che mai restii ad alzarsi e a iniziare la giornata, svuotati, privi di interessi, lenti nel ragionamento e nell’azione.
Anche per questo, ma certo non solo per questo, la chiacchiera tra amici, ieri, non riusciva a decollare. Si era tentato di buttarla su argomenti privati e per forza di cose coinvolgenti, sul sentimento di sé, sul futuro, sulle attese immediate o lontane. Inutilmente, perché il Mago si è messo a sfuggire con risposte svogliate ed evasive, la Pasionaria ha lanciato a getto continuo progetti strampalati e incompatibili, il Savio e la Santa hanno conservato la cautela banalizzante di chi è sospeso tra uno scaramantico silenzio (con cui proteggono il grande obiettivo che si sono posti) e la noiosa gestione delle minuzie quotidiane, il Cinico si è defilato nella diffidenza verso i suoi stessi eterni azzardi e l’Ingenua non è riuscita a sognare nulla che la conducesse fuori dall’ordinario tran-tran.
Quando si è tentato di allargare l’orizzonte e di parlare delle cose del mondo è stato anche peggio. Il Mago e la Pasionaria si sono messi a lanciare strali velenosi, furibondi e spietati, contro mille bersagli, senza risparmiare nessuno. Il Savio si è dibattuto invano nell’assenza di spiegazioni logiche che non può più dare per interpretare la realtà e di scelte razionali che possano giustificare una sua qualche azione. Il Cinico e la Santa sono rimasti quasi muti, osservatori disincantati e disillusi di una degenerazione locale e globale che giudicano irreversibile. L’Ingenua ha provato ad abbrancarsi alle fragili zattere dei rari esempi virtuosi, senza convincere nessuno e senza crederci neppure lei.

Erano lì da nemmeno un’ora, gli ospiti, e la serata sembrava già essersi impantanata senza rimedio. Tanto che, per evitare ovvie ripetizioni di frasi inutili e per schivare il rischio di urtare qualche suscettibilità, i sei avevano preso a dedicarsi ai resti del dolce e dissimulavano l’imbarazzo mettendo grande attenzione nella studiata consumazione degli alcolici digestivi.
Poi, irritato da quel nulla, al Cinico è venuto in mente che poteva tentare l’azzardo di proporre l’unico argomento di un certo interesse, privo di spigoli e peraltro non rinviabile: «Ragazzi, dopodomani inizia il campionato di calcio!» ha annunciato, con la voce soddisfatta e altisonante di chi rivela una novità.
«È vero – si è rianimato di colpo il Savio – Il tempo scarseggia, Mago. Perché tu, come al solito, ci devi dare il tuo pronostico prima che si incominci a giocare. E non hai altra occasione che questa, per farlo».
Il Mago, francamente, non ne aveva molta voglia. Però sapeva benissimo che il Savio aveva ragione: lui quel pronostico era obbligato a farlo, come da decenni in qua. E non c’era momento migliore di questa stanca serata per provare almeno a distrarsi facendo gli aruspici del pallone.
Così ha cominciato a parlare. E in breve tempo il calcio, come tante altre volte, è diventato il rifugio di quelle anime perse. Le donne hanno capito e hanno celato la stizza: si sono rassegnate a intraprendere un lento e costante andirivieni tra la cucina e il terrazzo, la sala e il terrazzo, qualche luogo misterioso e il terrazzo. Rispettosamente silenziose, per lasciare che il Mago scartasse il suo ultimo regalo di compleanno.

«Non ho visto quasi nulla, di calcio estivo – ha premesso il Mago per darsi un tono – D’altra parte è così da anni, e la cosa non mi crea problemi perché le amichevoli agostane hanno perso qualunque significato. Per cui, senza troppi patemi, baserò le mie previsioni su quel che si è visto lo scorso anno e sui cambiamenti che le squadre hanno apportato ai loro organici».
«In realtà questo campionato si presenta piuttosto nebuloso, difficile da decifrare – è entrato nel vivo – I cantori, credo per puro interesse di testata o di emittente, lo vogliono più bello ed equilibrato che mai, confidando nel fatto che vi sono cinque aspiranti al titolo: più delle due di un paio di anni fa, o delle tre apertamente dichiarate dell’anno scorso. Io, però, non credo che il livello medio sia cresciuto. Anzi, mi sembra di poter dire che la qualità generale si è leggermente abbassata e che gli squilibri sono aumentati».
«Forse c’è più nobiltà. Vedremo se le contendenti per lo scudetto saranno davvero cinque. Può darsi, ne dubito. Comunque ci può stare che le grandi ricche siano un poco più ricche di prima. L’anno scorso, però, c’era un’ottima e vitale classe borghese che diede pepe a tutto il torneo: una grande borghesia in lotta per l’Europa che conta e non troppo lontana dalle duellanti per il titolo, una media borghesia in grado di esibire qualche gioiello e di battersi per l’Europa minore, una piccola borghesia che ha comunque campato senza affanni e con la possibilità di togliersi qualche gustoso sfizio. Oggi, a parte quel paio di squadre che si pretendono ascese ai ranghi della nobiltà, il resto del ceto calcistico borghese mi sembra largamente impoverito, meno propenso a cullare sogni e fors’anche preoccupato di correre qualche rischio. In compenso, si è ampliata quella fascia di proletariato in lotta per la pura e faticosa sopravvivenza. In una parola: si è allargata la forbice tra quei pochi davvero benestanti e tutto il resto del gruppo».
E qui il Mago ha taciuto. Perché si è reso conto che, forse senza volerlo, il suo primo affresco sul campionato rimandava la perfetta metafora della società italiana.

Il Mago se n’è fatto una ragione. Che il calcio fosse specchio della vita, in definitiva, lo sapeva da sempre. Così, esaurite le premesse, si è acceso con calma la pipa e, dopo un robusto sorso di grappa, si è calato in pieno nella parte cominciando a parlare senza più interrompersi.
«Prenderò per buono, per convenzione, l’assioma delle cinque aspiranti al titolo. In effetti, tutte queste ambiziose squadre hanno le potenzialità per vincere, in linea puramente teorica, guardando agli organici e alla storia, che ha un suo peso. Io, però, vedo anche tanti limiti e difetti in queste cinque grandi acclarate. E partirò da quelli, esaminando i problemi di ciascuna e seguendo, per comodità, la classifica dello scorso anno».
«L’Inter resta forte, ma non direi più forte di un anno fa. Qualche innesto c’è stato, e appare di buon valore. Però credo che ci dovesse essere un rinnovamento maggiore, pur senza strafare: la squadra è comunque vecchiotta, e qualche giocatore non può dare l’apporto delle ultime annate. In più vedo qualche incongruenza di natura tattica: la squadra pullula di robuste punte centrali ma ha pochi esterni offensivi, che dovrebbero essere indispensabili se Mourinho, come pare, intende affidarsi a un modulo 4-3-3. Questi comunque sono dettagli, perché il vero avversario dell’Inter, secondo me, è la storia. L’Inter ha vinto gli ultimi tre scudetti, piaccia o no ai nostalgici moggiani che fanno del revisionismo continuo sul titolo 2006. Tre scudetti a fila li ha vinti solo il Milan di Capello, nei primi anni novanta. Di meglio fecero solo la Juve del quinquennio, a inizio anni trenta, e il grande Torino perito a Superga, con cinque titoli consecutivi a testa. Altre ere geologiche, altro calcio, ma soprattutto altre squadre, per censo, valore e nobiltà. Questa Inter non ha marcato, nei nostri anni, una superiorità sulla concorrenza paragonabile a quella delle squadre che ho citato. Quindi non me la vedo, proprio per un senso di equità rispetto alla storia, realizzare l’impresa mirabolante di quattro scudetti di fila».
«La Roma, a sua volta, non mi pare possa ritenersi rinforzata, tra cessioni non da poco e acquisti buoni ma non eclatanti. Resta una grande squadra, ma può avvertire, sempre più forte, la sindrome dell’eterna seconda, della bella ma non vincente. Sembra soffrire di un complesso di inferiorità, non dichiarato, dal quale cerca affannosamente di liberarsi, con ostinazione ma poco equilibrio. Intendo dire che cerca di sfruttare ogni occasione per affrancarsi dalla subalternità all’Inter, comprese le occasioni sbagliate. Si veda l’eccesso di foga agonistica e di tensione nervosa messo in campo nella Supercoppa: tanta fatica per una coppetta che non conta un cazzo, col risultato di aver comunque perso. Queste sono energie nervose sprecate per nulla, frutto della costante pressione dovuta all’ambiente capitolino, per nulla facile. E questo è un serio problema».
«Al contrario delle prime due, la Juve si è sicuramente rafforzata sull’ultimo mercato. Ma non basta, perché nell’organico restano ancora i buchi e le incongruenze figliati dalla campagna acquisti della stagione scorsa, quando non si puntò sul radicale rinnovamento ma si tentò un maquillage, non riuscito, a suon di giocatori di mezza età. Per cui la Juve è vecchia, piena di giocatori in declino. Quando sento che la qualità a centrocampo la devono garantire Nedved e Camoranesi, entrambi in nettissima parabola discendente, mi rendo conto che le ambizioni non possono essere eccessive. Inoltre, non può guardare all’eccellente terzo posto del torneo passato come a un significativo punto di partenza: quella Juve fece il massimo, in un campionato per lei straordinario e irripetibile. Ora, essendo un pochino più forte, potrebbe appunto ripetere quel risultato, ma non migliorarlo. Soffrirà fra l’altro il doppio impegno tra campionato e Champions, che lo scorso anno non aveva: anzi, le bastarono un paio di turni infrasettimanali e le partite di Coppa Italia, tra gennaio e febbraio, per ritrovarsi invischiata in un periodo di netta crisi di gioco e di risultati. Una pessima premessa, cui si aggiungerà l’handicap che sempre viene dalla preparazione anticipata di chi deve giocare il preliminare di Champions».
«La Fiorentina non so quanto davvero si ritenga in lizza per lo scudetto. Il suo possibile limite è continuare a ragionare sul futuribile, comportarsi da eterna promessa, accontentarsi dei piazzamenti e magari di piccoli progressi. Pagherà quanto e più della Juve la preparazione specifica fatta per il preliminare di Champions; dico che pagherà di più, perché l’avversario della Fiorentina era sulla carta più forte, e quindi il lavoro sarà stato ancora maggiormente indirizzato a questo impegno».
«Al proposito, ci terrei a chiarire una questione, a scanso di equivoci. Qualcuno minimizza il problema del preliminare, sostenendo che in definitiva si consuma nelle due settimane che precedono l’inizio del campionato, mica un secolo prima. È una sciocchezza. Anzitutto perché il preliminare è una tappa fondamentale per le squadre, giacché perdere vuol dire non entrare nel tabellone principale della Champions e rinunciare a una valanga di soldi; per cui la preparazione deve essere ottimale, mentre per l’inizio del campionato nessuno pretende di essere al cento per cento, giacché un’eventuale sconfitta non comporta nulla di drammatico. Poi non è neppure vero che il preliminare sia così a ridosso del campionato: in realtà nessuno si prepara mettendo a traguardo la prima giornata, visto che il campionato si ferma subito dopo per le nazionali; semmai si punta a entrare in forma a metà settembre, quando in tre giorni riparte per davvero la serie A e iniziano i gironi di Champions, ovvero in una data che cade ben un mese dopo il famigerato preliminare. Va anche detto che molti credono che le squadre impegnate nei preliminari siano, perché meglio preparate, più in forma per l’inizio del campionato. Non è quasi mai vero, perché raggiungere il top della forma a metà agosto vorrebbe dire crollare di schianto a primavera (ma forse anche ben prima di Natale, in attesa del recupero di condizione nella pausa invernale). In verità, di solito, per il preliminare le squadre fanno un lavoro basato sulla velocità, che le rende subito frizzanti e competitive; sbrigata la pratica, però, vanno a recuperare quel lavoro sul fondo che hanno trascurato ma che è indispensabile per arrivare in fondo alla stagione: il che vuol dire che a settembre-ottobre queste squadre sono di solito pesanti e imbastite, quindi meno sciolte e leggere delle avversarie. Ecco perché è in quei mesi che, secondo tradizione, finiscono per impiombarsi la stagione con risultati disastrosi».
«Tornando alle nostre cinque aspiranti, resta da dire del Milan. Qui la lettura dei limiti non mi pare complessa. Il Milan era una squadra di eccellente grana tecnica ma vecchia, molto vecchia. Ovvio constatare che non è certo migliorato. Buono l’ingaggio di Flamini, discreto ma non sufficiente a rimettere in sesto la difesa quello di Senderos, per il resto il Milan ha allestito un vero gerontocomio, affiancando ai polverosi ospiti che sono lì da sempre dei coetanei di fresco arrivo. Ha preso uno spompato cursore come Zambrotta (reduce da una stagione fallimentare a Barcellona e in azzurro) e un imbolsito cavallo di ritorno come Sheva (da due anni acciaccato e sulla panca del Chelsea), ai quali ha aggiunto un funambolo da sempre sopravvalutato, ma ora irrimediabilmente fuori ritmo e fuori condizione. Direi che il Milan ha proprio sbagliato tutto. Doveva approfittare dell’assenza dalla Champions per rinnovare radicalmente, direi anzi rivoluzionare. Probabilmente non avrebbe costruito una squadra da subito vincente, ma avrebbe ipotecato il futuro investendo su giovani di valore. Così, invece, non è vincente oggi e non ha futuro domani».

«Sono tutte osservazioni pertinenti e interessanti – ha interrotto il Savio cogliendo una mezza pausa del Mago – Ma qualcuna di queste, e credo proprio non altre, il campionato lo dovrà pur vincere. E tutto questo tuo sottolineare difetti dovrà cedere il passo alla valutazione dei pregi e indurti a scegliere la tua favorita, o le tue favorite».
Il Mago ha emesso un profondo sbuffo col naso e ha mosso la mano sinistra, quella che non gli serviva per reggere la pipa, aprendo il palmo in direzione degli amici per fare il gesto di stare calmi e avere pazienza. Quindi, senza scomporsi, ha rimestato il tabacco nel fornello, lo ha pigiato con cura, ha riattizzato il fuoco, ha aspirato un paio di boccate profonde, ha lasciato prontamente fuggire dalla bocca la voluta di fumo, si è bagnato la lingua con un sorso di grappa, ha dato una nuova e più contenuta tirata. Quindi, finalmente, ha ripreso a parlare.
«Ho appunto pesato pregi e difetti per arrivare a una scelta. Non facile, comunque. E a tal proposito preciserò subito che, proprio per l’incertezza che mi porto appresso, non farò un pronostico secco come lo scorso anno, indicando due favorite alla pari, ma userò l’altro mio criterio di previsione: sceglierò una sola favorita, ma indicherò anche due possibili alternative per la vittoria finale. Quando faccio questo tipo di pronostico, personalmente mi ritengo vincitore se il campionato va alla mia prima favorita; ma se vince una delle altre due che ho nominato ritengo comunque di aver chiuso in pari i miei conti con il fato. Se invece tocca a qualcun altro, allora significa che non ci ho capito nulla e che ho sbagliato».
«Insomma, ti comporti e ti giudichi un po’ come uno scommettitore – ha sintetizzato il Cinico, che di queste cose ne mastica – È come se facessi una puntata forte su una squadra e un paio di puntate di copertura su altre due squadre. Se azzecchi la prima, sicuramente vinci dei soldi rispetto a quelli che hai messo in gioco, mentre se vince una delle altre due puoi arrivare più o meno a recuperare quel che hai puntato nel complesso. Se vincono altre squadre, ci rimetti tutto il gruzzolo».
Il Mago ha seguito la spiegazione con l’attenzione del neofita, neppure troppo interessato a entrare nei dettagliati meccanismi della scommessa sportiva. «Grosso modo è così» ha concluso sulla base di quel che aveva capito.

«Al netto di tutte le perplessità che ho esposto prima – si è fatto coraggio il Mago – la mia favorita è la Roma. Resta, in base a quanto mostrato negli ultimi anni, la squadra con il gioco migliore e più collaudato. Il che è un primo vantaggio non trascurabile. Quel che però mi fa propendere per la Roma è che credo nella sua capacità di completare trionfalmente quel progressivo percorso di conquista della concretezza che ha intrapreso. Voglio dire che la Roma giocava benissimo, ma a sprazzi, già tre anni fa, una volta superata la fase del collaudo; ma non andò oltre il quinto posto sul campo. Due anni fa era una squadra splendida: nell’arco della stagione recitò almeno una quindicina di partite sontuose e spettacolari, perdendosi però molte volte per strada, addormentandosi in gare abbordabili, lasciando per la via punti preziosi; e finì nettamente staccata dall’Inter. L’anno scorso fu già molto meno bella: mise insieme cinque o sei grandi partite, un bel mazzetto di buone o discrete esibizioni, limitò moltissimo le distrazioni e i regali; infatti arrivò a sfiorare lo scudetto. Quest’anno potrebbe benissimo affinare ulteriormente la sua praticità, fermo restando il valore aggiunto della qualità tecnica e di schemi difficili da leggere e da contrastare, per le avversarie. Con meno fronzoli e un pizzico (ma basta davvero un pizzico) di continuità in più potrebbe arrivare allo scudetto. Deve però chiarire gli equivoci su Totti: se è in buone condizioni resta un giocatore fondamentale, ma se viaggia a scartamento ridotto diventa un peso insostenibile, visto che per ruolo e personalità finisce con il catalizzare il gioco e anche le responsabilità. Ci vorrà il coraggio di scelte eventualmente impopolari, ma probabilmente decisive per la vittoria. Spalletti dovrebbe averlo».
«Per le alternative, seguo un binario apparentemente divergente. La prima alternativa è quella istituzionale e più ovvia, cioè l’Inter. Resta una squadra forte, come dicevo prima, e in più ha Mourinho, che è un allenatore bravissimo a gestire i campionati, come dimostra il suo curriculum al Chelsea, eccellente in Premier ma assai più ordinario nelle coppe (nazionali e internazionali). Se sarà padrone della situazione, Mourinho è il tipo capace di azzannare alla gola il torneo e non mollare più la presa, un po’ come faceva Capello: uno che incamera 28 punti nelle prime dieci giornate e poi gestisce con saggezza il vantaggio, senza più strafare e senza mai sbracare. Per essere sinceri: se questa Inter, con i giocatori che ha e un nuovo allenatore di tal fatta, provenisse da anni di piazzamenti e digiuni, non esiterei un istante a considerarla la mia primissima e netta favorita. Siccome invece viene da tre scudetti, le cose stanno un po’ diversamente. Non solo per quel peso della storia di cui parlavo prima, ma perché in effetti può subentrare un po’ di appagamento rispetto a un trofeo già vinto serialmente, mentre di pari passo può crescere l’ossessione per quella Champions che ha riservato delusioni cocenti e qualche figura barbina. Mi ripeto: per vincere lo scudetto devono lasciar fare a Mourinho, il quale sa benissimo che un campionato lo si può gestire in base alle potenzialità, mentre il fatto di primeggiare in coppa è spesso questione di culo più che di programmazione (e lui lo sa proprio perché gli è capitato di vincere la Champions, a sorpresa, con un Porto appena decoroso mentre non è mai riuscito ad andare neppure in finale guidando il sontuoso Chelsea). I guai inizieranno se la società, attraverso una delle sue mille e dissonanti voci, comincerà a far pressioni per far riposare tre o quattro giocatori importanti a ogni turno di campionato, magari complicato, che precede un incontro di coppa, magari facile. In quel caso, sarà la fine».
«L’altra alternativa che mi sento di indicare è, all’opposto, la meno nobile del lotto: la Fiorentina. Sia chiaro che non lo faccio per vezzo, cosa che non è nel mio stile. Al contrario, indico la Fiorentina per il più semplice e banale dei motivi: per me è la più forte di tutte, per valore dei singoli, freschezza dell’organico, potenzialità dei giovani, equilibrio fra i reparti e qualità del tecnico. Ha solo un gioco meno rodato e spettacolare rispetto alla Roma e meno potenza rispetto all’Inter, ma in prospettiva le può superare entrambe per varietà dell’assortimento e delle soluzioni. Il suo limite sta in quel che già ho detto: potrebbe non crederci, e sarebbe ovviamente un problema. Ma se ci crede è in grado di competere alla pari con chiunque, e forse persino di vincere».

L’essenza del vaticinio era ora di pubblico dominio. Il Mago ha cessato di parlare, ha ripetuto i gesti indispensabili a ravvivare il fuoco per gustarsi l’ultima presa di tabacco nella pipa, ha nuovamente sorseggiato dal suo bicchierino e si è dato a studiare con gli occhi le reazioni degli amici.
«Sono un po’ perplesso – ha confessato il Savio dopo un breve silenzio – Io non faccio pronostici, ma nei tuoi non mi ci ritrovo molto: né per come hai ordinato le tue favorite, né per quelle che hai escluso dal novero. O meglio, su una cosa sono completamente d’accordo: l’eliminazione del Milan dal lotto delle aspiranti al titolo. Su questo, condivido tutto quello che hai detto. Al limite, per essere precisi, potrei essere un pochino più possibilista su Shevchenko, che non so se sia davvero finito o se sia stato un po’ mobbizzato in Inghilterra. In compenso sarei anche più duro su Ronaldinho: un acquisto esclusivamente mediatico, di grande impatto ma dannosissimo per la squadra».
«È un brocco imbolsito – ha ridacchiato il Cinico con sgarbo – L’ho visto alle Olimpiadi, in quasi tutte le partite: ha piazzato qualche numero da circo contro neozelandesi e cinesi (mica cazzi!), ma è stato assolutamente inesistente contro Belgio, Camerun e Argentina, cioè nelle partite che contavano qualcosa e che proponevano un minimo di difficoltà. Certo, ha tirato qualche bella punizione; ma ormai può fare solo quello. D’altra parte anche il Mago, se lo lasciassero in campo per novanta minuti senza chiedergli di correre né di dribblare, potrebbe cavare qualche bel calcio piazzato dal suo repertorio». Il Mago ha riso, prendendo il tutto come un complimento, seppure un po’ sottotraccia.
Lo sfottò era così pesante che il Savio, che pure ci aveva messo del suo, si è sentito in dovere di fare una precisazione. «Intendiamoci – ha detto – Ronaldinho non sarà un Ronaldo bis. Il Dentone lo faranno giocare parecchio, credo quasi sempre; non mi pare sia rotto, e non lo lasceranno fuori due volte sì e mezza no come facevano con l’altro. E segnerà pure un po’ di gol: punizioni, rigori, qualche giocata da fermo o quasi, ma li segnerà. E magari gli capiterà di farne pure in partite importanti, perché una punizione capolavoro ti può benissimo riuscire anche contro l’Inter, la Juve o la Roma. Il che consentirà a qualche venditore di fumo di spacciarlo per un campione ritrovato e per un grande acquisto, a gloria di Berlusconi e dei suoi manutengoli. Ma sarà, inesorabile, la valutazione complessiva a darci il pieno senso del fallimento: sul piano del gioco non porterà nulla, su quello dei risultati neppure, e in compenso farà a pezzi lo spogliatoio e costringerà tanta gente più in forma (da Seedorf a qualche attaccante) a fargli spazio. Per mesi ci racconteranno delle balle contro ogni evidenza, cercando di incensarlo. Fino all’impietoso tirar delle somme, che renderà giustizia a un verdetto che per me è già scritto».
Il Mago ha annuito con aria grave. Anche lui, infatti, non crede per niente al Milan. A parole si è limitato a escluderlo dalla lotta per lo scudetto, ma in cuor suo lo vede seriamente in pericolo di uno sprofondamento nell’anonimato, se non peggio.

«Sono invece assai più perplesso sul tuo ignorare la Juve – ha ripreso il Savio, mettendo a fuoco le ragioni del dissenso – Ha dei limiti strutturali e degli acciacchi dovuti all’età, questo è vero. Però è anche squadra famelica e motivatissima, e non manca occasione per dimostrarlo ogni volta che scende in campo, quale che sia l’avversario. L’ambiente, dalla dirigenza ai tifosi, ci crede molto: e questo alla lunga pesa parecchio».
Il Mago non ha consentito che il Savio continuasse a elencare le virtù bianconere. Perché, in fondo, le conosceva benissimo anche lui. «Anch’io ho faticato a scartarla – ha ammesso per evitare equivoci – Ma dovevo fare delle scelte, mica potevo considerare tutte favorite. Ho valutato che quei difetti detti all’inizio siano maggiori dei tanti pregi, e l’ho tolta del mazzo. Un poco mi spiace anche, per essere sincero. Mi spiace più che altro per la stima che ho per Ranieri, che credo stia facendo un ottimo lavoro e che meriterebbe qualche frutto tangibile. Fra l’altro ho scoperto di non essere il solo a pensarla così; ed è stata una scoperta un po’ sorprendente. È stato quando siamo andati a cena dal Pirazzèn, il quale ha tranquillamente confidato di ritenere Ranieri “un ottimo allenatore, un bel costruttore di squadre cui hanno sempre portato via il giocattolo al momento buono”. Si è persino sbilanciato dicendo che “è uno che ha lavorato sempre bene, e si meriterebbe anche di vincerlo, un campionato. Certo, non alla Juve, però!” si è affrettato a precisare, quasi gridando, come se pronunciasse un frettoloso scongiuro.
«A me invece la Juve non dice molto – ha voluto precisare il Cinico, più che altro per ribadire la sua antica avversione – E come sempre spero che non vinca nulla. Anzi, più di sempre. Perché se la Juve società non l’ho mai amata, devo invece dire che gli juventini mi sono diventati davvero indigesti da un paio d’anni in qua. Prima, bene o male, rubacchiavano, ma lo sapevano anche loro e si comportavano con un certo stile, almeno in apparenza. Adesso, da quando sono stati scoperti e puniti, pare che siano loro le vittime del sistema. Intollerabile. Hanno rubato quattro o cinque campionati, oltre a quelli che gli hanno revocato, e sono lì a piagnucolare e rivendicare quei due scudetti che loro giudicano scippati da una giustizia ingiusta. Mostrano il volto dell’eterno potere che non accetta di dover rendere conto a nessuno e non sopporta l’ipotesi della sconfitta. Sono insopportabili».
«Un po’ è vero – ha riso il Mago – Persino penne illuminate del giornalismo sportivo, di nota fede juventina ma di tradizionale obiettività, si sono ultimamente intignate a pescar nel torbido, rievocando senza alcun pretesto logico lontane malefatte telefoniche, anagrafiche o tributarie di cui sarebbero colpevoli tutte le squadre d’Italia tranne la Juve, tentando di rimettere i conti in pari. Un po’ come se pretendessero di paragonare un occasionale evasore fiscale o un imprenditore che non rispetta alla lettera le mille norme della 626 ai capibastone di un sistema mafioso onnipresente e ramificato, in grado di dettare la sua legge a qualunque istituzione. Sono un po’ ridicoli, sinceramente. E mi ricordano quegli antichi socialisti ora berlusconiani che, contro l’evidenza che li vede da sempre al potere, continuano a proclamarsi vittime di un colpo di stato perpetrato contro di loro dall’orrido Di Pietro e dai suoi padroni comunisti. A quanto pare, l’essere senza vergogna è uno dei connotati dominanti nel nostro paese. E non solo fra le classi dirigenti».

«Il resto del torneo ci dice poco – ha ripreso il Mago con tono più leggero e distaccato – Come spiegavo prima, la classe media si è molto allontanata dal vertice e dovrà più guardarsi le spalle che puntare in alto».
«Tra le squadre che si vorrebbero di seconda fascia – ha esaminato velocemente – vedo abbastanza bene il Napoli, che può dare sostanza a un percorso di lunga durata verso il grande calcio. Credo poi cha abbiano allestito buone squadre Lazio e Atalanta, mossesi con intelligenza sul mercato e anche con un certo gusto per l’investimento e il rischio calcolato. Dall’Udinese non mi aspetto assolutamente nulla, ormai: ottima squadra, ma evidentemente votata per scelta al piccolo cabotaggio, come ha dimostrato gli anni passati con i suoi ingiustificabili alti e bassi. Samp e Genoa sono ancora abbastanza indecifrabili, ma credo comunque che le loro azioni siano lievemente in ribasso: penso a una flessione contenuta più che a un crollo, ma certo non mi attendo exploit. Preoccupa invece il Palermo, dove si respira aria di smobilitazione: sul mercato si è di sicuro indebolito, ma avrebbe ancora una squadra più che dignitosa; temo però che l’ambiente sia ormai demotivato, per cui non escludo possa anche ritrovarsi invischiato in situazioni ad alto rischio».
«Tutto il resto è proletariato – ha concluso il Mago – E, per ora, si tratta di un magma non decifrabile. La lotta per la salvezza riguarda almeno otto squadre e si annuncia perciò più ampia e più aspra dell’anno scorso. Poi, è probabile, una o due squadre troveranno un buon passo e si caveranno d’impiccio con un certo anticipo. Anche se è assai probabile che cada nel gorgo qualcuna delle compagini di medio valore di cui ho parlato prima».
Nessuno ha replicato alle considerazioni del Mago. Forse perché erano generiche, forse perché erano condivise. O forse perché, in definitiva, della borghesia in sfacelo e dell’eterno proletariato calcistico non importava nulla a nessuno.

Ora, il viaggio era davvero finito. Tanto parlar di calcio, di campionato, di rivalità consumate e di piccole furberie riportava inesorabilmente, e definitivamente, a casa i nostri protagonisti.
Il viaggio nell’Oriente è stato lungo e travagliato. Forse ha avuto meno tappe del previsto: sono rimasti completamente fuori dall’itinerario l’Iraq e l’Afghanistan con le loro eterne occupazioni di pace, le inestricabili lacerazioni libanesi, l’irrisolvibile contesa fra israeliani e palestinesi (con tutti gli annessi di fazione), i tumulti pakistani, i mutamenti silenziosi del Sud-Est asiatico. E sono rimasti fuori anche tanti altri luoghi, assai meno dolenti, anzi affascinanti e a volte carichi di struggenti ricordi che avrebbero potuto dare slancio ai sentimenti dei nostri amici. Alcune soste, infine, sono state brevi e non esaustive, assai più superficiali e transitorie di quanto avremmo desiderato. Abbiamo scoperto solo spicchi e frammenti di un mondo che, alla partenza, ci eravamo illusi di poter indagare con ben altra profondità e passione.
La cronaca ha reclamato i suoi spazi, più spesso di quanto si pensava. La cronaca sportiva, certo, coi suoi grandi appuntamenti in realtà già previsti. Ma soprattutto quella politica, economica e militare, che ci trasmette di questi tempi l’immagine di un mondo in preoccupata attesa. E che ci ha portato a scoprire un nuovo angolo di Oriente in guerra di cui avremmo tutti preferito continuare a ignorare l’esistenza, felicemente ignavi.

Anche i nostri amici vivono l’intricato momento internazionale con la giusta e doverosa partecipazione emotiva.
Ma ora, tornati a casa, vivono soprattutto il disagio per questa Italia incivile, incattivita e matrigna, con cui devono fare concretamente i conti. Un paese blindato, fondato su divieti e proibizioni. Un paese senza speranza e pieno di diffidenza e intolleranza. Un paese che pare diventato di proprietà privata, in cui le leggi proteggono i privilegi di pochi, e l’impunità annessa, tartassando e minacciando tutti gli altri.
Tragicamente, un paese che non si trova sotto dittatura. Il che, quantomeno, renderebbe spiegabili, se non digeribili, certe situazioni. È invece un paese che, manipolato e spaventato ad arte, sembra gradire la logica del terrore e dell’autodifesa. Un paese in cui tutti sembrano sentirsi sicuri, se non contenti, quando possono erigere piccoli ma solidi muri attorno alla propria persona e alle proprie cose. Per chiudersi, per tenere lontano l’altro e, possibilmente, arrivare addirittura a ignorarne l’esistenza.

Queste cose, ieri sera, si sono poi lungamente confessati i nostri amici, sciolta finalmente la lingua dopo aver allegramente divagato con il pallone imminente.
Più che le loro incerte condizioni individuali e più che le grandi minacce globali, oggi ad affliggerli è questa grande muraglia che circonda la nostra società impoverita. Sempre più insicura e più misera, da tutti i punti di vista.
Sanno di avere due scelte: contribuire ad abbattere la muraglia (certo non da soli, ma protagonisti con il concorso di altri volonterosi) e a liberare tutti da questa oppressione, oppure scavalcarla in qualche modo e perdersi verso lidi ancora ignoti.
Oggi, inizio di un nuovo anno, non sanno se ritroveranno la giovanile energia e la ferrea volontà di distruggere per salvare o se scopriranno la voglia anelante e il coraggio disperato di evadere per fuggire.
Sanno, però, che non esiste una terza scelta.





FINE

Postato da: abbaxiano a agosto 29, 2008 12:02 | link | commenti
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mercoledì, 27 agosto 2008
LA LUNGA MARCIA

Mercoledì 27 agosto, mattinata

Doveva entrarci per qualcosa la nostalgia delle Olimpiadi tradizionali, quelle che si chiudevano con la maratona. Forse per quello i nostri hanno vinto il sonno e i mille contrattempi che ne derivavano per sorbirsi un’ultima interminabile fatica, tirando tardi, fin nel cuore della notte, pur di esaurire le loro considerazioni sui Giochi.
Hanno dovuto richiamare le energie e fare appello alle facoltà mentali residue, confidando in un’ultima scarica di adrenalina. Anche perché l’ultima parte della discussione era la più impegnativa: non più riepilogazioni di eventi, citazioni di grandi personaggi, storie di competizioni, ma uno sguardo aperto su problemi più generali e talora più grandi, su quel contorno del vissuto olimpico che spaziava dall’informazione alla politica.
Impresa meno affascinante ma certo più profonda, da affrontare, in quella notte tra domenica e lunedì, rimettendo faticosamente in funzione le cellule cerebrali ormai assopite.

Un’Olimpiade celebrata in una paese lontano comporta sempre delle difficoltà organizzative, per chi dalle nostre parti si ingegna a seguire tutte le gare o quante più possibile. Lo sapevano a priori, i nostri, tanto da averne parlato diffusamente alla vigilia dell’apertura. Questione di fuso orario, ovviamente. Almeno in primo luogo. Perché poi può anche accadere che altre scelte, discutibili o persino inspiegabili, intervengano a complicare ulteriormente le cose.
La voce lenta e l’occhio acquoso, il Mago ha cercato di incolpare altri della sua stanchezza: «Va bene i problemi connessi al fuso orario, ma qui ci siamo stremati anche per correre dietro a una programmazione folle. E sto parlando della programmazione organizzativa, non di quella televisiva. I calendari erano astrusi, con gare piazzate a orari impossibili e incomprensibili. Il che ha complicato non poco il nostro mestiere di guardoni».
«Prenditela con lo strapotere delle televisioni, quelle americane in testa – ha chiarito il Cinico – Sono loro che fanno e disfano i calendari. Basta vedere l’assurdità del nuoto con le batterie di pomeriggio e le finali la mattina successiva. Una cosa che non piaceva né al pubblico né, tantomeno, agli atleti, che se ne sono lagnati in lungo e in largo. Ma quello era l’orario voluto dalla Nbc per dare il nuoto in prime-time nel Nordamerica».
«Dal punto di vista sportivo si è trattato di una roba abominevole. Però per noi, alla fin fine, il nuoto era ancora uno degli sport che meglio si riuscivano a seguire – ha obiettato la Santa – Certo, bisognava affidarsi alle registrazioni. Ma non era un gran problema, perché nulla si sovrapponeva alle gare di nuoto ed eri ben sicuro, al mattino, di ritrovarti davvero nella registrazione quel che volevi».
«Già – ha detto la Pasionaria – È un po’ quel che è accaduto con marce e maratone, programmate all’alba pechinese per evitare i problemi di caldo e inquinamento. Un assurdo tecnico, se vogliamo. Però sono gare che noi abbiamo comodamente visto in registrazione integrale senza smenarci nulla».
«Infatti – si è riallacciato il Mago – io me la stavo prendendo più che altro con la cattiva distribuzione delle finali e dei momenti decisivi nell’arco della giornata. La durata delle varie competizioni è ormai abbastanza fissa e prevedibile, per cui non riesco proprio a capire per quale motivo gli orari delle gare fossero fissati in modo tale da avere momenti della giornata in cui impazzivi per la contemporanea assegnazione di una valanga di titoli (magari nella stessa disciplina, com’è più volte accaduto con l’atletica) e la coincidenza con partite stellari nei vari tornei, mentre poi avevi intere ore in cui non accadeva nulla o quasi».
«È verissimo – ha confermato il Savio – Ho notato anch’io che c’erano ore di punta e ore morte. C’era parecchio nel cuore della nostra notte, fino alle sei del mattino o poco oltre. Poi c’era una carestia fin verso le nove (con un buco totale tra le sette e le otto: scomodissimo, perché coincideva giusto col nostro risveglio) prima di un altro bombardamento intensivo tra le nove e le undici. Quindi un’altra diradazione di eventi, soprattutto nella seconda settimana, fino a che non si riprendeva con l’atletica per arrivare a un nuovo picco di gare in contemporanea nel nostro primo pomeriggio. Dopo le quattro, rimanevano in pista i cestisti e, ma solo qualche volta, i pallavolisti. Sinceramente questo quadro non è che sia proprio del tutto spiegabile. Passi per il primo buco, che corrispondeva all’ora di pranzo cinese. Meno comprensibile quello a fine giornata, perché non si vede per quale motivo dopo le dieci di sera non possano disputarsi competizioni. Assolutamente inspiegabile, però, quello scomparire di eventi nella nostra tarda mattinata, che corrispondeva all’orario compreso fra le cinque e le sette del pomeriggio cinese: un momento ideale per gareggiare, di solito; di sicuro perfetto per le competizioni al chiuso, per le quali non valevano le problematiche di clima e inquinamento».
«Tu non riesci a trovare una spiegazione perché ragioni coi tuoi parametri e secondo logica – ha commentato il Cinico con l’aria di chi la sa lunga – Ma se in quegli orari non c’erano gare, un motivo ci sarà di sicuro. Un motivo economico, intendo, perché è la spendibilità commerciale dei vari prodotti olimpici a fare il calendario. Magari, che so, puoi considerare che quel tardo pomeriggio cinese, corrispondente alla nostra tarda mattinata, viene a cadere proprio nell’ora del risveglio americano. E forse gli appassionati di quelle parti preferiscono avere il tempo di raggiungere un computer sul posto di lavoro, per vedersi lì le gare, piuttosto che intossicare la sacra colazione familiare con il condimento delle competizioni olimpiche. Non conosco gli usi di quella gente, ma una spiegazione economica deve esserci per forza».
«Può darsi – ha riflettuto il Mago – Certo, sappiamo che tutto viaggia dietro agli interessi economici, e ne abbiamo parlato anche ben prima che i Giochi iniziassero, quando ci siamo confrontati sul caso Pistorius e sulla vicenda dei nuovi costumi natatori. Poi ne abbiamo dovuto prendere atto quotidianamente, con la promozione continua di sport che tali non sono, inseriti nel calendario olimpico per qualche oscura ragione commerciale ma totalmente inguardabili e privi di una minima credibilità agonistica. Tuttavia, per quanto riguarda gli orari, credo che certe scelte rimangano ingiustificabili. se non altro, perché sono state oltretutto penalizzanti per gli spettatori cinesi, che dovevano andare negli stadi a orari astrusi».
«Ma degli spettatori cinesi non fregava un cazzo a nessuno – ha sbottato la Pasionaria – Le Olimpiadi sono evento televisivo. Gli stadi devono essere pieni per coreografia, per dare l’idea della partecipazione. Ma poi il pubblico deve essere composto e silente. Lo hanno persino fatto scomparire dall’audio, eliminando i cosiddetti effetti sonori: e siccome questo è avvenuto in tutti gli impianti, credo si trattasse di una scelta strategica meditata. Il volume dell’ambiente era quasi azzerato: non si sentivano i boati, gli incitamenti, gli applausi. E non si sentivano i piccoli gruppi di supporter ospiti, spesso formati dagli stessi atleti, che festeggiavano i loro vincitori, magari cantando in coro l’inno nazionale al momento della premiazione. Si vedevano questi medagliati e i loro tifosi muovere la bocca come pesci nell’acquario, senza che una sola parola arrivasse ai nostri orecchi. Hanno scelto la strada dell’Olimpiade asettica. E per me è stata una cosa orribile».

Forse è stata un’Olimpiade asettica, anche per esigenze politiche. Di sicuro è stata un’Olimpiade faticosa. Eppure il Savio, stampato in volto un ebete sorriso di beatitudine, ha considerato: «Alla resa dei conti, è stata l’Olimpiade che ho meglio seguito in vita mia. Dall’inizio alla fine, e con tantissime gare viste, senza perdere quasi nessuno degli eventi principali».
«Probabilmente è vero per tutti noi – ha condiviso il Mago – Ma, a parte la felice collocazione a cavallo del ferragosto, se siamo riusciti a vedere parecchio dobbiamo ringraziare la multimedialità. Alla fine ce la siamo cavata bene integrando tv in chiaro, un paio di canali satellitari o tre, le dirette in streaming. Se, come nel passato, non avessimo avuto questi mezzi, saremmo qui a roderci il fegato. Perché la Rai, dopo un inizio abbastanza promettente, è miseramente naufragata».
«Vero – ha riconosciuto il Savio – Molte scelte di programmazione sono state davvero inconcepibili. Su Raidue, a ben vedere, ci saremmo persi intere giornate di atletica e quasi tutte le partite dei tornei. Ci hanno salvati lo streaming e un po’ di Eurosport, più ancora che il canale satellitare Rai».
«Sì – ha rincarato il Mago – Raisportpiù è stata davvero male utilizzata. A volte trasmetteva le stesse cose, spesso dava incomprensibili repliche di eventi conclusi da qualche ora, per giunta si sbizzarriva in differite integrali lunghissime, del tutto incongrue al ritmo olimpico. Ripeteva più volte la stessa gara, ignorandone altre. Gestita male, molto male. Fra l’altro con repliche date negli orari di gara, perdendo altre dirette, mentre alla sera mandava in onda lo stesso sciapo salottino di Raidue: assurdissimo, perché quella era invece l’ora per far vedere, in sintesi differita, le gare a chi le aveva perse perché era al lavoro».
«Per di più – si è scandalizzato il Savio – avevano il pessimo vizio di non comunicare mai, né per Raidue né per il canale digital-satellitare, quali eventi avrebbero trasmesso. La programmazione di Raisportpiù non compariva sul televideo fino al giorno stesso: cosa inutile, essendo molte gare in piena notte. Inoltre, quasi mai le scelte iniziali venivano rispettate. Impossibile registrare, in questo modo. Davvero un servizio pubblico totalmente irrispettoso delle esigenze degli utenti».
«Secondo me non è una scelta casuale, né una banale mancanza di attenzione – ha malignato il Cinico – Sono gli inserzionisti pubblicitari che vogliono ostacolare in tutti i modi le registrazioni, perché chi le guarda ha la, per loro pessima, abitudine di avanzare velocemente quando ci sono le pubblicità».
«Idea scema – ha commentato il Mago, senza far capire se si riferisse al Cinico o agli inserzionisti – Perché in questo modo, visto che non posso registrare, in ogni caso lo spot non lo vedo. E poi Eurosport, che ha anch’essa parecchia pubblicità, dava invece una rigorosa programmazione con parecchi giorni di anticipo. Non sempre le scelte erano felicissime (loro devono per contratto ruotare in modo equo diversi sport, credo), ma in tanti casi ci ha salvato».
«Ma più che altro ci ha salvato lo streaming – ha ricordato il Cinico – Soprattutto per me, e per i miei amati sport di squadra, è stato davvero fondamentale. Basti dire che la Rai, negli ultimi giorni, ha completamente perso di vista i due tornei di pallanuoto, finali comprese, per dare enorme spazio in diretta al nuoto sincronizzato e alla ginnastica ritmica. Inaccettabile, perché si tratta di finti sport in cui, per giunta, la classifica viene fatta da giurie corrotte. Giustamente, peraltro, perché sono evoluzioni così assurde che nessuno, oggettivamente, può stabilire una graduatoria credibile».
«Questi sport non ci piacciono – ha cercato di chiarire il Savio – Però dobbiamo concedere che tutti i gusti sono gusti. Quel che invece non va bene è che non vengano rispettati dei criteri minimamente oggettivi per la scelta delle gare trasmesse. Voglio dire che la finale del torneo femminile di pallanuoto, in quanto finale, sarà sempre più importante, e da privilegiare, rispetto a una gara eliminatoria dell’individuale di ginnastica ritmica (competizione che, per giunta, non vedeva in lizza atlete italiane). Al di là dei gusti personali, esiste una graduatoria scritta dall’importanza degli eventi».
«Non mi basta! – ha tuonato il Mago – Ci sono anche dei valori da rispettare. La pallanuoto, come altre discipline, ha fatto la storia dei Giochi olimpici ed è uno sport vero. Mentre non riconosco nessuna dignità a queste parodie di competizioni tra majorettes, alle acrobati d’acqua, ai bagnini in evoluzione ludica sulle spiagge artefatte. Ci sono discipline che è una vergogna siano nel programma olimpico, ed è una doppia vergogna che vengano pure trasmesse dalle televisioni».

Il vero grande limite della Rai, come d’altronde già si sapeva, è quello di seguire quasi esclusivamente gli atleti italiani. Un sintomo di provincialismo, secondo i nostri amici, per di più esercitato con imbarazzante incompetenza. Ma qui il discorso si è allargato, perché quanto a scarsa conoscenza dei protagonisti olimpici tenevano degnissima compagnia al carrozzone Rai quasi tutte le testate giornalistiche, a cominciare da quelle sportive che, in teoria, dovrebbero quotidianamente campare sulla cronaca di questi eventi.
«Uno dei grandi equivoci di queste Olimpiadi – ha detto il Mago – è stato la presunta debacle di tanti grandissimi favoriti. “La maledizione dello spot”, l’hanno chiamata, riferendosi al filmato propagandistico ufficiale del Cio in cui comparivano una quindicina di grandi campioni, presunte stelle dei Giochi, solo due dei quali (Phelps e la Isinbaeva) hanno poi effettivamente vinto la medaglia d’oro. Gli altri, battuti e spesso umiliati, addirittura fuori dai podi o dalle finali. L’impressione è che si tratti di quello che, al tempo dei Mondiali di calcio, chiamai “effetto Kournikova”: campioni che ballano una sola estate ma che, per la loro avvenenza o per motivi politici o interessi commerciali, diventano dei simboli sui quali si continua a investire. Senza badare al fatto che, distratti da mille occupazioni mondane, hanno già preso il viale del tramonto ancor prima di percorrere per davvero quello della gloria».
«Fai bene a parlare di grande equivoco – lo ha appoggiato il Savio – Perché in realtà certe sconfitte erano largamente prevedibili, guardando ai risultati del recente passato. Chi aveva seguito la Manaudou negli ultimi due anni faticava molto a crederla protagonista in questi Giochi. eppure tutta la canea mediatica ha imbastito lenzuoli di carta e torrenti di servizi televisivi su questa intrigante ex campionessa francese». La Santa ha fatto vigorosi cenni di assenso: «Le gerarchie del nuoto non erano difficili da prevedere – ha completato il pensiero – Eppure si sono spese parole e illusioni su tanti personaggi ormai bolliti, o comunque declinanti».
«In atletica si è visto anche di peggio – si è intromessa la Pasionaria – Ancora il giorno stesso delle gare, il più diffuso quotidiano sportivo parlava di attesa per le medaglie di Howe e Gibilisco, quando bastava un minimo di competenza per sapere che arrivavano ai Giochi in condizioni impresentabili, privi della pur minima chance di medaglia».
«E in compenso non si sono minimamente filati Schwarzer – ha ripreso il Mago – che secondo me era un oro scontato, tale era la superiorità già mostrata in passato. Incompetenza, appunto. Per quello parlavo di grande equivoco: non è vero che i grandi campioni hanno deluso e che è stata l’Olimpiade dei nomi a sorpresa; semplicemente, ci erano stati venduti come favoriti degli ex campioni, mentre nessuno ci spiegava quali atleti, in epoca recente, avessero davvero dominato nelle rispettive discipline».
«Anche qui credo poco alla casualità o all’ignoranza – ha ribadito perfido il Cinico – Probabilmente, se andavi dallo specialista di atletica o da quello di nuoto della Gazzetta ti sapevano dire benissimo, alla vigilia, quali atleti sarebbero stati protagonisti e quali no. Il problema è che, a priori, può far vendere un titolo su Magnini o Howe, personaggi famosi e molto mediatici, mentre l’attesa per Schwarzer o per la Quintavalle non ti porta mezza copia in più. Interesse economico, anche qui. D’altra parte la pubblicità guarda ai nomi, non ai valori reali. Se sei stato un grande campione e sei ancora famoso, sei un buon veicolo pubblicitario. Se sei il più forte ma nessuno ti conosce perché ancora devi primeggiare in una manifestazione visibile, non sei nessuno. Si premia la gloria trascorsa, non la bravura presente».
«Certo – si è riconfermato il Mago – La stessa cosa che avviene nel calcio. Non per nulla io citai il paradosso Kournikova per parlare del Brasile ai Mondiali tedeschi, e di Ronaldinho più di tutti. Cioè di uno che continua a passare per grande star, mentre è un bollitissimo ex calciatore che si trascina penosamente sui campi. Il bello delle Olimpiadi, però, è che gli sport olimpici sono soprattutto individuali, atletica e nuoto in testa. E nello sport individuale, impietoso, non puoi mascherare il tuo declino agonistico dietro i lustrini pubblicitari».

Se l’eccessiva attenzione della Rai per le gesta degli atleti azzurri poteva essere valutata come miope e gretto provincialismo, vi erano invece segni ben più tangibili di un rigurgito nazionalista che aveva pesato parecchio in questa edizione olimpica.
Lo si sapeva, d’altronde. La Cina ha fortemente voluto queste Olimpiadi per consacrarsi grande potenza internazionale. E la via più breve per accedere al rango, unitamente allo sviluppo impetuoso ma fragile di tanti settori economici, è stata individuata nella conquista del primato sportivo, ovvero nel raggiungimento della prima e indiscussa posizione nel medagliere olimpico. Un obiettivo dichiarato da tempo e perseguito senza alcun riguardo, mettendo in campo tutti i mezzucci e le pressioni che i padroni di casa non risparmiano mai, democrazie o dittature che siano.
Il Savio, che sulla questione si è consumato il sistema nervoso, è stato ancora una volta categorico: «Ci sono state discipline completamente falsate. Non ho visto molto le gare di ginnastica, ma quel che ho visto mi è ampiamente bastato: nessuno degli ori conquistati dalla Cina in questo sport aveva un minimo di legittimità. Senza clamori, senza verdetti assurdi, i giudici costruivano decimale dopo decimale, coefficiente dopo coefficiente, una classifica artefatta e infedele. Naturalmente sempre indirizzata a premiare gli atleti di casa».
«Nei tuffi sarebbe accaduto anche di peggio, oggettivamente – gli ha fatto eco la Santa – Ma qui non so fino a che punto si possa parlare di fattore campo, perché ormai da anni è invalso un metro valutativo, per me del tutto discutibile, che premia sistematicamente la tecnica e la morfologia dei cinesi, con la loro leggerezza capace di mascherare le sbavature di tuffi a volte mediocri, a scapito di chi compie esercizi più rischiosi e spettacolari. Certo, il fatto di essere a Pechino ha ulteriormente enfatizzato questo criterio di votazione».
«Il medagliere è stato gonfiato da una valanga di furti – ha alzato la voce il Savio, vibrando di indignazione – Alla fine la misura era talmente colma che, dopo aver sopportato per una decina di giorni, qualcuno ha cominciato a dare di matto proprio nelle gare di chiusura. Si vedano le ragazze italiane della ritmica (paradossalmente, proprio una delle specialità meno intelligibili oggettivamente) e quel paio di interruzioni imbarazzate del torneo di taekwondo, con tanto di riscrittura da parte della giuria di verdetti troppo smaccatamente disonesti a favore delle atlete di casa».
«La verità – ha proseguito il Savio, leggermente più calmo – è che nella loro ansia di staccare gli statunitensi i cinesi hanno perso il senso della misura. Da questo punto di vista, la gara simbolo di questo confronto è stata, secondo me, la doppia semifinale della staffetta veloce. Americani suicidi, secondo un costume consolidato, capaci di perdere il testimone all’ultimo cambio. Ma dall’altra parte, apertosi uno spiraglio, cinesi capaci di inventarsi un paio di squalifiche capziose (quella italiana sicuramente inesistente) pur di ascendere a quel quarto posto che li avrebbe portati in finale. Un furto palese speso per mandare in finale una staffetta che, come ovvio, non sarebbe andata poi da nessuna parte. Ma quando ci hai preso gusto, rubi tutto quel che trovi a portata di mano, senza stare a sottilizzare se sia oro, argento o semplice chincaglieria da piazzamento».
«L’episodio della staffetta è stato davvero brutto, nella sua pervicace inutilità – ha commentato il Mago – Per fortuna io, dedicandomi a certi sport e ignorandone completamente altri, di furti cinesi ne ho visti pochini. In compenso ho avuto modo di registrare reali, e in parte inquietanti, progressi degli atleti cinesi in tantissime discipline; sport nobili e meno nobili, ma fino a ieri del tutto ignoti a Pechino e dintorni. Questi progressi, per ora, non hanno portato risultati tangibili in termini di medaglie, ma ho visto tante finali raggiunte nel nuoto e nell’atletica, tanti piazzamenti (e persino una vittoria) nella scherma, un mazzetto di pugili sul podio (anche sul gradino più alto), ciclisti competitivi in pista, e via seguitando con tante mezze sorprese che non hanno prodotto clamori ma che possono preparare un’autentica valanga nel futuro prossimo. Perché voi vi fermate a scandalizzarvi dei furti di oggi, anche giustamente, ma perdete di vista quel che accadrà nelle prossime edizioni. Dove, ve lo garantisco, la Cina ribadirà la sua supremazia, anche senza l’aiuto del fattore campo».

Il Savio ha scosso la testa, con l’aria di chi non è per nulla d’accordo. Si è acceso una sigaretta per aiutarsi a pesare le parole e ha contestato le profezie del Mago.
«Non ho voglia di competere con te strologando sul futuro – si è rivolto al Mago – Può anche essere che tu abbia ragione, quando parli degli ulteriori progressi che il movimento sportivo cinese marcherà nei prossimi anni. Ma prima di parlare di una supremazia ribadita e allargata, vorrei portare la vostra attenzione sul reale punto di partenza di questo tipo di competizione, cioè sul medagliere di questa edizione olimpica. Se lo leggete bene, vi accorgerete che la Cina ha ottenuto parecchi ori in più degli Stati Uniti, ma anche molte medaglie in meno, se le conteggiamo tutte a pari valore. Peggio ancora vanno le cose se guardiamo ai piazzamenti. Questo significa che, rubando come dicevo, gli atleti cinesi hanno portato a casa la vittoria laddove erano competitivi: quasi sempre, quasi sistematicamente. Solo in rari casi si sono piazzati, e solo quando trovavano un pugile che massacrava di cazzotti il loro campione o quando il loro tuffatore spanciava nella prova decisiva. Ma i numeri indicano che al vertice, nel complesso, gli Stati Uniti sono tuttora molto più presenti e competitivi. E che, al netto dei furti, avrebbero tranquillamente prevalso in tutte le classifiche e in tutti i medaglieri. Forse, e fa specie dirlo, persino più largamente di quanto prevalsero ad Atene».
«In effetti qualche ragione ce l’hai – ha concesso il Cinico – Il mio punto di vista è piuttosto limitato, perché io ho seguito principalmente gli sport di squadra. Ma devo dire che lì i cinesi non si sono quasi visti: nessun team è mai stato seriamente in lotta per la vittoria e le medaglie sono state un paio o tre, mica di più. Il che mi fa sorgere parecchi dubbi sulla presunta crescita complessiva del movimento sportivo cinese».
«I tornei di squadra sono stati un grande fallimento per la Cina – ha rigirato il coltello con sadismo il Savio – Le squadre di casa sono crollate persino in quegli sport dove, legittimamente in base ai risultati del quadriennio, potevano davvero aspirare al titolo. Penso al calcio femminile, per esempio, o alla pallavolo femminile, dove le ragazze cinesi arrivavano addirittura con il titolo di campionesse olimpiche in carica».
Stavolta è stato il Mago a scuotere vigorosamente la capoccia. «Vi concedo che negli sport di squadra i cinesi non sono andati bene – ha ribattuto – Ma questo ci può stare, perché in questi sport è indispensabile avere alle spalle una storia, una cultura specifica, una visione tattica consolidata, un’abitudine alla competizione di vertice, una mentalità adatta a sopportare la pressione: le grandi squadre non si inventano mai dall’oggi al domani, ma servono anni o decenni per scalare le posizioni nelle varie discipline. Però per gli sport individuali resto fermo nella mia idea. Sfruttano l’enorme serbatoio umano disponibile, la facilità di addestramento tecnico che caratterizza molte discipline elementari, la fame di gloria (e la fame tout-court) della popolazione: in questo modo arrivano facilmente a costruire campioni in serie. Si veda, e valga per tutti, l’esempio del sollevamento pesi: uno sport semplice, ma in cui non si bara, dove hanno letteralmente fatto il pieno, soprattutto in campo femminile. E vedrete tra quattro anni se non ho ragione».
«Vedremo tra quattro anni – ha motteggiato il Savio, come se si riferisse a un futuro tanto lontano da non poter neppure essere preso in considerazione – Per intanto, io insisto che in questa edizione la squadra cinese valeva sì e no la metà di quel che ha raccolto. E sono anche generoso, in questa valutazione».
Poi, preso da un’improvvisa reispiscenza di politicamente corretto, il Savio si è sentito in dovere di aggiungere: «Sia ben chiaro che io ce l’ho con i cinesi in quanto padroni di casa, come sempre me la prendo con le nazioni ospitanti che rubacchiano, in qualsiasi manifestazione. Non ce l’ho certo con i cinesi in quanto tali. Anzi, visto che ci sono pago il mio tributo agli atleti di casa e glorifico l’unica vera grande medaglia d’oro, pulita e indiscutibile, che hanno vinto. A parte quelle del ping-pong, che è una disciplina tutta loro inserita nel programma giusto quando la Cina rientrò nel Cio, la vera grande impresa cinese è stata la vittoria del duo della canoa, già oro ad Atene, riconfermatosi in una gara spasmodica, tirata fino all’ultimo metro, con un’eroica resistenza al ritorno di avversari che sembravano ormai vincenti ma che non avevano fatto i conti con il guizzo orgoglioso della classe. Una gran bella vittoria cinese. L’unica, però».

Era chiaro a tutti, però, che la Cina non aveva fatto l’Olimpiade semplicemente per vincere il medagliere e consacrarsi prima potenza sportiva mondiale. Il risultato dei campi, delle piste, delle pedane e delle piscine era il corollario, seppur indispensabile, di una ben più ambiziosa ascesa al rango di grande potenza politica ed economica.
«A questo servivano i Giochi – ha ricordato il Cinico – E tale risultato doveva essere conseguito attraverso la perfezione organizzativa e la credibilità delle istituzioni. Bisognava dare l’idea di un paese in marcia verso il futuro, un paese in progresso, in crescita continua. Nel contempo, affidabile e aperto quanto basta per non spaventare partner e investitori. Ma non so dire se questo traguardo sia stato raggiunto».
«Non si può sapere – ha risposto evasivo il Mago – Quantomeno, è un po’ difficile stabilirlo da qui. Bisogna fidarsi delle cronache di chi era sul posto, peraltro non sempre credibili, come ben sappiamo. Incrociando un po’ gli articoli e i servizi televisivi con qualche annotazione degli atleti, mi pare di capire che la macchina organizzativa ha funzionato più che bene: puntualissima la realizzazione degli impianti, fra l’altro molto belli e adatti alle varie discipline; oliato e razionale il servizio dell’organizzazione, forse soprattutto per quanto competeva ai cinesi più che per quanto di pertinenza del Cio (viceversa assai criticabile); buoni i servizi messi a disposizione dei visitatori, anche se poi vi sarebbe da discutere sulle difficoltà di accesso al paese per chi non era direttamente coinvolto nella competizione; corretto e composto il pubblico, senza deliri nazionalistici né imbarazzanti manifestazioni di ignoranza dei codici di comportamento».
«Vero – ha interrotto il Savio – Persino il loro rubare a tutto spiano era messo in atto con quella composta levità tipica della cultura cinese. Nulla a che vedere con l’arroganza smargiassa dei coreani a Seul 88, davvero chiassosi e sgradevoli quando mettevano con impudenza le mani nel piatto altrui. Qui, quando venivano scoperti nei loro maneggi un po’ troppo sopra le righe, gli atleti cinesi e il pubblico stesso avevano quasi l’aria di scusarsi e restituivano il maltolto. Oddio, è capitato veramente di rado. Però sono stati contrattempi gestiti con una buona signorilità, devo ammetterlo».
«Questo è quel che possiamo dire, o intuire, riguardo al contorno strettamente olimpico – ha ripreso il Mago, riordinando a fatica le idee – Ancora più complesso è stabilire se qualcosa è cambiato, almeno per questo breve lasso di tempo, nella vita reale delle persone. In realtà pare che le Olimpiadi siano state una tragedia per molti cinesi: fabbriche chiuse, disoccupazione aumentata, nessuna garanzia, spostamenti forzati, divieto di recarsi nella capitale o di spostarsi nelle zone dove c’erano gare, case distrutte per costruire impianti e servizi (senza risarcimento, ovvio), sparizione coatta di tutti coloro che praticavano antichi mestieri di strada (e non sto parlando della prostituzione) perché giudicati troppo sudici e indecorosi per venire palesati ai visitatori provenienti dai paesi ricchi, restringimento di fatto degli spazi informativi (contrariamente a quanto auspicato), un po’ di repressione preventiva indirizzata a tener buono chi avrebbe potuto dare qualche problema, aumento dei prezzi di tutti quei generi che potevano essere appetibili anche per i signori ospiti».
«Più o meno questo è il quadro che mi sono fatto leggendo quei pochi articoli attendibili sul prima e sul durante delle Olimpiadi – ha spiegato il Mago – Per esempio, mi piace citarla, quelli di Federica Bianchi per l’Espresso; una giornalista che, non da oggi, mi dà la sensazione di saper leggere davvero la quotidianità umana per capire, e spiegare con buona penna, qualcosa di più sui sistemi politico-economici, senza fermarsi alle banalità di regime o alle denunce fondate sui luoghi comuni. Viceversa, ho trovato sgradevoli e poco ponderate certe riflessioni, apparentemente seducenti e fondate, che puntavano a mostrare il volto disumanizzante della Cina moderna attraverso piccoli episodi simbolici. Mi riferisco a quanti si sono scandalizzati per la voce prestata, nella cerimonia d’apertura, dalla bambina cantante dai denti storti alla più telegenica bambina bellina che recitava in play-back; episodio non edificante, certo, ma sarebbe ben non far finta di ignorare che è quanto avviene regolarmente anche dalle nostre parti, persino nelle feste parrocchiali o nelle sagre paesane. Così come sarà pure strappalacrime, ma per nulla significativa, la storia della ragazza acrobata caduta nelle prove della cerimonia, alla vigilia dei Giochi, rimasta paralizzata, rispedita al paesello e dimenticata da tutti; giusto provare sentimenti di umana pietà, ma, per carità!, non traiamone troppe conclusioni politiche: o vogliamo provare a far la conta di quanti furono gli operai morti nei cantieri che costruivano, col frusciante sottofondo delle tangenti, gli stadi per i Mondiali di calcio del Novanta?».
«In ogni caso – ha concluso il Mago – la mia superficiale sensazione è che, nel bene e nel male, le cose torneranno rapidamente uguali a prima in tutta la Cina. Più o meno uguali, perché chi ha perso la casa non la riavrà. Ma almeno ci si potrà spostare o tornare a vendere le proprie antiche e misere arti lungo le stradine dei quartieri poveri. Almeno per ora, non credo proprio ci saranno mutamenti significativi, non dico rivoluzionari».
«La Cina è un paese complesso – ha ricapitolato il Savio – Certe conclusioni non le possiamo certo trarre da lontano. Peraltro, ho la sensazione che sia una realtà talmente lontana e complicata che ben poco di sensato avremmo potuto dire anche se fossimo stati là per un breve periodo come quello delle Olimpiadi. Temo che in due settimane si capisca davvero poco, a differenza di quanto può capitare in altri paesi».

Stava diventando davvero tardi. I gatti, satolli, si erano messi quieti. Le donne sbadigliavano senza remore, ma anche senza alcuna intenzione di interrompere la discussione. La fresca brezza notturna ha indotto il Mago e il Savio a coprirsi un poco, prima di intraprendere l’ultimo sforzo.
«In ogni modo – ha considerato il Mago – la Cina voleva la sua vetrina e l’ha avuta. Se le è davvero servita, non sappiamo. Resta il fatto, al di là della sovraesposizione mediatica di questi ultimi mesi, che la Cina è già da anni un gigante economico, in grado di cambiare le regole mondiali per quanto riguarda la produzione e il commercio, con le sue materie prime e la sua ridondante manodopera. È anche, benché questo forse sia fin qui sfuggito a molti, un gigante politico: stiamo vedendo gli effetti della sua penetrazione in Africa, ovviamente in Asia e persino in America Latina, e sempre più li vedremo, anche se con colpevole ritardo. Forse, per quanto ne sappiamo e almeno per ora, non può ancora considerarsi un gigante militare».
«Al proposito azzarderei una tesi – ha annunciato il Savio con voce prudente – La mia sensazione è che quella guerra in Ossezia, scoppiata giustappunto il giorno dell’inaugurazione dei Giochi, sia stata una sorta di messaggio inviato con perfetto tempismo proprio all’ambiziosa Cina. È vero che il pasticcio georgiano sta portando americani e russi, come ai vecchi tempi, a mostrarsi l’uno con l’altro i muscoli minacciosi. Ma è appunto un messaggio che entrambe le antiche potenze imperiali mandano a tutto il mondo, Cina per prima. Come volessero dire: “Ok, voi fate gli affari, producete, crescete, intrecciate relazioni economiche e politiche in mezzo mondo; ma le potenze nucleari vere, quelle con migliaia di testate atomiche, siamo noi, e se facciamo mezzo passo l’una contro l’altra tutto il pianeta si caga in mano, senza eccezioni. Per cui, voi cinesi e tanti altri galletti nel pollaio dei cosiddetti paesi emergenti, vedete di non allargarvi troppo e ricordatevi di stare al vostro posto”».

L’azzardata analisi del Savio ha riportato tutti alla realtà. Una realtà che non era fatta solo di Olimpiadi, di corse, nuotate, partite, salti, stoccate, pugni e pedalate. Era fatta anche di spari: e non erano gli spari del poligono di tiro olimpico, ma quelli dei carri armati russi e georgiani. Perché, a dispetto dell’antico mito della tregua olimpica, questa strana estate ci aveva portato in dote una guerra locale che non finiva di minacciare di ampliarsi in qualcosa di ancor più inquietante.
D’altra parte, senza contare il picco rappresentato dalla crisi georgiana, era stata un’estate davvero insolita: piena di attentati, di bombe, di regimi scricchiolanti che minacciavano di implodere fragorosamente, di interminabili missioni di cosiddetta pace che continuavano a esigere il loro quotidiano tributo di sangue. Niente a che vedere con quelle tranquille estati un po’ noiose, in cui i media si animavano solo per propinarci i servizi sul caldo esagerato, sull’esodo più massiccio o più misero di sempre, sull’immancabile delitto ferragostano, sulle ultime mode imperanti nelle spiagge o nelle amene località di villeggiatura sulla cresta dell’onda.

Questa era stata un’estate in cui persino la cronaca ci era andata giù pesante. O perché i morti si contavano a centinaia, come nella sciagura madrilena della Spanair, o perché i delitti non si consumavano all’interno di conturbanti ma innocue storie domestiche, ma rimandavano semmai a un disagio sociale e a una delinquenza diffusa che avevano ben altre implicazioni, come nel doppio caso di stupro e rapina consumato tra Roma e Napoli negli ultimi giorni.
Pareva quasi che questa Olimpiade molto politica, il cui significato trascendeva ampiamente quello della competizione sportiva, avesse influenzato tutti gli accadimenti contemporanei. Quasi che, al posto di offrire una comoda occasione di pura evasione, questi Giochi tanto politici avessero voluto tenere deste le coscienze e ricordare i tanti nodi irrisolti delle nostre società.
Di tutto questo i nostri amici erano perfettamente coscienti, già prima che il Savio evocasse la vicenda georgiana riportando tutti alla realtà. Forse era difficile crederlo, vedendoli ora ciondolare dal sonno come nei giorni passati li si era visti imbesuirsi davanti a tv e computer per rincorrere le gesta di qualche campione. Ma dietro le apparenze le loro coscienze erano rimaste sveglie e attente. E avevano ben presenti tanto i drammi del mondo quanto le piccole miserie di casa nostra.

Rifugiandosi nell’incoscienza deliberata, comunque, i nostri sono riusciti a godersi questa Olimpiade. Probabilmente non sono riusciti a capire molto della Cina, anche se quel poco che hanno intuito rappresenta in ogni caso un passo avanti, rispetto alla superficiale indifferenza del passato.
Al Mago è venuta in mente una singolare coincidenza, che ha proposto all’attenzione degli amici: «L’altro giorno ho letto una notiziola, una colonna in cronaca. Nel pieno dei Giochi è morto Hua Guofeng, l’erede designato di Mao, quello che guidò il paese subito dopo la morte del Grande Timoniere, l’ultimo comunista “totale” secondo la nostra visione della politica cinese. Perché dopo Hua, rimosso nel giro di pochi anni, vennero Deng Xiaopin e i suoi delfini, con il loro stato politicamente totalitario ma economicamente aperto al libero mercato: quell’orrenda combinazione di repressione e sfruttamento su cui si è edificato il vero grande balzo cinese. E forse questa coincidenza simbolica ci insegna qualcosa: l’ultimo leader maoista che muore proprio durante le Olimpiadi, nel bel mezzo di quella vetrina che la Cina ha voluto allestire per mostrare al mondo i suoi progressi e le nuove mercanzie».
«Suggestivo – ha biascicato il Cinico, stremato – Ma credo che il passaggio tra un sistema e l’altro sia avvenuto ormai da tempo e che la morte di Hua non significhi molto: chi ne ha mai sentito parlare negli ultimi venticinque anni? E penso che il modello cinese sia ormai consolidato e che, ti piaccia o no, sia destinato anche a fare scuola in parecchi paesi in fase di sviluppo».
«Non ne sarei tanto sicuro – ha mugugnato il Savio – Più che altro perché credo che sia ancora un modello in divenire, in fase di assestamento. Un qualcosa che neppure i dirigenti cinesi sanno bene a che cosa condurrà».
«Dubbi legittimi – ha proclamato il Mago con l’ultimo fiato – La nuova Cina può essere il modello vincente, incarnato dalla gloria della futura prima potenza globale, così come può invece diventare un farraginoso e arruffato tentativo di governo di una società in evoluzione troppo rapida e in perenne instabilità, esposto al rischio dell’esplosione di contraddizioni insanabili all’interno della società stessa e del suo partito guida. Per ora, non è dato saperlo. Ma non è dubbio da poco».

La Cina è ancora in marcia verso il suo nebuloso futuro. Il tragitto sarà lungo, a quanto pare, e non è affatto certo che proceda seguendo itinerari ben tracciati e sicuri della destinazione.
I nostri amici, invece, sono arrivati. La loro Olimpiade è giunta al termine, come era inevitabile. Hanno faticato, corso, camminato, ammirato il panorama, divagato allungando il percorso. Ma ora sono giunti alla meta.
Nel pieno della notte di domenica, ormai le ore piccole del lunedì, si sono salutati con il calore di chi aveva condiviso una grande avventura, seppure procedendo per sentieri diversi e ritrovandosi davvero solo alla fine.
L’indomani si sarebbero presi tutta la mattina per il giusto sonno e per il riposo del lento risveglio. Avrebbero calibrato con calma il ritorno alla quotidianità, sapendo per giunta che non vi sarebbe stato nulla di allegro nella ripresa di consuetudini che, in ogni caso, avrebbero dovuto cambiare ben presto.
Si trattava di barare e procrastinare ancora un pochino. Ma senza grandi illusioni, con la consapevolezza che la lunga marcia era davvero finita.

Postato da: abbaxiano a agosto 27, 2008 12:20 | link | commenti
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lunedì, 25 agosto 2008
GLI ULTIMI IMPERATORI

Lunedì 25 agosto, tarda mattinata

Infine è venuto il tempo della chiusura dei Giochi, e con esso quello del riposo. Un momento di sospensione, tra la fine di una vacanza e una ripresa annunciata ma non ancora avviata. Un tempo che è segnato dal tentativo di rinviare il più a lungo possibile il ritorno definitivo alla quotidianità.

La fiaccola olimpica si era spenta nel primo pomeriggio, a mezza via di una cerimonia di chiusura tanto arruffata e approssimativa da risultare indigesta persino alle compagne dei nostri amici, per solito piuttosto incuriosite da questo genere di cose.
La sera tornavano in campo le grandi di Italia e di Spagna, a contendersi i primi trofeuzzi calcistici della stagione. Era, nella sua suggestiva inconsistenza, un’occasione perfetta per tornare a radunare la compagnia intorno al collaudato focolare televisivo; peraltro senza concedere a questo, e alle immagini, il pieno centro della scena. Infatti, il Mago ha fatto puntualmente scattare l’invito con un buon paio di giorni di anticipo.
Avevano voglia di parlarsi, i nostri amici. Alla fine, forse più di quanto loro stessi pensavano, le Olimpiadi erano state vissute da ciascuno di loro come un fatto privato, nascosto alla abituale compagnia e da condividere al più con la propria moglie. Soprattutto all’inizio, perché con l’andare dei giorni i Giochi erano diventati davvero un fatto strettamente personale e individuale. La Santa si era quasi chiamata fuori del tutto una volta concluso il programma del nuoto, alla fine della prima settimana, spuntando solo in qualche altra circostanza acquatica, per vedersi le rare registrazioni dei tuffi o gli scampoli di pallanuoto. La Pasionaria, amante dell’atletica e perciò motivata a dare il meglio di sé nella seconda settimana, aveva in realtà pagato la voglia dei primi giorni e, progressivamente, aveva dovuto arrendersi al cedimento fisico; nulla di grave, ma il risveglio tornava man mano ad avvicinarsi a quello tardo dei giorni normali, e l’attenzione era tanto calata che persino il Mago aveva dovuto lamentare la scarsa collaborazione della sua partner nel tener sott’occhio quel che accadeva in tv mentre lui, magari, si era trasferito in studio per rovistare nelle offerte in streaming. L’Ingenua, al solito, partecipava solo alle vicende italiche, scompaginando talvolta i piani più sobri del Cinico a causa dell’urgenza dettata da una semifinale azzurra di taekwondo o da un’ultima regata con profumo di medaglia; in compenso, almeno a giudizio del marito, concedeva troppo spazio alle esigenze familiari, a scapito di quella tranquillità che avrebbe dovuto caratterizzare il periodo ferragostano.
Non si deve però negare che i nostri protagonisti avevano decisamente esagerato con la sbornia olimpica. Tutti, perché alla fine anche il Cinico, preso alla gola dalle palpitanti fasi finali dei grandi tornei a squadre, aveva finito per trascorrere le sue giornate davanti al video della tivù o quello del computer. Ora ne portavano inequivocabili segni: occhiaie cerchiate dal poco sonno, movimenti lenti e impacciati di chi ha perso il controllo di sé, parlantina impastata e discorsi non sempre congrui come faticassero a connettere verbo e pensiero. Era il risultato prevedibile di gare seguite per ore e ore ogni giorno, con l’aggravante, almeno per il Savio, della stressante concitazione del dover sempre essere aggiornato su ogni evento in corso, sui risultati, sulle programmazioni televisive, sui calendari.
Ma per quanto le competizioni olimpiche uscissero letteralmente dai loro occhi, i nostri faticavano ancora a sganciarsi dalla solennità della celebrazione. Se ne erano resi conto nel pomeriggio, quando il Mago con qualche svagatezza e il Cinico con più decisione si erano messi a dare un’occhiata al calcio inglese. Con tutta la volontà del mondo, non riuscivano minimamente a concentrarsi su quelle partite: troppo lente, poco coinvolgenti, emotivamente insignificanti, rispetto alle scariche adrenaliniche che si erano abituati a gestire.
Così è stato anche la sera di domenica. Si sono trovati poco dopo le sette, attorno a una tavola onusta di cibo leggero, di verdure alla piastra, di rare prelibatezze in dosi omeopatiche. Una delle loro finte cene domenicali, apparecchiate per favorire la chiacchiera più che la consumazione. Infatti hanno cominciato subito a parlare, e ovviamente a parlare di Olimpiadi. Continuando per tutta la serata, anche quando si sono seduti sui divani a vedersi le supercoppe di Italia e di Spagna. Non perché le partite non offrissero spunti di interesse, dato che anzi, con la loro buona vitalità, hanno costretto a interrompere talora i discorsi, e non sempre per brevi pause. Ma tante erano le cose da dire che, non appena i calciatori sugli schermi si placavano, ricordi e considerazioni riportavano i nostri negli impianti di Pechino.

Si è partiti dal tirar delle somme, come sempre si fa alla fine di una grande manifestazione, rievocando protagonisti e momenti topici. E, inevitabilmente, si è partiti dalla più ovvia delle questioni: chi erano stati il re e la regina di questa edizione dei Giochi?
«Niente classifiche, per favore – ha chiarito subito il Mago – Rendiamo onore ai migliori, ma sottraiamoci al giochino becero di voler indicare un nome su tutti gli altri. Faremmo torto a troppi che si meritano la loro non piccola fetta di gloria».
«In teoria hai ragione – si è fatto avanti il Savio coi suoi dubbi – Però tra gli uomini io non riesco a porre nessuno all’altezza di Phelps. Il suo primato assoluto di medaglie in un’edizione basta già da solo a marcare il senso dell’impresa storica. Ma a questo va aggiunto che si tratta di un filotto realizzato vincendo tutte le gare, senza l’onta di una sconfitta. E, cosa forse ancor più importante, dobbiamo considerare che non stiamo parlando di una meteora scintillante, ma di un’atleta che aveva già vinto un bel gruzzolo di ori ad Atene, con il contorno di qualche piazzamento: quindi c’è anche il valore della conferma, della longevità ad altissimo livello. Credo sia l’indiscusso numero uno».
«Non sarei così perentorio – ha insistito il Mago – Phelps è sovrano per la quantità, come dici tu: per quantità numerica, cioè gli ori di oggi, e per estensione temporale, cioè per la durata del suo regno. Tuttavia Bolt non gli è inferiore, perché le sue vittorie hanno, più di quelle di Phelps, il crisma della sensazionalità. Lui non ha vinto: ha dominato. La facilità di corsa, la doppietta nelle gare di velocità, i tre sensazionali record mondiali (compreso quello con la staffetta) ne fanno, per peso specifico, un campione che non può essere posposto a nessuno. Perché questi successi sono stati più netti, più entusiasmanti e più qualitativi di quelli di chiunque altro».
«Anche Phelps, oltre a vincere, avrebbe segnato un bel po’ di record mondiali» ha provato a obiettare il Savio, senza crederci. Il Mago gli ha rivolto un sorriso sfottente: «Sei tu il primo a sapere che i record di Phelps non contano nulla, come tutti i record natatori realizzati grazie ai nuovi costumi. Ogni vincitore, in piscina, ha fatto segnare il record del mondo. Per tacere dei primati che crollavano miseramente già dalle batterie. No, per Phelps questo è un punto che non può essere considerato, mentre Bolt ha battuto primati veri (pochissimi lo hanno fatto, nell’atletica), con la perla della limatura della stratosferica impresa di Michael Johnson che sembrava una frontiera inavvicinabile ancora per anni».
«Sarei d’accordo nel non stabilire un vincitore tra i due – si è fatto sentire il Cinico – Anche perché, almeno per me, sul record di ori di Phelps rimane il dubbio di quel fotofinish mai mostrato, con quella presunta vittoria su Cavic che a occhio nudo sapeva tanto di sconfitta. In ogni caso, ragazzi miei, siamo davvero banali! Con tutto il nostro consumare gare ci ritroviamo a girare intorno ai due nomi che ti farebbe qualunque orecchiante vagamente interessato ai Giochi. Phelps o Bolt, Bolt o Phelps: come nei sondaggi gazzettari, che sono il massimo dell’ovvio».
«Beh, se si parla di protagonisti assoluti, da quei due non si scappa – si è difeso il Mago – Poi, certo, io sono anche in grado di buttarti lì, in ordine sparso e come mi vengono in mente, i nomi di un po’ di campioni che hanno siglato a loro volta imprese enormi. Ti dico Cancellara, per esempio, capace di dominare la cronometro e di piazzarsi terzo nella prova in linea: una versatilità da campionissimo. O, ancora, nel ciclismo, quel Llaneras di cui vi ho già parlato, anche lui oro nell’individuale a punti e argento in quella a coppie (la vecchia americana, o madison come la chiamano ora); con la ciliegina, nell’individuale, di tre podi consecutivi (oro-argento-oro) da Sydney a Pechino passando per Atene. E poi il ritorno di Angelo Taylor, nettissimo vincitore dei 400 ostacoli otto anni dopo la vittoria di Atene; un’altra testimonianza di classe longeva, dopo il rutilante ma breve interregno, nella specialità, del dominicano Felix Sanchez. Da ultimo, non trascurerei il francese Absalon, di nuovo oro nella mountain bike come quattro anni fa, con in mezzo una teoria interminabile di titoli mondiali: un autentico dominatore, nella sua disciplina, di quelli che segnano un’epoca e vanno nella storia».

«Un po’ come la mia carissima Isinbaeva – si è inserito il Cinico cambiando genere – Conferma olimpica con record mondiale, e in mezzo un’infinita serie di vittorie e di primati. Per me è lei la regina dei Giochi, se guardiamo alle donne».
«Il Mago, fin dai primi giorni, aveva avanzato la candidatura al trono per la Vezzali. E io, da storico, sarei d’accordo: il terzo oro olimpico consecutivo è impresa superiore a qualunque altra» ha detto il Savio, rischiando di attizzare una polemica.
Per fortuna il Mago, tirato in causa, è stato sufficientemente conciliante: «Anche qui eviterei di scegliere. Siamo ai valori assoluti, ma con caratteristiche diverse: per la Isinbaeva la supremazia nettissima sulle avversarie e il continuo miglioramento, per la Vezzali la riconferma di una superiorità più risicata (contro avversarie validissime) ma duratura nel tempo, da almeno dieci anni a questa parte. Due grandissime regine, cui affiancherei però un’altra campionessa di cui si è parlato meno: quella Tirunesh Dibaba capace di una sontuosa doppietta cinquemila-diecimila, che è sempre risultato di valore assoluto».
«Se è per questo – ha obiettato il Savio – anche il suo connazionale etiope Bekele ha firmato la stessa doppietta, in campo maschile». «Le vittorie non si contano semplicemente, ma si pesano anche – ha replicato solennemente il Mago – Bekele ha avversari scarsi, Dibaba aveva una competitrice, per giunta acerrima rivale dello stesso paese. E poi Bekele non mi entusiasma per stile di corsa, Dibaba sì. Niente di paragonabile sul piano emotivo, se usciamo dalla cruda lettura dei risultati. E in ogni caso, Phelps e Bolt hanno fatto cose tali da non poterli certo paragonare al fondista etiope, con tutta la buona volontà».
«Va bene – ha tagliato corto il Cinico – Le regine sono queste. Ma in campo femminile non c’è altro? Caro Mago, con gli uomini ti sei dilungato parecchio. Non mi sarai mica diventato misogino?».
Il Mago ha ridacchiato respingendo la provocazione. «Tra le donne ci sono altri grandi personaggi. Ma qui, più che dei trionfatori plurimi come in campo maschile, sono rimasto colpito da delle semivincenti, o delle mezze perdenti se preferite, che però hanno colpito nel segno. Su tutte l’americana Nastia Liukin, quella ragazza ginnasta che, nel suo sport, mi è parsa l’unica degna di fregiarsi dei due sostantivi che ho accostato, in mezzo a tante bambine anoressiche prive di grazia». «Ho seguito poco la ginnastica – ha fatto sapere il Savio – ma per quel che ho visto ti devo dare ragione. Senza i furti delle giurie la Liukin, oltre all’oro assoluto individuale, avrebbe vinto anche la gara a squadre e almeno un titolo agli attrezzi; avrebbe finito con tre ori e un altro paio di podi, come minimo: in linea con le grandissime ginnaste del passato tipo Latynina, Caslavska, Korbut o Comaneci, cioè gente che ha fatto la storia. Perché una volta ogni Olimpiade aveva tra le sue regine una grande ginnasta. Cosa che non avviene più da quando sulle pedane ci vanno questi scriccioli iperspecializzati, costruiti morfologicamente per un solo attrezzo».
«Poi – ha ripreso il Mago – non posso fare a meno di ricordare Alessandra Sensini, al quarto podio olimpico consecutivo: anche qui siamo nella leggenda». «Soprattutto perché la sua medaglia era un oro, senza il solito furto cinese – ha insistito il Savio – Nell’ultima regata la Sensini doveva vincere e mettere due avversarie tra sé e la cinese capoclassifica: cosa che le era perfettamente riuscita, fino a quando, all’ultima boa, i giudici non hanno inflitto una penalità alla spagnola, che lottava con l’inglese per il bronzo, facendola scivolare dietro la cinese che, col suo nuovo piazzamento, ha conservato la testa della classifica per un punto. Grande impresa della Sensini, ma oro rubato, a essere onesti».
Il Mago ha glissato. «Fammi infine citare Josefa Idem – ha detto asciutto – Settima Olimpiade, ennesima medaglia, una vittoria sfumata per un nonnulla. E mi è spiaciuto parecchio. Perché lei avrebbe davvero meritato l’oro: non solo per le sue qualità agonistiche e per la sua classe di canoista, ma anche per lo spessore umano che intuisco essere davvero notevole, per quel che conosco del personaggio. Su quell’arrivo illeggibile e beffardo, confesso, ci sono rimato davvero male».

«Accetto queste citazioni. Ma mi sembra che stiamo un po’ scivolando in un’ottica provinciale e italocentrica» ha messo un paletto il Cinico. «Ma no! – ha protestato il Mago – Qui stiamo raccontando le nostre emozioni, non soltanto facendo lo scandaglio delle prestazioni. E ci può stare che, emotivamente, il coinvolgimento sia maggiore se c’è in ballo qualche grande atleta italiana»;
«In ogni caso – ha sottolineato il Savio – dovremo dare anche il giusto spazio alle vicende di casa nostra. E, magari, tentare anche un piccolo bilancio per vedere chi ha entusiasmato e chi ha deluso».
«Preferirei di no – si è sottratto il Mago – I nomi davvero importanti li ho già fatti, e quel che dovevo dire l’ho detto. Poi, certo, tutti i vincitori e i medagliati ci hanno regalato qualche emozione; ma stare a fare un’elencazione non ha molto senso. Se proprio devo, posso al massimo dire che hanno un peso notevole le vittorie di Schwarzer e Cammarelle: perché sono vittorie alla Bolt, da dominatori assoluti, ottenute non con la prodezza agonistica che ti fa ribaltare il pronostico ma con la classe disinvolta di chi è superiore; uno ha seminato tutti per la strada quando ha deciso di andarsene, l’altro ha rimbambito a suon di mazzate tutti gli avversari, sottraendosi anche al rischioso verdetto delle giurie. E poi uno è giovane e più durare a lungo, mentre l’altro si è confermato a suon di fuori combattimento, che è impresa rarissima nella boxe dilettantistica moderna».
«Detto questo – ha ripreso il Mago – preferisco non star lì a distribuire pagelline a tutti gli altri. Mi appello ai risultati, in questo caso, e li ritengo sufficientemente significativi. A patto di saperli leggere, ovviamente: perché una semifinale olimpica con primato personale può valere assai più di un piazzamento ottenuto con una prestazione incolore. Ma queste sono cose che chi è appassionato di sport sa già da solo».
Il Savio non era molto convinto dalle sbrigative conclusioni del Mago. «Possiamo almeno azzardare un’analisi per settori, se non per singoli atleti» ha buttato lì cercando di rinfocolare il dibattito. Sfortunatamente, era uno dei momenti in cui le squadre impegnate sui silenti teleschermi stavano offrendo il meglio; così l’analisi è proceduta un po’ a spizzichi, senza un filo logico e senza passione. Alla fine, i nostri hanno stabilito che il nuoto era andato maluccio, salvo quel paio di ben note lodevolissime eccezioni, che la scherma aveva portato medaglie ma anche qualche delusione, che in atletica eravamo quasi inesistenti ma che nel nostro piccolo avevamo fatto quel che potevamo, che il tiro non aveva tradito e che il pugilato presentava il bilancio più sontuoso, visto che erano arrivati a Pechino cinque pugili e che si tornava a casa con un oro, un argento e un bronzo. Per il resto, ragionare per discipline era un po’ arduo, visto che magari un lottatore o una judoka potevano pure arrivare all’oro ma risultavano dei fiori nel deserto. Da appassionato di ciclismo, il Mago ha elogiato la strada e si è proclamato sbigottito dall’inconsistenza totale del settore della pista.
Dare giudizi da lontano non era semplice, ma i nostri hanno azzardato che forse qualche federazione non avesse fatto le cose per il meglio. Nella preparazione della squadra di nuoto c’erano stati sicuramente degli errori, così come non impeccabili erano le gestioni in certe specialità dell’atletica o del ciclismo.
C’erano colpe, ma c’era anche qualche rimpianto. Ed era normale: quando le medaglie d’argento superano quelle d’oro e i quarti posti sono più dei bronzi, è naturale che il rammarico sia un sentimento presente. Per esempio per quelle medaglie che potevano essere d’oro e non lo erano state; e le migliori occasioni perdute erano, secondo i nostri, quelle del fioretto femminile (con una semifinale discussa lasciata di un punto alle russe, che poi avevano stravinto la finale doppiando le avversarie), della Idem coi suoi quattro millesimi e della squadra maschile di tiro con l’arco, perdutasi all’ultima freccia dopo una rimonta esaltante che pareva aver consumato le energie nervose degli invincibili coreani.

Poi, ovviamente, c’era la debacle degli sport di squadra. Tema che stava particolarmente a cuore al Cinico, che si è incaricato di portare vigorosamente l’attenzione sull’argomento.
«Onestamente è stato un disastro – ha riassunto il Savio senza minimizzare – Magari ad Atene ci era anche andata troppo di lusso (penso al basket, finalista miracoloso in un’era priva di altri risultati accettabili), però qui siamo rimasti parecchio al di sotto delle aspettative».
«E anche se ti secca – ha malignato il Cinico – Devi dare ragione al Mago: le squadre femminili da podio, se non da vittoria assoluta, sono state le prime a squagliarsi. Le donne della pallavolo e della pallanuoto ci hanno fatto davvero una figura barbina, confermando di mancare sempre o quasi nei momenti decisivi e di arrendersi alla prima difficoltà».
Incassato il riconoscimento del Cinico, il Mago ha preso una strada diversa. «Alla fine la squadra che meglio ha fatto è stata quella della pallavolo maschile; cioè quella che, alla vigilia, era circondata dalle minori aspettative. Mi fa piacere, e sono contento soprattutto per Andrea Anastasi, che è un grande tecnico che noi italiani non abbiamo saputo apprezzare. Credo che lo ricordino in pochi, tra i non appassionati di volley, ma Anastasi fu quello che prese in mano la squadra dopo Velasco. Il supermediatico tecnico argentino aveva fatto rinascere la pallavolo italiana, vinto due mondiali consecutivi, qualche europeo (non tutti, però), un mazzetto di irrilevanti world league (il torneo fatto per fare soldi) e nessuna Olimpiade. Dopo la sconfitta di Atlanta se ne era andato, appagato e deluso. Anastasi, il successore, aveva prontamente vinto il terzo mondiale consecutivo: un’impresa enorme, che i commentatori superficiali attribuirono esclusivamente all’onda lunga di Velasco, quasi a dire che chiunque, con quell’eredità, avrebbe ottenuto lo stesso traguardo. Così, al primo scivolone, cacciammo Anastasi e passammo per mille altre mani, vincendo nulla a dispetto di un buon materiale. Anastasi se n’è andato in giro per il mondo: da ultimo in Spagna, dove ha portato quella squadra, fin lì assolutamente inesistente e probabilmente non fra le prime dieci d’Europa, alla vittoria nel campionato continentale di un anno fa, dove l’Italia finì nelle retrovie. A quel punto qualcuno ebbe la buona idea di provare ad affidarsi ad Anastasi per un’impresa disperata; perché per arrivare a Pechino, grazie al pessimo ranking che avevamo maturato nel frattempo, l’Italia del volley ha dovuto vincere tre tornei di qualificazione di fila senza perdere mai neppure una partita. L’impresa era già quella di esserci. Essere riusciti a fare tutto il possibile è stato un premio ulteriore. Oggi Brasile e Russia ci sono di certo superiori, mentre gli States hanno pescato dal nulla una stagione fantastica in cui hanno vinto tutto, e tutto a sorpresa. Ma credo che la parabola di questo allenatore bravo e vincente, ripescato nel momento della disperazione, debba insegnare parecchio a quelle federazioni che accettano di affidarsi a dei concilianti carneadi il cui unico merito è quello di essere graditi alle primedonne che vanno in campo. Con i risultati che si vedono».

«A proposito – ha annotato il Savio – Il Mago ha indicato un bel po’ di nomi, fra re, regine, campioni, campionesse, grandi personaggi e stelle offuscate. Possibile che nel pantheon di questa Olimpiade non riusciamo a trovare spazio per nessuna squadra?».
«Per crudo impatto statistico e mediatico l’impresa più rimarchevole è quella del duo americano del beach-volley femminile, che ha bissato l’oro di Atene, per giunta battendo in finale una coppia cinese. Ma non so se si possa considerare una “squadra”, e comunque di questo sport mi importa nulla – ha premesso il Mago – Quanto agli sport di squadra veri, direi che la nazionale femminile brasiliana di volley è quella che ha fatto meglio: pronostico rispettato in capo a un quadriennio di superiorità teorica riconosciuta da tutti ma senza nessuna vittoria di prestigio; con l’aggiunta di qualità e di un dominio netto sulla concorrenza. Poi ci sono le squadre Usa del basket: nettissima la supremazia delle ragazze, che sono il vero dream team; più estetica che reale quella dei maschi. Avrei voluto vedere la Spagna giocarsi la finale all’europea, anziché accettare il confronto aperto a cento all’ora con tiri, numeri spettacolari, difesa sui generis. Se giochi così, gli americani vanno a nozze. Ovvio che poi esci tra gli applausi e che i superficiali parlino di partita stellare e basket spettacolo. Ma, inevitabilmente, parti già sconfitto».
«Per il resto – ha continuato il Mago – non ho visto squadre nettamente superiori alla concorrenza. Le vittorie sono venute con fatica, anche se con merito; incluse quelle della strombazzatissima Argentina nel calcio (mai superiore alla Nigeria e fortemente in crisi contro l’Olanda; deve la sua gloria alla straripante semifinale contro il bluff brasiliano) e quella storica dell’Ungheria nella pallanuoto (terza Olimpiade consecutiva). Piuttosto sono rimasto colpito dall’eccellente rendimento complessivo dei team Usa, finalisti quasi ovunque: dal tormentone delle sfide col Brasile (doppia identica finale nella pallavolo, più quella del calcio femminile) alla vittoria di coppia nel basket, passando per le due finali perse nella pallanuoto e per il secondo posto nel softball. Alla fine gli americani risultano del tutto assenti solo nell’hockey prato e nella pallamano, che non sono proprio tornei di alto lignaggio. I team Usa hanno fatto progressi incredibili anche in sport non proprio tipicamente americani, a cominciare dalla pallavolo che non ha neppure un campionato nazionale. È un fatto curioso, se si considera che stiamo parlando di una società fortemente individualista, i cui atleti vengono giudicati culturalmente inadeguati a gestire prove “di squadra” come le staffette. Eppure nei veri sport di squadra gli Stati Uniti sono stati largamente i vincitori: nessuno può competere con i loro risultati in questo campo».
«Senza attingere a questi vertici, io sono invece rimasto colpito da un paio di squadre targate Olanda – ha detto il Savio – Due vittorie che, fra l’altro, hanno anche avuto un bel significato simbolico, in questa Olimpiade connotata da una contesa per la supremazia planetaria. Dico lo splendido successo delle pallanotiste olandesi, una sorpresa totale contro le favoritissime americane, e quello delle hockeyste, che invece erano attese al trionfo ma hanno saputo coglierlo sbarazzandosi dell’insidiosa Cina nella finale. Un trattamento paritario nei confronti delle due superpotenze, in due finali dall’intenso pathos, fra l’altro».
«Io gli sport di squadra li ho seguiti parecchio – si è fatto vivo il Cinico – E devo dire che i vostri giudizi sono esatti ma limitativi. Perché magari è vero che non ci sono state delle supersquadre dominanti e stellari, ma è vero anche che lo spettacolo è stato sempre di altissimo livello. E non solo nelle finali, di cui finora avete parlato. La battaglia fra Grecia e Argentina nei quarti o la semifinale tra Spagna e Lituania sono stati confronti splendidi, nel torneo di basket. E battaglie aspre e avvincenti si sono susseguite nei tornei di pallavolo, con il culmine delle due sfide tra americani e russi, nel maschile e nel femminile. Né sono mancati spettacolo ed emozioni nei tornei degli sport di minori. Io ho seguito quasi soltanto gli sport di squadra, ma mi ci sono parecchio divertito. Molto più di quanto immaginassi».

Il Mago ha imposto uno stop. Si è alzato dal divano, ha preso nuove bottiglie, si è preparato una pipata e ha fatto il punto: «Al tempo. Abbiamo iniziato parlando di personaggi protagonisti. Poi ci siamo concentrati sulla spedizione italiana e da lì siamo scivolati a parlar di squadre. Ma tu, Cinico, stai saltando la quaglia verso un altro argomento. Perché quelli che hai incominciato a evocare sono i grandi momenti olimpici, che è cosa del tutto diversa dalla valutazione degli attori. Ed è tema importante, che non può essere liquidato di sfuggita rimembrando qualche scontro epico nei tornei, ma che va invece affrontato dando spazio ai ricordi più pregnanti e scegliendo con cura fior da fiore».
Il Cinico ha alzato le spalle. «I momenti topici, per me, sono quelli che ho già detto. E il massimo del pathos e della qualità ritengo si sia raggiunto nella finale di pallanuoto femminile che il Savio citava prima, vinta dalle olandesi dopo un andamento altalenante e risolta da un gol a venti secondi dalla fine seguita da un palo nella replica americana: è stato il momento agonistico ed emotivo più alto dei Giochi, a mio parere».
«Ho visto e goduto quella finale – ha puntualizzato il Savio – Ma credo che di momenti altissimi ce ne siano stati parecchi altri. Talmente tanti che citarli tutti è impossibile, fra finali esaltanti, lotte per le medaglie, emozioni tutte patriottiche, imprese di valore universale. Allora, giusto per distinguermi, sceglierò una partita di calcio di cui credo nessuno si sia accorto: il quarto di finale del torneo femminile fra Cina e Giappone. Le cinesi ci erano arrivate in scioltezza, dopo un facile girone dominato e con le stimmate delle possibili trionfatrici finali, perché il calcio femminile ha da quelle parti un’eccellente tradizione. Il Giappone è una squadra mediocre, sempre presente alle grandi rassegne ma mai protagonista. E in queste Olimpiadi era praticamente fuori dopo le prime due partite, con uno stento pareggio contro la debole Nuova Zelanda e una secca sconfitta con le americane. Al terzo incontro si era ritrovato davanti le norvegesi, già qualificate, e aveva inopinatamente stravinto dilagando nel secondo tempo. Un 5-1 molto sospetto, che consentiva alle giapponesi di qualificarsi fra le terze ripescate, ma che sembrava solo una brutta pagina di pastetta e che non modificava in nulla il pronostico per il quarto di finale. E invece lì, forse per antica rivalità non solo sportiva, le giapponesi si sono inventate la partita della vita e hanno inchiodato le padrone di casa con un 2-0 umiliante. Un exploit isolato, perché poi il Giappone è tornato la squadretta di sempre e in semifinale si è beccato quattro zucchini dalle americane. Ma proprio per questo, e a fronte dell’enorme fiduciosa attesa che circondava le calciatrici di casa, è stata un’impresa degna di menzione».
«Se il gioco è questo – è intervenuto il Mago con un filo di ironia – sono capace anch’io di pescare un episodio sfuggito ai più. Ma vado a pescarlo nel ciclismo e in un contesto individuale, o quasi; perché l’essenza dell’Olimpiade, e in questo non la penso certo come il Cinico, non sono certo i tornei per squadre. Io mi sono sinceramente emozionato con il trionfo della coppia argentina nella madison, la gara a punti già nota come americana. Uno dei due vincitori era tale Curuchet, che da noi non conosce quasi nessuno, ma che coi suoi 43 anni era alla settima Olimpiade, come la Idem per intenderci. Però, a differenza della canoista italo-tedesca, non aveva mai vinto una medaglia in vita sua. E invece stavolta, a sorpresa e con un misto di astuzia e casualità, ha centrato il colpo grosso, a un paio di mesi dall’addio già annunciato alle gare. E mi ha fatto piacere, mentre questo vecchio pistard faceva il suo giro d’onore impietrito da una gioia attonita, veder balzare come impazzito a bordo pista il suo commissario tecnico, quell’italianissimo Giovanni Lombardi che nella stessa gara, ma individuale, aveva trionfato a Barcellona 92 battendo fra gli altri il suo coetaneo ora allievo. Un capolavoro per tre (ricordando che con Curuchet correva un altro ragazzetto di 33 anni), che la dice anche lunga, ancora una volta, sull’oculatezza delle nostre federazioni. Perché forse un tecnico come Lombardi avrebbe fatto anche comodo, qui da noi, alla luce del disastro della spedizione italiana».
«Spigolature – ha commentato il Savio – Ma è vero che parlando di grandi emozioni risulta difficile fare una graduatoria. Anche perché sarebbe davvero troppo banale rifarsi a quegli eventi già celebrati che tutti conoscono. E poi perché l’Olimpiade è bella proprio perché permette di riscoprire ogni volta la spettacolarità di alcuni sport minori, anche rimodellati e adeguati con intelligenza in modo da essere più intelligibili ed emozionanti. Il tiro, la scherma, gli slalom in canoa, persino l’equitazione, sono tutti sport che hanno saputo darsi format che garantiscono finali palpitanti, in grado di inchiodarti alla poltrona anche se sei un neofita, se non conosci i protagonisti, se non hai italiani per cui tifare. Sarò un maniaco, ma queste discipline hanno saputo dare, per conto mio, degli spettacoli fantastici».
Già da un po’ le donne prestavano attenzione alle memorie olimpiche dei loro mariti. Meno inclini a fissare nomi, non erano fin lì intervenute. Ma, sentendo parlare di episodi e di emozioni, la Santa si è fatta forza e strada: «Io non dimenticherei l’australiano che ha vinto l’ultima gara di tuffi, dalla piattaforma. Un trionfo speciale, perché era l’unico oro scampato alle grinfie dei cinesi, aiutati dalle giurie come ricorda sempre mio marito. E poi perché lo ha vinto con un sorpasso all’ultimo tuffo, sovvertendo pronostici e classifica e ammutolendo il pubblico. Mentre, al contrario, atleti e allenatori di tutte le nazionalità circondavano sinceramente festanti il vincitore: c’era una straordinaria partecipazione emotiva in quei complimenti non di prammatica, un po’ come se il resto del pianeta volesse godersi una troppo attesa rivincita sugli ingordi padroni di casa».
«Bellissimo – ha annuito il Savio – Purtroppo io, nonostante questa piccola perla, fatico a considerare i tuffi uno sport credibile».

«Va bene – ha commentato il Cinico – Ci siamo, soprattutto vi siete, divertiti a mostrare onniscienza e grande competenza in tutti gli sport, andando a pescare momenti esaltanti e misconosciuti nel calderone degli sport minori. Ma i grandi sport olimpici individuali per eccellenza? Sbaglio o, per vostra stessa indiretta ammissione, le da voi amatissime discipline regine come nuoto e atletica sono rimaste, come livello medio, ben al di sotto del livello di fascinazione toccato dai tornei di squadra?».
«Il nuoto ha offerto grandi battaglie, invece – è stata la Santa a protestare – A parte i campionissimi che ha proposto sulla scena, ti citerò soltanto quella fantastica finale di staffetta in cui cinque squadre sono scese sotto il precedente record mondiale, contendendosi vittoria e medaglie in un arrivo incerto e tirato. Basterebbe quella gara, ma in realtà c’è stato molto altro, per smentirti: il nuoto non ha affatto deluso».
«Per quanto riguarda il livello agonistico e l’incertezza di molte gare il nuoto davvero è stato molto valido – ha premesso cauto il Savio, come sempre fa quando si prepara a contraddire la moglie – Però sono d’accordo con il Mago quando diceva che per il nuoto non possiamo avere una valutazione tecnica basata sul confronto coi record mondiali abbattuti. Per via dei costumi, questa era una specie di competizione da anno zero, come se si trattasse di un nuovo sport. O, per meglio dire, come quando cambiarono peso e bilanciamento del giavellotto perché gli atleti erano arrivati a lanciarlo in mezzo al pubblico. È come se fossimo davanti a una disciplina del tutto nuova. Il che, dal mio punto di vista, ha un po’ sminuito l’appeal generale del nuoto in questi Giochi. E poi, almeno da noi, questa disciplina ha avuto una visibilità ridotta per colpa degli assurdi orari delle finali imposti dalla rete televisiva Nbc, che con una paccata di miliardi si è comprata il calendario olimpico. Davvero una brutta storia».
«Molto più credibile e interessante l’atletica – ha squillato la Pasionaria – Il livello è stato alto, altro che storie. Specialmente nei concorsi: le due gare dell’alto e l’asta maschile sono state incertissime, affascinanti, imprevedibili, ricche di capovolgimenti e di sorprese. E quella dell’asta femminile sarà stata scontata ma ha offerto un record mondiale di notevole portata».
Il Mago ha cercato di mettere un po’ di ordine: «In effetti non si può dire che atletica e nuoto abbiano deluso, visto che comunque da questi due sport abbiamo pescato i grandi nomi dei re e delle regine di questa edizione olimpica. Forse per il vezzo di stupire, poco fa, abbiamo lasciato da parte i momenti esaltanti di queste discipline; ma certamente non sono mancati. Comunque, per l’atletica, la Pasionaria ha ragione: meglio i concorsi delle gare in pista, salvate in genere dalle grandi prestazioni individuali (Bolt, i fondisti etiopi) ma spesso troppo squilibrate. Tra le corse, salvo lo spettacolo della staffetta femminile del miglio, con la grandiosa prestazione delle russe che hanno costretto le favoritissime americane a una battaglia tirata fin sull’arrivo. E poi le imprese delle mezzofondiste kenyane, fra l’altro le prime vittorie al femminile per questo paese: straripante la Jelimo negli ottocento (anche se corre nel modo che non mi piace, interpretando la gara come una doppia ripetizione dei quattrocento e tirando allo spasimo dall’inizio alla fine senza nessuna concessione al tatticismo), splendida la Langat nei millecinque per tempismo, potenza, colpo d’occhio e facilità di corsa. Però è vero che il meglio lo hanno offerto i concorsi: a parte le gare già citate da mia moglie, vorrei ricordare tutti i lanci, salvo le due gare modeste nel peso, e le due prove di lungo: anche qui, sorpassi, alternanza sul podio, sorprese, conferme faticose, emozioni a non finire.

Il Cinico ha incassato le controdeduzioni degli amici con aria vagamente scettica. Non si è perso in una sterile polemica, ma non ha rinunciato a mettere un po’ di pepe nella discussione. «Prendo atto che vi siete sempre molto divertiti – ha ironizzato senza calcare la mano – Però non credo che questa Olimpiade sia stata solo un susseguirsi di momenti esaltanti o, alla peggio, di fasi di accettabile routine. Direi che ci sono state anche delle pagine nere, dei momenti orribili, delle cose che abbiamo visto ma non avremmo mai voluto vedere…».
«Su questo – si è buttato prontamente il Mago – io ho un mio personalissimo podio. Al terzo posto ci metto tutti quegli atteggiamenti poco sportivi che stonano in qualunque competizione ma ancor più in un’Olimpiade: si va dalle indecorose combine tipo Italia-Camerun di calcio (e altre ce ne sono state in sport per noi meno visibili) agli osceni verdetti di certi giudici fino, per contro, alle smodate proteste sopra le righe, dall’armeno svedese che butta per terra la medaglia di bronzo al cubano che, buon ultimo, prende a calci in faccia il suo arbitro nel taekwondo. Al secondo posto ci metterei le ginnaste bambine cinesi, come simbolo dello sfruttamento a scopo politico-sportivo della malattia o della deformazione di natura; e tanto peggio se, come tutti sospettiamo, questi inquietanti mucchietti d’ossa nascondono illegalità anagrafiche o trattamenti genetici di modificazione. Al primo posto, però, ci metto Rogge e il Cio, cioè il carrozzone dirigenziale con il suo presidente. Troppe cose non hanno convinto in questa organizzazione, dalla scelta della sede alla gestione dei calendari. Ma mi limiterò, visto che qui stiamo sui piccoli fatti concreti, alle orride perle del lutto negato agli spagnoli dopo la tragedia dell’aeroporto di Barajas (ennesimo segno di un’impermeabilità di facciata agli eventi mondiali, che in realtà cela una concretissima sensibilità a tutti gli aspetti politico-economici) e delle parole spese a vanvera per censurare non si sa bene cosa nell’atteggiamento esultante di Bolt dopo le sue vittorie: tipici esempi della frustrazione che attanaglia questi affaristi, che non si contentano di gestire i loro maneggi nell’ombra ma pretendono pure di avere un pulpito dal quale moraleggiare sul nulla».
«Visto che te la prendi con gli affaristi – è intervenuto il Cinico – ti dirò che per me il momento più brutto è stata la farsa allestita intorno al predestinato Liu Xian. Predestinato alla sconfitta, come sapevano tutti coloro che ne conoscevano le imperfette condizioni e le ponevano onestamente a confronto con l’impetuosa crescita del suo rivale Robles. Solo che prima lo si è pompato come uomo simbolo per meglio vendere il prodotto olimpico ai cinesi (che non conoscevano di sicuro i nomi di quelle future cinquanta medaglie d’oro del sollevamento pesi o della lotta femminile), poi lo si è fatto scomparire per evitargli l’onta di una pesantissima sconfitta sul campo, in modo da mantenere intatta la spendibilità commerciale del personaggio e tentare pure di lucrare sul premio assicurativo. Una roba oscena, in cui il peggio del centralismo cinese si è mescolato al peggio del consumismo straccione all’occidentale».
Il Savio si è grattato l’ampia stempiatura, come volesse mettere ordine nei pensieri. «Di brutture ce ne sono state parecchie, a voler essere onesti – ha detto – A partire dai guasti causati dal clima inclemente per passare agli orari voluti dalle tv, cui già abbiamo accennato. E poi bisogna dare ben altro risalto, caro Mago, alle ruberie sistematiche perpetrate dagli atleti di casa un po’ in tutte le discipline. E bisognerebbe anche soffermarsi sulla resa televisiva dello spettacolo olimpico, per come ce l’ha propinato la Rai. E poi…».
«Altolà! – ha intimato il Mago – Qui si stava parlando di eventi sgradevoli, di pagine brutte, di fatti precisi: magari indicatori di certe realtà complessive, ma singoli e ben delimitati. Tu invece stai parlando di situazioni strutturali, che è ben altro discorso. Discorso da fare, ma lunghissimo; che va inquadrato in quel che questi Giochi ci hanno lasciato al di là del racconto degli eventi agonistici».

Era tardi. Tanto tardi che Inter e Roma avevano persino fatto in tempo a esaurire supplementari e rigori, e che la stessa supercoppa spagnola, iniziata a tarda serata, si era ormai conclusa.

Forse per i nostri, in tempi normali, non sarebbe stato neppure tardissimo, visto che era appena passata la mezzanotte. Ma da un paio di settimane le esigenze olimpiche avevano modificato i loro ritmi biologici, imponendo sveglie inusitate e conseguenti ritiri serali sensibilmente anticipati. Si capiva che era tardi dagli occhi sempre più velati dei tre, dalle parole sempre schiette ma sempre più faticose, dallo sgranchirsi di membra intorpidite. Anche i gatti di casa, abituati ai nuovi calendari, reclamavano vigorosamente il pasto notturno, quello che il Mago approntava prima di andarsene a letto.
Avevano bisogno di sonno, i nostri amici. Però si sono guardati in faccia e, senza bisogno di parole, si sono detti che non potevano perdere il filo. Il Mago si è alzato un attimo, ha scodellato la cena dei mici ed è tornato a sedersi al tavolo, pronto per ricominciare.
Avrebbe riposato l’indomani, dormendo fin tardi e prendendosela comoda. E affanculo chi avesse tentato di riportarli alla realtà con importune telefonate lavorative.
Loro hanno tirato dritto, dicendo mille cose interessanti. Cose che vi racconteremo la prossima volta, perché tanto spazio meritano da non poter certo essere sacrificate.
E per i nostri amici è cominciata così la seconda parte della notte. Stanchi, spossati, ma fieri. Soddisfatti di potersi illudere, ancora una volta, di essere signori e padroni quantomeno del loro tempo.

Postato da: abbaxiano a agosto 25, 2008 19:29 | link | commenti
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mercoledì, 20 agosto 2008
ESERCITI DI TERRACOTTA

Mercoledì 20 agosto, tarda sera

Si presentano minacciosi per numero ed equipaggiamento. Sterminati, ordinati, certamente pronti a tutto pur di sconfiggere il nemico. Eppure, quando li guardi da vicino, scopri la loro fragilità. Sono eserciti immensi ma delicati. Apparentemente invincibili e invece esposti ai colpi dell’avversario o del destino. Quasi come fossero fatti di una terracotta screpolata dal tempo.
Tutti, nella nostra condizione umana, dobbiamo tenere conto di questo rischio. Lo corrono gli squadroni degli atleti olimpici venuti per fare razzia di medaglie e invece impantanati nelle loro contraddizioni al momento del cimento. Ma non possono dichiararsi immuni dal pericolo neppure i vincitori, solo che qualcuno abbia la forza e il coraggio di grattare sotto la crosta dei loro trofei e rivelarne la sostanza.
Figurarsi se sono esentati dalla fragilità dei semplici uomini come i nostri protagonisti. Decisi e battaglieri, certo; pronti al grande sacrificio e alla quotidiana conquista del proprio piccolo piacere che corrobora l’esistenza. Ma fatti bersaglio di contrattempi e imprevisti che ne minano ora la tranquillità e ora la salute.
È il caso del Cinico, per esempio, che nella notte tra domenica e lunedì è tornato a contorcersi attorno alle sue viscere brucianti e spasmodiche, preda di un dolore atroce e ignoto, passeggero e inquietante nel suo presentarsi a distanza di tempo, ma puntuale, ad agitare spettri che il nostro rifiuta di prendere in considerazione. Ma è anche il caso del Savio, seppur con ben minori tormenti, impegnato in serate mondane che gli rubano tempo al sonno e lo distolgono dalla pace del riposo serale, rosicandone i sempre labili nervi. O del Mago, cui non basta l’immersione olimpica per sfuggire del tutto ai suoi dilemmi esistenziali, all’incertezza del futuro, alla necessità di scelte che stanno per ridiventare urgenti.
Nulla da stupirsi, quindi, che in questi ultimi giorni i nostri amici non abbiano trovato né il tempo né la voglia di incontrarsi. Per questo i loro pensieri, di cui vi raccontiamo, sono elaborazioni individuali quasi prive del conforto dialettico. Quasi, perché al loro fianco non mancano le mogli sollecite e perché qualche rara telefonata consente di sentirsi l’un con l’altro e scambiare qualche idea. Ma brevemente, e solo quando la solitudine diventa minaccioso tedio.

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Dalla Cina con furore

Lunedì 18 agosto, tarda sera

Segretamente convalescente, il Cinico ha vissuto una faticosa giornata in cui il massimo impegno lo ha dedicato a cercare un conforto alle sue tesi minimizzanti circa i mali che periodicamente lo visitano.
Avrebbe potuto essere una giornata di drammatica sofferenza interiore, se non lo avesse visitato, proprio a chiusura di quella giornata di gare che aveva seguito con comprensibile distrazione, la gloriosa presenza della sua amata Isinbaeva, capace, in una gara non impeccabile, di infilare la prevedibile vittoria e il meno scontato ma ennesimo record del mondo. Il Cinico si è rinfrancato, soddisfatto di aver ben riposto la sua iniziale fiducia nel personaggio che, come aveva detto, avrebbe atteso con passione tifosa al compimento della grande impresa. E, restituito di colpo alla normalità, ha incominciato a elaborare qualche teoria delle sue.

Siccome però il dolore e la stanchezza non gli erano magicamente scomparsi con il volo della seducente russa, il Cinico si è ben guardato dall’elevarsi a pensieri gloriosi e edificanti, e si è dato invece a constatazioni che riguardavano le umane miserie.
Preso in tali riflessioni, il Cinico si è mentalmente detto che questi atleti puri di Olimpia non sono affatto, alla resa dei conti, più sportivi e dediti al fair-play di quanto non lo siano i sempre vituperati calciatori del circo miliardario. Almeno, secondo il Cinico, non erano migliori per quanto concerneva il rispetto delle decisioni arbitrali e il riconoscimento della superiorità dell’avversario. Bastava vedere gli schermidori, ma è giusto un esempio, come levavano entrambi il pugnetto esultante dopo ogni assalto, anche quando ben sapevano di aver subìto, e non inferto, la stoccata. In questo il Cinico li trovava in tutto e per tutto identici a quei calciatori che baccagliavano per una rimessa laterale, rivendicandone il possesso anche quando erano ben consci di esser stati loro a buttar fuori il pallone; o a quei difensori che alzavano il braccino per istigare il guardalinee a segnalare il fuorigioco ogni volta che gli avversari si approssimavano pericolosamente alla porta.
Da tifoso, anche il Cinico si era lamentato di certi furti patiti dagli italiani, di certo nella scherma e probabilmente anche nella ginnastica. Ma non poteva per altro verso dimenticare quell’armeno-svedese che aveva impancato una sceneggiata contro il nostro lottatore olimpionico, che lo aveva sconfitto in semifinale per una penalizzazione che appariva davvero capziosa e strumentale. Quello svedese acquisito aveva la sgradevole faccia levantina del ladruncolo lombrosiano e si era comportato da vero cafone. Ma forse neppure lui aveva tutti i torti, se ci fermiamo alla sostanza della decisione arbitrale. Eppure, quel suo gettare per terra la medaglia di bronzo, così come lo sfasciamento delle panche ad opera del nostro cittì della scherma, rientrava in quella galleria delle proteste smodate che, se viste su un campo di calcio, facevano gridare allo scandalo i moralisti sempre pronti ad accusare gli atleti di aizzare irresponsabilmente le folle.
Quel che poi colpiva di più il Cinico era il fatto che gli atleti non solo contestavano i giudizi o le decisioni arbitrali, ma lo facevano sempre con una foga sdegnata e con una dietrologia sistematica. Non era neppure pensabile che un giudice o un arbitro sbagliassero: erano sempre degli strumenti consapevoli di un disegno politico, economico o mafioso che aveva già predisposto i nomi dei vincitori e quelli dei piazzati. Accuse che, ancor più di quanto avvenga nel calcio, venivano palesate senza mezzi termini da commentatori, cronisti, tecnici e atleti.

Poco abituato a rimuginare in solitaria sulle proprie intuizioni, il Cinico ha dato un colpo di telefono al Savio, nel tardo pomeriggio di lunedì, per farlo partecipe di queste considerazioni e contestare il presunto primato morale degli atleti di Olimpia.
«Quel che dici è vero – gli ha risposto il Savio – ma è anche spiegabile. Qui ci sono sport in cui il risultato è interamente confezionato non da eventi oggettivi (un tempo, una misura, un gol, un canestro) ma dai voti soggettivi dei giudici: è quanto avviene nella ginnastica, nei tuffi, nel nuoto sincronizzato… Ovvio che sia semplice fare pastette, ma ovvio anche che sia facile sospettare di iniquità qualunque giudizio. Poi ci sono sport, come la scherma e il pugilato, in cui comunque gli arbitri sono in grado di condizionare sensibilmente il verdetto, perché intervengono a sancire o annullare ogni punto valido. È un potere molto superiore a quello di un arbitro di calcio che, come noi ben sappiamo, difficilmente può rovesciare da solo l’esito di una partita non perfettamente in equilibrio».
Il Cinico ha biascicato qualche obiezione. Ma il Savio ha insistito: «Tieni poi presente che stiamo parlando di sport le cui gare, salvo che durante i Giochi, non passano in televisione. In linea di massima si tratta di discipline condizionate da potenti apparati che fanno e disfano le classifiche, senza la scomoda luce dei riflettori e senza testimoni. Sono sport poveri, dominati dai loro padroni organizzatori che guardano agli interessi politici, perché privi del contrappeso rappresentato dalla valenza economica».
Il Cinico ha sostenuto che il Savio, ossessionato dai favoritismi ai padroni di casa cinesi, si stava esageratamente ergendo ad avvocato difensore degli atleti sconfitti. «Furti ed errori li vedo anch’io – gli ha detto – Ma non puoi giustificare questo ricorso sistematico alla protesta plateale e incivile. Fra l’altro, non è da te».
L’osservazione ha toccato il Savio, che in effetti in genere detesta parlare di furti arbitrali e, salvo prove contrarie di clamorose evidenza, tende a dare per buoni e giusti tutti i verdetti dei campi. Ma questo, ed entrambi lo sanno, vale in tutte le competizioni in cui non esiste un paese organizzatore. Perché in quel caso, vittima del pregiudizio, il Savio non ci vede più e tende a sconfessare qualsiasi esito anche solo vagamente sospetto e a bollarlo come truffa.

Con parole caute e discorsi un po’ involuti, il Savio, in qualche modo, ha ammesso questa sua debolezza. Al che, impietoso, il Cinico gli ha rifilato la stoccata che aveva in serbo: «Hai tanto gufato contro i padroni di casa, che proprio quel campione cinese degli ostacoli che avevi sognato di non vedere sul gradino più alto del podio si è dovuto ritirare ancor prima di partire nella batteria per un banale infortunio. Lo avevi nominato e gliel’hai tirata, caro mio!».
Il Savio ci è rimasto male. Un po’ perché detestava sentirsi dare dello iettatore (ma lui, razionale fino al midollo, detesta che tali patenti vengano affibbiate a chiunque, in verità), ma soprattutto perché, nonostante tutto, gli era davvero spiaciuto che l’idolo locale Liu si fosse ritirato senza poter gareggiare, vittima anch’egli di una fragilità che nessuno poteva sospettare. «Io sognavo di vederlo superato in finale dal cubano Robles – ha spiegato con la voce triste – Io vorrei gare pulite e atleti che partono alla pari, contando solo sulle proprie qualità. I colpi di sfiga, francamente, non mi fanno per nulla gioire».
Era una tesi che in bocca al Savio suonava impeccabile. Ma stavolta, chissà perché, il Cinico non è riuscito a credergli fino in fondo.

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L’altra metà del cielo

Martedì 19 agosto, pomeriggio

Se il Cinico era riuscito a mettere in una certa difficoltà dialettica il Savio, questi avrebbe poi rimpianto quella chiacchierata, tutto sommato tranquilla, poche ore dopo. In una fase di stanca delle gare, infatti, gli è toccato affrontare la Santa, sua moglie, dibattendo della reiterata questione della supremazia femminile in campo italico.
La Santa, come già tanti, gli ha infatti fatto notare che, al tirar delle somme, le atlete azzurre avevano colto nel complesso risultati ben migliori dei loro colleghi maschi. «Soprattutto – ha sottolineato – ci hanno regalato i veri personaggi italiani da copertina: la Vezzali, la Pellegrini, la stessa Filippi che non è arrivata all’oro ma è stata fantastica. O quella splendida e imprevista judoka che ha finalmente sbaragliato le avversarie dopo anni di piazzamenti».
I risultati nudi e crudi confermavano più o meno le tesi della Santa, la quale aveva poi certamente piena ragione per quanto riguardava l’impatto mediatico delle ragazze vincenti. Nondimeno, il Savio era ben deciso a contrastare le semplicistiche conclusioni della moglie sulla base di argomentazioni complesse ma fondate sulla verità.

«Le donne italiane hanno meno concorrenza rispetto agli atleti uomini. Lo sport al maschile è molto più universale. In campo femminile moltissimi paesi sono del tutto assenti, o presenti in modo quasi simbolico, sulla scena sportiva internazionale» ha spiegato il Savio.
La Santa ha protestato, sostenendo che il marito cercava di mescolare le carte proponendo tesi fragili e tendenziose. Al che, il Savio è partito con uno dei suoi lunghi discorsi fatti di citazioni e memoria storica.
«Cominciamo col dire che i paesi arabi di fatto non hanno atlete – ha argomentato – Una mutilazione apparentemente non molto significativa, dato che si tratta di entità sportive non temibili neppure in campo maschile, ma che diventa importante se la estendiamo a tutta l’area islamica. Per esempio, i nordafricani sono presenti in modo massiccio e spesso vincente in gare dell’atletica e in altre varie competizioni, mentre le nordafricane sono quasi assenti, con la storica eccezione dell’algerina Boulmerka e qualche atleta marocchina di buon calibro, a conferma del fatto che il Marocco è il paese del Maghreb più sensibile alla condizione della donna».
«Ma grandi disparità sessiste nella pratica sportiva esistono anche in altri stati, meno sospettabili dal punto di vista religioso – ha proseguito il Savio – Eppure, ci sono tradizioni culturali che incidono a lungo e che dal passato proiettano le loro conseguenze fin sulla modernità. Pensa per esempio a un caso curioso che riguarda il Sudamerica. Nei grandi sport di squadra, in campo maschile, Brasile e Argentina si sono grosso modo equivalsi nell’ultimo mezzo secolo: più vincente il calcio brasiliano (ma spesso non più forte), fasi alterne nella pallavolo (oggi meglio il Brasile, ma fino agli anni ottanta fu dominante l’Argentina) e ancor più nel basket, con gli argentini egemoni fino agli anni sessanta, un discreto Brasile negli anni settanta-ottanta (mai vincitore in campo mondiale, peraltro) e poi la grandissima Argentina di questo inizio secolo. In campo femminile, negli stessi sport, le brasiliane sono ai vertici assoluti in calcio e pallavolo, da tempo, e se la cavicchiano nel basket; le argentine non esistono, non hanno partecipazioni olimpiche o mondiali se non nel calcio, dove peraltro sono una delle squadre materasso del torneo. Evidentemente la società argentina, meno multietnica e più legata al tradizionale maschilismo, inibisce di fatto alle donne la pratica sportiva».
«Infine – ha concluso trionfalmente il Savio – potrei citarti il caso dell’Africa nera. I grandi corridori degli altipiani etiopi e kenyoti hanno incominciato a fare incetta di medaglie, nel fondo e nel mezzofondo, fin dagli anni sessanta, senza mai smettere di vincere. Le loro donne si sono affacciate alla ribalta solo verso la fine del secolo passato, e giusto ieri il Kenya ha vinto il primo oro femminile della sua storia. Con una quarantina di anni di ritardo rispetto a quanto fecero gli uomini».
La Santa ha scosso la testa, non rassegnata. «Sarà anche vero che in alcuni stati le donne sono sportivamente marginali, vittime di una discriminazione che investe tutti i settori della vita. Ma mi pare che, al femminile, ci siano delle grandissime potenze: le americane, le caribiche, le europee dell’Est, ora le cinesi che vincono tutto. Non è affatto semplice primeggiare, per le atlete italiane».
«Ma quel che dici non fa che confermare il mio discorso. Le grandi potenze prosperano sulle medaglie femminili proprio perché la concorrenza è minore ed è più facile imporre un dominio assoluto. Negli uomini qualcosa devi sempre concedere ai talenti naturali che possono nascere ovunque. Nelle donne assai meno: le vincenti escono quasi sempre da una programmazione studiata, da una selezione accurata. Non è un caso se l’Urss, la Ddr e tutti i paesi del Patto di Varsavia rimpinguarono alla grande i loro medaglieri, negli anni gloriosi, soprattutto con le vittorie femminili. E lo stesso sta avvenendo oggi con la Cina, che tra le donne vince quasi tutto, mentre in campo maschile è ancora lontana dall’imporre un’effettiva supremazia, se si eccettuano quei due-tre sport in cui ha grande tradizione».

Per quanto fosse ancora non del tutto convinta, la Santa ha accettato di non replicare e di lasciare l’apparente vittoria dialettica al Savio.
Il quale, peraltro, ascoltando quel che lui stesso diceva ha dovuto riconoscere che forse, in ultima analisi, ad aver ragione doveva essere soprattutto il Cinico. Perché quello sterminio di medaglie al femminile degli ex paesi comunisti e della grande potenza cinese erano figlie non solo della minor concorrenza, ma anche della maggiore adattabilità del corpo femminile a sperimentazioni ormonali e a manipolazioni genetiche in grado di sovvertire i valori in campo.
In ogni caso, restava sicuro, almeno per il Savio, che le nostre splendide ragazze avevano in effetti un qualche vantaggio rispetto ai maschietti. Il che, peraltro, al Savio non dispiaceva assolutamente. Se non altro, per una volta, questo tipo di risultato sportivo ci concedeva il lusso di considerarci paese culturalmente evoluto e socialmente avanzato. Più della tanto osannata Spagna, per dire.
 «Gli spagnoli vincono tutto – ha pensato il Savio – Ma sono evidentemente prigionieri del loro machismo. Tutti conosciamo i calciatori, i cestisti, persino i pallavolisti; e poi Nadal e i suoi fratelli tennisti, Contador, Freire, Sastre, Sanchez e tutti i ciclisti vincenti. Sono quasi egemoni, nei grandi sport popolari, i maschi spagnoli. Ma chi sa citare il nome di una grande campionessa, o di una grande squadra femminile, appartenente al meraviglioso paese zapateriano delle pari opportunità?».
Lo sport ha tempi lunghi, che non ingannano. E i risultati, o i fallimenti, si vedono a distanza di anni. Anche sotto la crosta degli imbellettamenti esagerati.

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I mercenari

Mercoledì 18 agosto, pomeriggio

Contrariamente al Savio e, almeno in parte, al Cinico, il Mago non è quasi per nulla toccato da quella fobia anticinese alimentata dalla bulimia di medaglie dei poco ospitali padroni di casa.
Non perché abbia qualche simpatia per il celeste impero o perché trovi tollerabili le periodiche soperchierie perpetrate a vantaggio degli atleti e delle atlete di casa, ma semplicemente perché lui di vittorie cinesi ne ha viste davvero poche. Certo, il medagliere lo vede anche lui, così come leggiucchia le cronache sui giornali; ma un conto è sapere una cosa per sentito dire, altro è prenderne visione in presa diretta, con tutte le aggravanti connesse.
Fortunatamente per lui, il Mago non è certo tipo che si perde dietro al sollevamento pesi o ai tuffi, alla ginnastica o al ping-pong, e in genere a quelle specialità in cui gli atleti di casa hanno fatto incetta di ori in serie. Per lui, stando a quel che si è soffermato a gustare, i cinesi hanno semplicemente fatto sensibili progressi, guadagnato molte finali, strappato qualche medaglia. Ma, a pensarci, non deve neppure mai aver sentito risuonare l’inno cinese alle premiazioni dei vincitori.

Questo non significa che il Mago sia esentato dall’avere momenti di sconforto e di depressione. Se ne è reso conto martedì pomeriggio, giusto alla fine di una giornata di atletica in cui, per altri versi, si era parecchio divertito.
Aveva visto il suicidio della favorita Sanya Richards sui quattrocento, letteralmente saltata per aria ai tre quarti di gara e infilata sul rettilineo come il proverbiale tordo. Si era sbigottito con l’inciampo alla penultima barriera di un’altra favorita, Lolo Jones, che aveva buttato la gara dei cento ostacoli a una vincitrice incredula, così come felici e meravigliate erano le due imprendibilissime piazzate (tanto che, poi, il Mago si era quasi commosso di fronte alla fanciullesca gioia di quel trio di ragazze sul podio che ridevano allibite: una speranzosa nella medaglia ma giammai nella vittoria, le altre assolutamente tagliate da fuori da qualunque pronostico).
«Risultati a sorpresa che sarebbero piaciuti anche al Cinico, casomai avesse avuto la saggezza di guardare queste gare» ha commentato il Mago alla moglie. E, a parte questi sghiribizzi del destino, si era gustato gare tirate, incerte e di buono spessore tecnico.
Poi, appunto all’ultima gara, aveva sofferto il tradimento. Proprio nei millecinque, la “sua” gara, quella che preferiva in assoluto; non solo perché l’aveva corsa (e con risultati neppure disprezzabili) da ragazzino, ma perché adorava queste competizioni di mezzofondo che si esaurivano nei tempi giusti, non troppo flashate come l’inestricabile velocità né tediose come certe sgroppate nel fondo, e poi perché richiedevano ad un tempo potenza atletica e saggezza tattica.
Proprio lì, in una gara che aveva tutti i requisiti per entusiasmarlo, corsa bene, incerta, combattuta, proprio lì aveva subìto l’insulto, vedendo alfine sfilare prima sul traguardo una maglia non nobile sulla quale campeggiava la scritta Baharain. Poi il vincitore aveva portato a spasso per il giro d’onore quella bandiera sconosciuta, ignota agli appassionati del mezzofondo.
E sarà bene chiarire ai meno informati, che stavolta non si trattava di una sorpresa. Il vincitore era un eccellente mezzofondista marocchino, ovvero un compatriota degli Aouita ed El Guerrouj che avevano scritto la recente storia di questa gara. Solo che, per ragioni meramente economiche, aveva da tempo acquisito la nazionalità di uno staterello petrolifero che si era così acquistato la sua fetta di gloria olimpica.

Questa è la vera sofferenza del Mago: la debordante presenza, nei Giochi, di atleti mercenari che gareggiano per paesi che nulla hanno a che vedere con la loro terra d’origine, quella in cui sono cresciuti e persino con lo stato in cui trascorrono la maggior parte della loro vita attuale.
Sappiamo, fin dai tempi dei Mondiali tedeschi, che il Mago ha più volte criticato l’eccesso di contaminazione etnica nel calcio. Da un lato perché imbastardisce le tradizioni tecnico-tattiche delle varie scuole, dall’altro perché (a dispetto delle illusioni dei politicamente corretti) rappresenta un’eterna spoliazione di tipo colonialista dei migliori talenti (in questo caso sportivi, come in altri ambiti lo è di intelligenze) operata dai paesi ricchi a danno di quelli poveri.
In ogni modo, a ben vedere, nel calcio il fenomeno ha ancora una dimensione digeribile e motivazioni in parte accettabili. I naturalizzati, in prevalenza, sono immigrati di seconda o terza generazione, oppure ragazzi che da anni risiedono nella loro nuova patria, dove sono arrivati per motivi non legati alla pratica sportiva. Alla fin fine, pur restando vero che si tratta di un trafugamento di risorse, siamo nell’ambito di un normale fenomeno legato ai grandi flussi migratori e alle esigenze della globalizzazione.
Certo, agli ultimi Europei faceva un certo effetto vedere dei polacchi con la maglia tedesca che segnavano i gol decisivi per battere la nazionale dei polacchi con maglia polacca, così come turchi rivestiti del rossocrociato svizzero provavano vanamente a eliminare i turchi con la mezzaluna. Ma i protagonisti di questi episodi erano figli delle contraddizioni del nostro tempo, uomini sospesi tra più patrie, con uno spirito apolide o con pluralità di appartenenze; gente che poteva sentirsi a casa, e a ragione, un po’ di qua e un po’ di là, e forse soprattutto da nessuna parte.
Alle Olimpiadi, invece, siamo di fronte a un vero e proprio sconcio che non trova giustificazioni plausibili. Si vedono neri correre per tutti i paesi scandinavi, caraibici innervare la nazionale atletica della Spagna, cinesi italiane e cinesi austriache che si sfidano nel tennistavolo. Soprattutto, si vedono atleti di buona levatura, in qualunque sport, gareggiare misteriosamente per questo o quell’emirato: sollevatori di pesi o lottatori ex sovietici, fondisti kenyani, mezzofondisti marocchini, tutti rivestiti con le divise dei vari Qatar, Oman, Baharain e altre entità inesistenti create ad arte dalle compagnie petrolifere per meglio tutelare i propri affari.
Apparentemente si tratta di fenomeni diversi. Perché nel caso dei vari emirati siamo di fronte al puro e semplice acquisto di campioni, pagati profumatamente per cambiare nazionale e portare un po’ di gloria sportiva ai signorotti locali (quasi sempre presidenti delle varie federazioni, fra l’altro). In altri casi, come per gli spagnoli, gli scandinavi o le stesse nazionali femminili italiane, siamo di fronte ad atleti o atlete che spesso con la combinazione di un opportuno matrimonio (come avviene per le nostre ormai ridondanti cubane) si trasferiscono in una nuova, e più confortevole, patria.
Ma in realtà, almeno secondo il Mago, siamo di fronte alla stessa disinvolta cialtroneria di chi vuol farsi bello di piume non sue e approfitta della fame dei meno fortunati per comprarne l’anima a poco prezzo.

Tutto questo al Mago non piace. Per fortuna, salvo sgradevolissime eccezioni come quella cui aveva appena assistito, questi mercenari non vincono quasi mai.
Ma deve essere anche per questo che, al fondo, il Mago non prova una grande insofferenza nei confronti dei cinesi. Sarà perché sono tanti già di loro, ma quando li vedi gareggiare non hai dubbi sulla loro appartenenza etnica. Quantomeno, in questo possiamo essere certi che i padroni di casa non hanno rubato niente a nessuno.

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Le Olimpiadi volgono lentamente al termine, anche se alcuni dei titoli più prestigiosi e affascinanti verranno assegnati proprio nei giorni conclusivi.
Al Savio manca un po’ quel tourbillon dei cento sport da seguire, ma se non altro è alleviato nel suo compito di annotarsi le grandi imprese e gli spunti più interessanti per non farsi cogliere impreparato nel momento in cui tutti insieme commenteranno gli esiti di questa edizione. Il Cinico, meno allenato con la memoria e meno partecipe, fatica a fissare il ricordo di quel che vede.
Per il Mago è tutto molto più facile e più divertente, specialmente in questa seconda settimana. In definitiva la sua Olimpiade è fatta soprattutto di atletica, di un pizzico di nuoto (che è finito), di sport antichi come il ciclismo e il pugilato. E poi, naturalmente, dei grandi tornei a squadre, dai quali pilucca voglioso il meglio. Questi ultimi giorni sono perfetti: meno densi, meno caotici, liberati da tante discipline minori ma comunque nobili e perciò degne di un minimo di attenzione come la scherma, il tiro, la ginnastica, il canottaggio. Anche perché il Mago non è certo tipo da farsi distrarre da quei finti sport commerciali che altro non sono che parodie di giochi da spiaggia o comiche imitazioni dei musical acquatici di Esther Williams.

Gli resta persino del tempo per pensare al mondo e a quel che accade lontano dagli impianti dei Giochi. E siccome non è prevenuto contro i cinesi, è riuscito a leggere a modo suo quel brutto fatto dell’infanticidio milanese avvenuto l’altro giorno.
Si trattava di quella storia, due colonne in cronaca, di una donna cinese residente a Milano che aveva scaraventato dalla finestra, e ucciso, un neonato di tre giorni, affidatole dalla madre, teoricamente sua amica. L’omicida sosteneva di aver agito per gelosia, ritenendo che il bambino fosse figlio del suo stesso marito, amante dell’amica. Per vendicarsi, aveva scelto la barbara punizione del più debole e del più innocente fra i protagonisti della vicenda.
Vi era certamente una vena di follia alla base del gesto, che nulla poteva giustificare. Ma il Mago si è domandato, rispondendosi facilmente, se quel neonato non si sarebbe salvato se fosse rimasto con la madre, anziché essere affidato alla presunta amica. Il dettaglio che tutti sembravano trascurare era che la madre, immigrata regolare e cameriera in un ristorante, aveva dovuto rientrare al lavoro giusto un paio di giorni dopo il parto, e si era quindi arrangiata a sistemare il figlio nel modo che, tragicamente, le era sembrato più opportuno.
Non sappiamo neppure se il ristoratore e datore di lavoro della donna fosse un cinese o un italiano. E qualcuno potrà lavarsi la coscienza dicendo che la fresca madre era ritornata al suo compito spinta da quello stakanovismo cinese che non concede pause.
Può essere tutto vero. Ma il Mago si è chiesto quale paese possa mai essere quello in cui un imprenditore può impunemente accogliere (o costringere a tornare) al lavoro una donna che ha partorito da due giorni. Senza che ci sia una sola voce di scandalo, senza che un moto di sdegno umano e civile sottolinei che questo piccolo particolare, forse, ha avuto tanta parte nel rendere possibile la tragedia.

“Che paese siamo diventati?” si domanda il Mago.
Poi, conoscendo benissimo la risposta, preferisce soprassedere.
Lo sa benissimo, in che paese sta vivendo. Almeno fino a lunedì, farà finta di ignorarlo.

Postato da: abbaxiano a agosto 20, 2008 19:28 | link | commenti
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lunedì, 18 agosto 2008
LANTERNE ROSSE

Lunedì 18 agosto, mezzodì

Le Olimpiadi assomigliano al palazzo del signore cinese dei tempi andati. Tante porte, tante mogli, la possibilità di far accendere le lanterne per indicare quale porta si dovrà aprire per far uscire la favorita di una notte.
E dietro ogni porta si nasconde una sorpresa diversa. Sempre nuova, per quanto si creda di conoscerla anche troppo bene. E diverse sono le emozioni e le gioie che ciascuna porta, schiudendosi, può dare al fortunato signore.

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Stato di polizia

Venerdì 15 agosto, pomeriggio

Immaginate di passeggiare in una strada della capitale d’Italia, nel pomeriggio di un giorno infrasettimanale prossimo al Ferragosto. Poca gente, ma un discreto movimento di quartiere. Sulla gradinata di una chiesa sta seduta una ragazza: jeans e maglietta, scarpe basse, sguardo assorto. A nessuno di voi, considerando l’orario, il luogo e l’abbigliamento, verrebbe mai in mente di scambiarla per una prostituta, supponiamo. Beh, ai poliziotti italiani la prima cosa che viene in mente è proprio quella: che la ragazza abbia scelto quell’insolita base per adescare i rari passanti offrendo loro sesso a buon mercato.
Naturalmente, e finora non ve l’abbiamo detto, un pensiero del genere può venire in mente solo a patto che la ragazza, come nel caso in questione, sia una giovane immigrata; nella fattispecie una sudamericana, peruviana per la precisione. Allora diventa chiaro che l’ipotesi, altrimenti assurda, si fa credibile. A patto, ovviamente, di avere una solida base di pregiudizi razzisti cui conformare intuizioni e comportamenti.
Poi, come nel caso di cui si parla, si può scoprire con immediatezza e disappunto che la ragazza vive da anni in Italia, è una studentessa che ogni tanto fa la baby-sitter o la cameriera per mantenersi, che si è inserita nel tessuto sociale, tanto da essere persino una catechista nella parrocchia sui cui gradini si è seduta ad aspettare un’amica, che ha una biografia quasi identica alla sua. Il poliziotto che l’ha fermata, però, mica si scusa: ci mancherebbe, lui ha tratto le ovvie conclusioni che gli suggerivano l’esperienza e le radicate convinzioni. Quindi la maltratta, la vessa, si comporta da stronzo, anche se tutto potrebbe essere chiarito in pochi minuti. E quando la ragazza pretende di denunciare l’accaduto, il solerte tutore dell’ordine se la rifà con l’amica che, sciagurata, è arrivata all’appuntamento senza tutti i documenti in tasca. Allora la ferma, la sbatte in gattabuia con prostitute vere, spacciatori, ubriachi e matti in libertà, la trattiene per una quindicina di ore per accertamenti e, sicuramente a malincuore, la si libera la mattina dopo. Così imparano, queste puttane extracomunitarie. Perché per il razzista sono puttane, anche se non esercitano la professione.
Dovrebbe essere una storia estrema, anche se già sappiamo che è vera. Temiamo che non lo sia, considerando quanto il razzismo si sia ormai saldamente radicato nella nostra società. Di certo, in alcuni membri o in alcuni gruppi è talmente radicato da essere diventato una fede.

Apprendendo questa notizia, il Mago ha riflettuto immediatamente che la sgradevole storia delle ragazze peruviane aveva qualcosa a che fare con le Olimpiadi. Contro ogni apparenza, lui un nesso ce lo vedeva.
Perché in questi ultimi tempi il Mago ha assistito, con crescente fastidio, alla beatificazione sistematica di forze dell’ordine, poliziotti, carabinieri e tutti quanti indossino una divisa e portino delle armi. Non c’è bisogno di essere dei pacifisti inveterati o dei rivoluzionari sottotraccia per provare un certo disagio di fronte a questa nube di incenso. Semplicemente il Mago, che pure non è mai stato uno uso a tirar porfidi o sputazzi sui tutori della legge, trova che la nube cominci a effondere un effluvio stomachevole.
Le cose vanno anche peggio se si pensa all’esaltazione militaresca di una parte della nostra classe politica. O forse di un uomo solo, quel vecchio arnese fascista e luciferino che ha trovato il ministero giusto e la chiave mediatica per soddisfare la sua giovanile voglia di colonnelli. Sia come sia, il tipo ci ha riempito le città di militari, cui affida compiti di vigilanza, sorveglianza e ordine pubblico che, in un paese civile, vengono svolti da altri corpi. Non contento, vorrebbe che le forze armate si occupassero anche delle morti sul lavoro, probabilmente dell’evasione fiscale, magari di spegnere gli incendi domestici e recuperare i gatti sugli alberi. Così, tanto per abituarci a una quotidiana convivenza con le nostre truppe.
Il Mago ci vede molto fascismo, in tutto questo. E ritiene che alla beatificazione di militari e poliziotti (ma anche finanzieri, carabinieri, forestali…) contribuisca parecchio la melassa olimpica. In definitiva quasi tutte le nostre medaglie vengono da lì, dalle sezioni sportive dei vari corpi delle forze dell’ordine e delle forze armate. Che, quindi, sono automaticamente benemerite per la gloria patria.
Secondo il Mago non sarebbe male ricordare che poliziotti sono anche quei macellai della Diaz e di Bolzaneto, quelli che arrestano una ragazza perché straniera e perciò sicuramente puttana, quelli che brutalizzano e umiliano gli arrestati abbandonandoli in condizioni subumane sui pavimenti delle celle.
Al Mago piacerebbe che ci ricordassimo, come minimo, che la verità ha molte facce. E che evitassimo di scordarcene qualcuna secondo il comodo del momento.

D’altra parte un’Olimpiade, come ogni grande evento sportivo, si presta moltissimo al passatempo nazionale del salto sul carro del vincitore. È un’antica tradizione, in cui da sempre eccellono i politici e i funzionari delle federazioni sportive; i quali, il più delle volte senza alcun merito, pretendono la loro cospicua fetta di gloria.
Quest’anno, però, si sta un po’ esagerando con le strumentalizzazioni, pare al Mago. Degli amanti delle divise si è già detto. Ma come dimenticare i deliri di quei parlamentari o sindaci o governatori leghisti che hanno visto nelle prime medaglie italiane, a prevalente provenienza lombardo-veneta, il viatico per la creazione della grande nazione padana, vincente nello sport e nell’economia, da tenere ben separata da quella terronaglia assistita che non è neppure capace di guadagnare qualche podio olimpico? Robe da pazzi, che lasciano il tempo che trovano? Mica tanto, perché sotto sotto la gente ci crede, e certi concetti astrusi fanno in fretta a passare e a meritare dignità.
Poi abbiamo avuto i costruttori di armi e i fautori dello sparo libero, tutti felici di sottolineare come le nostre medaglie ai poligoni non siano che la punta di un iceberg. Il Mago ha sentito con le sue orecchie i telecronisti Rai dire che è giusto che vinciamo le gare, visto che il mondo del tiro è cosa nostra, perché pistole e fucili provengono dalle nostre gloriose fabbriche che esportano in tutto il mondo (non solo armi sportive, ovviamente, ma anche quelle che servono per accopparsi nelle guerre locali di cui volentieri ci dimentichiamo e nelle quali fingiamo sempre di ignorare che abbiamo un ruolo preciso).
E poi i cantori dei buoni sentimenti, i cronisti che vogliono fare dell’Olimpiade la perfetta vetrina in cui esibire una gioventù sana, pulita, attaccata a solidi valori tradizionali. In quante interviste, il Mago, ha sentito il lezzo insopportabile dei richiami a dio patria e famiglia, conditi in tutte le salse. Quante volte si è abbattuto per quel richiamarsi ad aiuti dall’alto, ora religiosi ora paganeggianti, o alle proprie radici parentali.
Anche qui il Mago pensa sia bene ricordare che gli atleti, anche quelli belli e vincenti, non necessariamente sono dei guru o dei modelli. Lo dimostra con palese evidenza, la vicenda dei premi di cui i nostri medagliati pretendono la detassazione. «Se i premi sono bassi, si alzi l’ammontare – protesta il Mago, a quanto pare inascoltato – L’effetto pratico è lo stesso: dare qualche soldo in più a questi atleti che certo non navigano nell’oro. E non si tratta certo di uno scandalo. Ma, in linea di principio, è invece obbrobrioso far passare il concetto della detassazione. Tanto per ribadire, ancora una volta, che le tasse mi rubano qualcosa cui ho diritto, che sono una vessazione, un’attività predatoria dello stato patrigno; e non, come dovrebbe essere, lo strumento fondamentale della convivenza civile e della società solidale».
Alcuni atleti sono veri campioni, maestri di sport. Non per questo, pensa il Mago, dobbiamo farli diventare degli esempi di vita.

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Gli intenditori

Sabato 16 agosto, pomeriggio

A parte le considerazioni politiche e civili, per il resto il Mago se la sta godendo parecchio, in questi giorni. Merito suo, perché ha trovato il coraggio di coniugare la sua abituale indolenza e l’amore per i ritmi lenti con qualche sperimentazione più azzardata. Senza stravolgersi i ritmi, ma scoprendo nuovi orizzonti.
Per esempio, e il fatto è veramente sorprendente, si è abituato anche lui a seguire un po’ di Olimpiadi utilizzando i canali in streaming della Rai sul web. Non l’avrebbe mai detto, perché la cosa gli sembrava una inutile perversione da maniaci dell’urgenza informativa; poi però, quasi per caso, ha fatto un paio di prove e ha scoperto che gli si schiudeva un mondo.
Naturalmente il Mago non usa lo streaming alla maniera del Savio, che insegue finali e medaglie, di qualunque disciplina, negate dalle dirette televisive troppo italocentriche o appiattito su nuoto, atletica e poco altro. Il Mago non rimbalza dalla tv al computer come fa il suo onnivoro e affrettato amico. Lui si limita a trasferirsi armi e bagagli in studio e a ricorrere alla rete quando una grande partita di qualche torneo o un evento a suo giudizio particolarmente gustoso vengono ignorati. Ma non va lì per dare un’occhiata: si prende tutto il tempo possibile, guarda, si lascia rapire da quelle visioni mute che sbrigliano la fantasia e la capacità interpretativa.
In seguito, il Mago ha anche scoperto che può utilizzare i canali Rai in streaming come riempitivo in quelle mezzorette in cui non c’è nulla di imperdibile. Perché lì trova sempre un canale dedicato ai match di pugilato, e in questo modo ripristina quell’antica abitudine che si è oggi purtroppo perduta. Un tempo, infatti, questi buchi tra grandi eventi venivano sempre coperti con un bel collegamento con la boxe: i match dilettantistici durano neppure un quarto d’ora, per cui ne venivano mostrati un paio (chi c’era c’era, e magari capitava di scoprire qualche sconosciuto che sarebbe diventato famoso) mentre il telecronista aggiornava sull’andamento generale del torneo. Oggi il pugilato è considerato poco trendy, per cui in queste pause sfilano di solito spezzoni dell’inguardabile beach-volley, che il Mago detesta.
Grazie allo streaming, è riuscito a fare un personale viaggio indietro nel tempo che gli fa riscoprire antichi gusti e rituali.

In ogni caso, il re della navigazione olimpica resta il Savio. Che non solo si guarda parecchi spezzoni di gare sui canali streaming, ma utilizza il sito ufficiale per programmarsi giorno per giorno i suoi personalissimi calendari, andando poi a scovare che cosa viene trasmesso dalle varie emittenti televisive e che cosa, invece, deve acconciarsi a cercare di nuovo nella rete.
Non si pensi, però, che il Savio sia esclusivamente dedito a un continuo sfruculiamento dell’universo informativo e mediatico. anche lui ama prendersi le sue pause, e ha persino conosciuto il piacere di scoprirsi raffinato intenditore di sport tipicamente olimpici dei quali, di norma, conosce a malapena l’esistenza.
In questo senso, lo sport che finora gli ha dato le maggiori soddisfazioni è stata la scherma. E non ci si riferisce qui alle soddisfazioni del tifoso appagato dalle medaglie italiane (meno di quelle che si sarebbero meritate, fra l’altro). E neppure ci si riferisce all’infinita gioia che ha provato durante la finale di sciabola femminile a squadre, quando le cinesi, avanti di una mare di punti, si sono clamorosamente impappinate contro le pur non eccelse ucraine sino a farsi rosicchiare tutto il vantaggio e a perdere la medaglia d’oro proprio all’ultima stoccata. Con il conforto, fra l’altro, di una giuria che, per una volta, ha rifiutato di dar ragione alle cinesi (che in effetti avevano torto) sul penultimo, contestato, assalto dell’incontro.
Queste gioie sono intense, ma effimere. Quel che appaga davvero il Savio è l’essere arrivato a distinguere le tecniche e le regole delle varie armi. Ora disserta col sussiego dell’esperto sull’eccessiva foga che caratterizza la sciabola, arma in cui tirare la botta dritto per dritto risulta spesso tattica vincente. Molto meglio, secondo il Savio, le altre armi: più razionali, più tecniche, basate sui riflessi e sull’agilità.
Fattosi una cultura, ha clamorosamente rivalutato questo sport che all’inizio dell’Olimpiade snobbava in parte, timoroso soprattutto delle soperchierie dei giudici. Oggi, non solo cita la vittoria delle ucraine come uno degli episodi più puliti di questi Giochi, ma enfatizza senza risparmiare iperboli la finale del fioretto maschile tra un valentissimo giapponese e uno schizzato ragazzotto tedesco, poi vincitore, come uno dei momenti tecnicamente più validi di tutta l’edizione olimpica.
Gli amici pensano che esageri. Ma il Savio è contentissimo di aver aperto una nuova porta della conoscenza. E il fatto di aver saputo apprezzare quello spettacolo di velocità e maestria schermistica gli sembra un accrescimento culturale da non trascurare.

Anche il Mago, ovviamente, tiene molto alla sua qualifica di esperto. Soprattutto quando si parla di certi sport, che lui ritiene di conoscere come pochi altri al mondo. In questi giorni, il suo grande momento lo ha vissuto con la finale dei cento metri maschili, quella che doveva essere una battaglia stellare e si è rivelata una manifestazione di prepotente superiorità tale da rasentare il ridicolo.
Venerdì mattina, rovistando tra le registrazioni notturne, il Mago non aveva visto tutte le batterie del primo turno. Per esempio, non aveva visto correre Bolt. Aveva però visto Powell e Gay, e tanto gli era bastato per un primo verdetto: «Questi due non vanno da nessuna parte. Troppo contratti, tesi, affaticati, poco sciolti. Non ci sono proprio».
Nel pomeriggio si era visto i quarti di finale. Il che gli era bastato per una nuova e più definitiva sentenza: «Se non si prende una sincope, Bolt vince in carrozza, rifilando metri di distacco agli avversari. Troppo superiore, troppo facile e naturale nella corsa rispetto all’arrancare degli altri».
Dopo le semifinali si era ulteriormente sbilanciato. «Quel Thompson mi sembra uno da podio. Anzi, a parte Bolt è quello che ha corso meglio, fin qui». E quando la Pasionaria, a sua volta fanatica consumatrice di atletica, gli aveva fatto notare che non le piaceva l’atticciato statunitense Dix, il Mago le aveva risposto: «Hai ragione. Ma è un tipico piazzato, un tignoso. Non vincerà mai nessuna gara, ma a forza di terzi e quarti posti è uno che sopravvive ai trial, va alle Olimpiadi e passa i turni. Uno che non molla mai e, anche se sgraziato, spinge sempre fino all’ultimo metro».
Per chi non lo sapesse, ricorderemo che Tyson Gay è uscito mestamente in semifinale. Asafa Powell, eterno perdente, è affogato in un anonimo quinto posto, prigioniero della sua avanzata priva di fluidità. Bolt si è trovato in testa con un vantaggio tale che ai sessanta metri ha iniziato a correre col busto piegato e la testa girata verso destra, a controllare avversari che non aveva; ai settanta metri ha lasciato cadere le braccia lungo il corpo per incitare con le mani aperte la folla all’osanna, come certi calciatori che corrono verso la curva; a dieci metri dall’arrivo ha preso a battersi il petto orgogliosamente nel gesto del trionfatore. Nonostante tutte queste disarmonie, Bolt non solo ha vinto ma ha dato una buona limata al record del mondo. Dietro di lui sono arrivati nell’ordine Thompson e Dix.
Bolt avrà fatto una grande impresa, ma ancora una volta il Mago si è sentito elevato sul gradino più alto del podio. Effettivamente, turno dopo turno, non aveva sbagliato nulla. E non poteva che esserne oscenamente orgoglioso.

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I soliti sospetti

Domenica 17 agosto, sera

Mentre il Mago e il Savio sono calati nella loro parte di intenditori sapienti e consumatori appassionati, il Cinico seguita a divertirsi recitando il ruolo dell’osservatore esterno. In realtà vede più gare di quanto confessi, ma in ogni modo resta ben lontano dalle abbuffate dei suoi amici.
In questi giorni ha maturato alcuni dubbi e perplessità circa l’effettiva pulizia dei verdetti e l’onestà degli esiti di molte competizioni olimpiche. Sono sospetti che scavano in profondità, ben oltre quelle reiterate lamentele del Savio che non vanno oltre la sottolineatura dei favoritismi arbitrali o dei largheggiamenti dei giudici a pro degli atleti di casa.
Il Cinico ha coltivato i suoi dubbi, in attesa di esternarli. L’occasione propizia gli si è presentata domenica sera, quando il gruppetto si è ritrovato per una di quelle finte cene dei giorni festivi, in cui si consumano avanzi rimodellati e, per solito, ci si dedica al calcio. Anche stavolta il pretesto era il calcio, con la visione di un paio di partite tra registrazioni pomeridiane e dirette serali che rappresentavano la riapertura delle stagioni in Inghilterra e in Spagna.
Ma il ritrovo calcistico ha preso subito un’altra piega. Di pallone agostano, per quanto ufficiale, c’era poca voglia; e puntualmente il Savio lo ha sottolineato, facendo presente che solo un perfetto imbecille poteva, fra l’altro, aver messo in calendario a Ferragosto, nel pieno delle Olimpiadi e delle vacanze, una superclassica della Bundesliga come Bayern-Amburgo per bruciarla nel turno inaugurale. E liquidata la questione dell’incompatibilità tra la piena estate e i grandi campionati calcistici, i nostri hanno ricominciato a parlare di Olimpiadi, azzerando il volume molesto del televisore.

La prima osservazione del Cinico aveva già la pesantezza della pietra tombale adagiata sulla credibilità della manifestazione tutta. «I cinesi rubano sistematicamente – ha osservato con sicurezza – E non mi riferisco alle decisioni arbitrali o alle benevolenze dei giudici, ma all’essenza stessa dei loro atleti. Froda, ne sono sicuro. Per esempio, sono certo che quelle ginnaste bambine non hanno l’età per partecipare alle competizioni agonistiche. E vorrei anche qualche verifica puntuale sul sesso di alcune sollevatrici di peso: veri maschi malamente truccati da donne come in certe commedie da oratorio».
«Forse sì, forse no – si è limitato a rispondere il Mago senza scaldarsi troppo – Magari i tuoi sospetti hanno fondamento, ma non è detto. Tieni conto che i dirigenti cinesi pescano il loro esercito sportivo in un mare sterminato, quale può essere una popolazione che rasenta il miliardo e mezzo. Ovvio che in un tal campionario umano ci puoi trovare di tutto. Ci peschi la nanetta mai cresciuta che usi per fare la ginnasta come la montagna umana da piazzare sotto canestro. Ci peschi l’agile sughero che galleggia sull’acqua e il muscoloso energumeno (maschio o femmina) da utilizzare nelle prove di forza. Volendo, credo che potrebbero pescare la donna barbuta o il nano con sei braccia».
Il Mago ha fatto una breve pausa, prima di concedere: «Poi, magari, può essere anche vero che certe caratteristiche fisiche naturali vengono debitamente assecondate con qualche artifizio chimico o genetico. Chiaro che possiamo anche sospettare che a quelle ragazzine pelle e ossa della ginnastica sia stato inibito lo sviluppo, così come possiamo ipotizzare cure ormonali senza limiti per certe donnone mascolinizzate. Il sospetto viene naturale. Ma, pensando a quel che dicevo prima, non possiamo essere certi che ci sia il trucco».

La risposta del Mago era sufficiente al Cinico per rilanciare con il secondo sospetto, che poi altro non era che un’estensione del primo.
«Forse il trucco c’è – ha risposto convinto – E se non riguarda i dati anagrafici alterati, di certo riguarda sapienti trattamenti chimici. Gli atleti cinesi, ma più le atlete, danno l’immediata impressione delle macchine da laboratorio, costruite col doping senza risparmio. Perché va bene trovare la donna forzuta o quella eterea tra un miliardo e passa di abitanti, come dici tu. Ma che dire di certi progressi di atlete apparentemente normalissime in specialità del tutto nuove per i cinesi? Penso al nuoto, per dire, dove di punto in bianco compaiono a frotte queste ragazze che infilano finali e podi venendo dal nulla. O la scherma, come altre discipline tecniche in cui il talento non si inventa dall’oggi al domani. Il sospetto mi nasce spontaneo. Anche perché ricordo troppo bene certe passate esperienze con atlete cinesi repentinamente ascese ai vertici».
«È vero, il passato facilita i dubbi – ha riconosciuto il Savio – Ricordo benissimo quelle fondiste cinesi che spuntarono dal nulla una quindicina di anni fa e che per una o due stagioni polverizzarono tutti i record mondiali dai millecinque ai diecimila metri, tirandoli giù di manciate di secondi alla volta. Vinsero tutto in un solo mondiale e frantumarono primati per un breve tempo, circondate dai sospetti aperti di tutti. Sostenevano di andare forte con il sangue di tartaruga e altri presunti intrugli della loro tradizione. Scomparvero nel nulla in brevissimo tempo, forse in coincidenza con qualche progresso della ricerca dei controllori antidoping. Pensar male diventa naturale. Ma forse stavolta è diverso. Anche se, in generale, la lotta al doping non pare proprio il pezzo forte di queste Olimpiadi. Non posso assolutamente credere, per una banale questione di calcolo delle probabilità, che finora sia stata trovata una sola atleta dopata tra le migliaia di partecipanti».
«Probabilmente il trucco c’è – si è apparentemente rassegnato il Mago – Ma non fatevi troppe illusioni. Forse stavolta hanno barato perché avevano fretta: avevano squadre forti ma non fortissime, e nelle Olimpiadi di casa volevano sbancare, non limitandosi a vincere di misura. Hanno forzato la mano quando si sono resi conto di non avere tutto il tempo per preparare onestamente un esercito di trionfatori. Ma da qui in avanti la Cina, col patrimonio umano che si ritrova, dominerà i Giochi per un bel pezzo. E, edizione dopo edizione, lo farà in modo sempre più netto e con sempre minor bisogno di aiutini poco puliti».

Il Cinico ha scosso la testa, poco o niente convinto. «Ne dubito assai – ha detto con una smorfia – Qui stravincono perché, oltre al resto, hanno sfruttato fino in fondo il fattore campo. E stavolta mi riferisco agli aspetti leciti, ma pur sempre condizionanti. Mi pare che gli atleti cinesi fossero addestrati al clima, agli orari di gara, a tutte quelle condizioni esterne che finiscono per alterare una prova, penalizzando chi non ha tenuto conto dei vari fattori».
«Questo può essere vero, ma non va riferito solo ai cinesi – ha fatto notare il Savio – In effetti tutto l’Estremo Oriente sta facendo ottime cose a questi Giochi: è evidente che chi è più abituato a certe situazioni estreme risulta molto avvantaggiato. E credo che questo sia uno dei motivi alla base dei grandi successi dei coreani, che sono forse la vera sorpresa olimpica. D’altra parte, la Corea ha condizioni climatiche molto simili a quelle di Pechino, se ci pensate».
Stavolta è stato il Mago a rifugiarsi in un’espressione dubbiosa e un po’ scocciata. «Quello che dite può avere un senso finché parliamo di clima – ha osservato – Ma che c’entrano gli orari delle gare con il fattore campo? Quegli orari saranno magari insoliti, ma sono noti da tempo e sono uguali per tutti».
«Però incidono. E loro ci si sono allenati» ha insistito il Cinico. «Vabbé, ma mica vorrai fargliene una colpa! – si è scaldato il Mago – Gli atleti europei, nel nuoto, non è che siano andati benissimo, per esempio. A cominciare dagli italiani, che, nonostante un paio di prodezze davvero eccelse, sono stati in genere un poco al di sotto dei loro standard. Magari, visto che un mesetto fa si sono svolti i campionati europei a Budapest, poteva essere un’idea nuotare le batterie al pomeriggio e le finali al mattino. Giusto per abituarsi a un regime competitivo diverso dal solito».
«Ma è impensabile! – si è ribellato il Savio – Una manifestazione di questo genere, già di non grandissimo richiamo, disputata al mattino non avrebbe avuto copertura televisiva. Perché nessuno avrebbe guardato quelle gare».
«Chissenefrega della copertura televisiva – ha alzato le spalle il Mago – L’Olimpiade dovrebbe ben valere qualche sacrificio, anche economico. È o non è la competizione più importante, la perla per acquistare la quale vale la pena spendere tutti i propri averi?».
Messa su questo piano, la discussione non aveva più senso. Perché loro, su questo punto, non potevano che essere tutti d’accordo.

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Perle di giada

Lunedì 18 agosto, mattino

La serata era stata piacevole. Pericolosamente piacevole, perché si stava facendo tardi e questo creava non pochi problemi al Savio e ai suoi nuovi ritmi mattutini. Poiché, però, era l’unico dei tre ad aver sensibilmente anticipato l’orario della sveglia, gli altri non se ne davano per inteso e seguitavano a chiacchierare.
Così, a mo’ di riassunto finale, i nostri hanno incominciato a enumerare gli episodi che più li avevano colpiti ed esaltati nel corso delle ultime giornate olimpiche. Ed era quasi sempre il Mago a tenere il pallino della discussione.
Con l’irruzione dell’atletica nel programma, era ovvio che da piste e pedane venissero le suggestioni maggiori. Il Mago, senza spendere troppe parole ma cercando di usare la giusta intonazione, ha glorificato in successione la disinvolta galoppata della Dibaba nei diecimila femminili, la temeraria e vincente fuga della romena nella maratona, l’elevatissimo contenuto tecnico (testimoniato dai risultati) della finale del triplo femminile. «Altre gare hanno tutto sommato deluso, sia per riscontro tecnico sia per incertezza agonistica. A parte i già citati cento maschili, ovviamente» ha concluso il Mago.
Non c’era però soltanto l’atletica. Anzi, il Mago ha dedicato i due ritratti più sentiti a dei campioni minori, le cui prestazioni erano forse sfuggite ai più. «Mi ha impressionato lo spagnolo Llaneras, il pistard che nell’individuale a punti si è inventato una rimonta realizzata con antica saggezza (infatti è quasi quarantenne) ma anche con giovanile coraggio, recuperando una vittoria che sembrava assolutamente impossibile».
«E poi – ha proseguito – sono rimasto finalmente affascinato da una ginnasta: l’americana Liukin, che si è portata a casa il concorso individuale. Finalmente una ragazza, elegante ma di complessione fisica assolutamente ordinaria. Niente a che vedere con quei mostriciattoli abnormi delle cinesi, siano esse bambine sfruttate a gloria del paese o povere fanciulle dal ritardato sviluppo. La Liukin, che riporta la ginnastica femminile a quel che dovrebbe essere, ha mostrato una maestria tale da prevenire anche eventuali favoritismi dei giudici. Anche se poi, viste le americane nell’individuale, mi domando quali porcherie si siano inventati nel concorso a squadre, che non ho visto, per far vincere le cinesi».
Il parlar di furti portava a ricordare altre amarezze. A cominciare dalla fresca uscita di scena delle pallanotiste, che peraltro dava modo al Mago di confermare le sue teorie sulla scarsa compattezza delle italiche nazionali femminili (quelle maschili non vanno meglio, ma perché oggettivamente sono meno forti degli avversari, almeno secondo il Mago), mentre forniva al Savio l’occasione di sottolineare come la sua celebre massima sui rigori calcistici di spareggio (vince chi tira per primo) potesse tranquillamente essere estesa anche alla pallanuoto.
Molto più bruciante, a proposito di delusioni e di ruberie, era però stata la perdita della sicura medaglia d’oro del fioretto femminile, sottratta con fermissima determinazione dalla mafia arbitrale delle pedane schermistiche, dominate dai sempre incazzosi (e invidiosissimi) francesi. Il Cinico ci ha tenuto a sottolineare che «Questo è stato certamente uno dei ladrocini più grandi dell’Olimpiade. Sicuramente il più marchiano tra quelli che non hanno visto coinvolti i padroni di casa cinesi, fra l’altro».
A questo punto il Savio è intervenuto per troncare una discussione che, a suo giudizio, si stava facendo pericolosa. «Così non va bene – ha affermato perentorio – In questa prima settimana ho già sentito distribuire troppi titoli definitivi: la regina dei giochi, il momento tecnicamente più alto, il furto peggiore, e via di seguito. Sia ben chiaro: le Olimpiadi vivono di emozioni quotidiane che meritano di essere celebrate, ma certe somme si tirano alla fine. È vero che i Giochi non sono un Mondiale e che non concluderemo questa avventura con una valutazione tecnica complessiva, ma è anche vero che certe pagelline si stilano a fine anno. Solo a bocce ferme, visto e digerito tutto, potremo stabilire quali sono stati i momenti più alti e quelli più bassi, quali campioni eponimi abbiano scritto il loro nome nella storia e quali abbiano clamorosamente deluso. Operazioni doverose, ma da rinviare al momento dei bilanci. Adesso è troppo presto e si rischia solo di commettere ingiustizie o di spendere parole vane».
Con questo, il Savio ha posto la lapide sulla chiacchierata e sulla serata.

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Sicuramente il Savio ha argomentato in modo giusto e obiettivo. Probabilmente aveva anche avvertito l’impellente bisogno di porre fine a quel tirar tardi che gli erodeva le ore di sonno. È vero che per la mattina successiva non si annunciavano eventi imperdibili e si potevano evitare levatacce, ma è anche vero che la settimana si annunciava densa di appuntamenti mondani, di serate impegnate, di cose da fare prima della grande ripresa delle attività.
Non bisognava sprecare energie. I Giochi sono solo poco oltre la metà del cammino, e per certi versi i piatti più succulenti devono ancora essere serviti. Non si può correre il rischio di farsi trovare impreparati o, peggio, già stanchi e satolli. Ogni lanterna annuncia una porta, e ogni porta nasconde un tesoro da scoprire.

Postato da: abbaxiano a agosto 18, 2008 11:45 | link | commenti
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giovedì, 14 agosto 2008
PUGNALI VOLANTI

Giovedì 14 agosto, mezzogiorno

Le Olimpiadi dovrebbero essere un momento di pace e di fratellanza tra i popoli. Così vuole il luogo comune, ampiamente smentito dai fatti. Smentito non solo perché, al giorno d’oggi, i Giochi non fanno più interrompere le guerre in corso (pare, anzi, che per coincidenza siano destinati a scatenarne di nuovo), ma perché la competizione agonistica esasperata finisce per sua natura per nutrirsi di rivalità accese al limite dell’avversione insanabile. E poi, pensandoci bene, perché tante, forse troppe, tra le discipline olimpiche sono un inno alla forza bruta, all’arte guerresca, all’uso sapiente delle armi, alla sopraffazione fisica dell’avversario (o del nemico, sarebbe più proprio dire).
Contraddizioni. Così come è per certo contraddittorio quell’antico slogan sulla partecipazione come valore fondamentale dell’Olimpiade, quando, e non da oggi, lo sport di vertice non fa che glorificare il trionfatore e gettare croci sugli sconfitti. Il che, peraltro, non impedisce affatto che i perdenti suggeriscano storie più accattivanti di quelle ispirate da chi cinge l’alloro del vincitore.

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Duelli rusticani

Lunedì 11 agosto, tardo pomeriggio

L’oro olimpico è motivo più che sufficiente per battersi al limite delle proprie forze, senza alcun risparmio e senza bisogno di ulteriori motivazioni. Figuriamoci però quanta può essere l’acredine se alla rivalità sportiva si aggiunge la lotta per il cuore di un uomo, o di una donna, a costituire ulteriore motivo di competizione diretta tra i contendenti.

Nell’oratorio che i nostri tra protagonisti frequentavano da giovani, era d’uso celebrare, con cadenza biennale, delle gare sportive pomposamente chiamate Olimpiadi. In realtà non era nulla più che una serie di competizioni di atletica, con i lanci del peso e del giavellotto, i salti in alto e in lungo, la corsa veloce, la staffetta, il mezzofondo e la corsa campestre. Poca roba, visto che non esistevano tornei olimpici di altre discipline molto in voga nei ritrovi giovanili cattolici, a cominciare dal diffusissimo ping-pong (che nessuno ha mai chiamato tennistavolo). Era però qualcosa di sufficiente a marcare una discontinuità con l’imperante calcio che si dipanava in mille tornei durante tutti i fine settimana e persino nelle serate tardoprimaverili o estive. Ed era un volonteroso inno alla gioia della partecipazione per il gusto di mettersi alla prova, non paragonabile alle semiprofessionistiche evoluzioni degli squadroni che si battevano nei tornei provinciali tra oratori ancora nel calcio, nel basket e nella pallavolo (riservata alle donne, in quei luoghi e in quei tempi).
Anche se quest’ultima cosa non era del tutto vera. Le ragazze, in modo particolare, erano frenate dal pudore nel mostrare le loro approssimative virtù atletiche agli occhi delle amiche e, soprattutto, di quei tremendi ragazzetti maschi con cui ambivano e temevano di intrecciare ingenue ma appassionate storie sentimentali. Così, non era infrequente che in una data categoria femminile (le gare erano suddivise per fasce di età, e a competere erano al massimo i nati in due anni successivi) finissero per contendersi tutte le medaglie in palio non più di due o tre atlete. Non nel senso che vincevano sempre loro, ma proprio nel senso che erano solo quelle due o tre a partecipare alle competizioni.
Per esempio, in una classe d’età di poco più giovane di quella dei nostri amici c’erano un paio di ragazze che sovrastavano tutte le coetanee quanto a scioltezza fisica e destrezza nella pratica sportiva. Erano le due più forti a pallavolo e, ancor più nettamente, le uniche in grado di districarsi in corse salti e lanci. Quindi, le gare delle Olimpiadi della loro categoria vedevano per solito allinearsi alla partenza solo queste due super-ragazze, con le altre a fare da spettatrici. Capitava, è vero, che qualche fanciulla corpulenta provasse a sfidarle nel getto del peso, o che qualche volonterosa pervasa dallo spirito olimpico azzardasse la partecipazione a gare tecnicamente semplici come il salto in lungo o la corsa veloce. Ma erano eccezioni, coronate da costanti insuccessi.
Una trentina di anni fa, queste due ragazze erano nel pieno dell’adolescenza e stavano per l’appunto monopolizzando le medaglie di un’edizione delle Olimpiadi oratoriane. Il Savio, che era prossimo alla maggiore età, collaborava all’epoca all’organizzazione degli eventi sportivi, gare olimpiche comprese. Inoltre, era molto amico di quelle due ragazze e delle altre, più timide, del loro stesso gruppo.
Il Savio era molto amico, a quel tempo, anche di un ragazzo suo coetaneo, che chiameremo qui il Galletto. Per la verità, né il Savio né gli altri amici si erano mai sognati di appellarlo con questo soprannome; qui, però, useremo quella definizione, molto pertinente, che nasceva dall’aspro giudizio di un prete ossessionato dalle precoci amicizie tra maschi e femmine, il quale aveva bollato il nostro occasionale protagonista e altri suoi accoliti con l’epiteto sprezzante di “galletti in via di estinzione”.
Quel prete, come ben si capisce, era animato da un rigido moralismo che, poco tempo dopo, gli avrebbe fatto guadagnare il soprannome di Khomeini, per dare l’idea della sua visione del mondo. Tuttavia, in effetti, il Galletto era un tipo che con le ragazze ci sapeva fare. D’altra parte, nell’accoppiata con il Savio, il Galletto era l’amico un po’ superficiale ma sicuro di sé, belloccio, bravo a giocare a calcio e disinvolto con le ragazze. Mentre il Savio, come ovvio, era quello intelligente ma un po’ timido, negato negli sport e decisamente imbranato con l’altro sesso (almeno quando si doveva quagliare: perché il Savio aveva molte amiche ma poco successo).
Nella vicenda che ci interessa, urge dire che il Galletto era stato, fino a poco prima di quelle Olimpiadi di cui si parlava, protagonista di un breve e castissimo flirt con una delle due ragazze molto atletiche di cui abbiamo detto; che qui, per questo motivo, chiameremo l’Uscente. Chiusa la storia, all’orizzonte si profilava una nuova possibile avventura, non ancora ufficializzata, fra il Galletto e l’altra campionessa in erba; che qui, quindi, chiameremo l’Entrante, sapendo ora che quella storia poi ci fu davvero, e fu pure un po’ più lunga, più seria e più carnale di quella con la ex.
L’ultima gara olimpica era quella del mezzofondo, piuttosto impegnativa. Si trattava di percorrere, per le ragazze di quell’età, sei volte il giro attorno al campetto di calcio; in tutto, la distanza si poteva valutare approssimativamente attorno agli ottocento metri. Le due eterne rivali si trovarono affiancata, alla partenza, una coetanea che mai si era cimentata in competizioni sportive, e che qui chiameremo l’Aspirante.
L’Aspirante, infatti, ambiva segretamente al cuore del Galletto. Non aveva molte qualità, quella ragazza: era insignificante, forse addirittura bruttina, con l’incerto corpo adolescenziale sgraziato nei movimenti e un viso che non aveva nulla di seducente, nei lineamenti o nello sguardo. In pratica, non aveva nessuna speranza di conquistare il Galletto. Non perché le due superatlete fossero delle vere reginette di bellezza o dei mostri di simpatia e di intelligenza, ma semplicemente perché erano gettonate dai maschietti locali e per il Galletto l’avventuretta amorosa significava una tacca sul suo fodero di conquistatore.
Qualcuna delle ragazzette del gruppo aveva sussurrato all’orecchio del Savio che sarebbe successo qualcosa di sbalorditivo, quel giorno. Perché l’Aspirante, per far breccia nel cuore del Galletto, aveva scelto una via impervia, ma forse non più impraticabile di altre: sfidare l’Uscente e l’Entrante nel loro prediletto campo sportivo e batterle a sorpresa in una gara prestigiosa.
Era andata così, infatti. L’Aspirante aveva lasciato che le due favorite scandessero un ritmo blando e tattico per il primo giro abbondante. Poi, quasi alla fine della seconda tornata, aveva piazzato uno scatto improvviso. Aveva guadagnato subito una decina di metri abbondante, e di buona lena aveva continuato a mulinare le sue gambette in una falcata inelegante ma frenetica. Aveva dilatato il vantaggio fino a trenta o quaranta metri, che visivamente erano un piccolo abisso, perché corrispondevano a un intero rettilineo del campetto. A un paio di giri dalla fine aveva incominciato a perdere qualcosa, ma incredibilmente sembrava in grado di conservare un margine rassicurante. Solo dopo l’inizio dell’ultimo giro, rompendo gli indugi tattici, l’Uscente si era lanciata all’inseguimento con un cambio di passo significativo, trascinandosi appresso l’altra. All’imbocco del rettilineo le due cacciatrici avevano ripreso la temeraria, passandola una a destra e una a sinistra, perché quella teneva orgogliosamente il centro della pista e sembrava decisa a non dare strada, a costo di farsi sballottare. Infatti l’avevano sballottata, piazzandole ciascuna una spallata nel momento in cui la supervano per disputarsi la volata decisiva. L’Entrante aveva vinto di misura sull’Uscente, mentre l’Aspirante era finita terza, ultima e sfiancata.
Ovviamente il gesto aveva un suo eroismo, che il Savio aveva saputo apprezzare. Di certo non lo aveva apprezzato il Galletto, che neppure aveva assistito a quel folle tentativo di cui, probabilmente, non avrebbe in ogni caso compreso la motivazione. Di sicuro il Galletto era in oratorio, ma stava mangiando un ghiacciolo, o giocando a porticine, o chiacchierando con qualcuno. Aveva buttato un occhio alla vittoria dell’Entrante, forse indirizzandole anche un cenno di intesa. Ma nulla di più, perché il Galletto non era tipo da dare troppa importanza a quel che facevano le sue spasimanti.

Tutta questa storia è venuta in mente al Savio lunedì mattina, mentre aspettava che la Santa finisse di vedersi i tuffi in diretta per dedicarsi finalmente al recupero delle registrazioni notturne delle finali di nuoto.
Ovviamente, a ispirarlo era quella finale dei quattrocento stile libero in cui si confrontavano la ex e l’attuale compagna del nuotatore Luca Marin, ovvero la francese Manaudou, antica regina un po’ in disarmo, e la stromabazzatissima Federica Pellegrini, attesa a mirabilie. Certo, il paragone con quell’antica storia oratoriana non calzava a pennello, perché il buon Marin, a differenza del Galletto, appariva il personaggio più defilato e composto della commedia. In compenso, però, la rivalità tra nuotatrici era più vera e sentita di quella fra le antiche ragazze della gioventù del Savio: perché là l’Uscente aveva messo una vera pietra tombale sulla sua storiella passata, mentre qui la francesina non disdegnava provocazioni e frecciatine all’avversaria italiana, segno di qualche ferita non del tutto rimarginata.
In effetti, Laure e Federica erano due bei personaggi, ha pensato il Savio. Ne aveva anche discusso con gli amici, da un punto di vista non squisitamente tecnico ma molto maschile. Il Mago sosteneva che entrambe avevano una buona dose di fascino, grazie a virtù assolutamente diverse; ma era quel che diceva di quasi tutte le donne e, alle strette, lui stesso ammetteva che in fin dei conti nessuna delle due lo intrigava particolarmente. Il Savio, per una volta, era più sensibile alla seduzione: della francese, perché lo incuriosiva quel fare maliziosamente pungente, ombroso e orgoglioso; dell’italiana perché, viceversa, lo soggiogava quel fisico statuario e prorompente, quasi dominante nella sua imponenza. Il Cinico la vedeva assolutamente all’opposto: dal punto di vista estetico preferiva di granlunga la sinuosa silhouette della Manaudou alla ruvida e squadrata figura della Pellegrini; in compenso, non gli dispiacevano certe uscite sopra le righe ma sincere dell’italiana, mentre detestava il caratterino della francese («deve essere una rompicazzo terribile», era il suo sintetico giudizio).
Quali che fossero i giudizi personali, il Savio valutava che, oggettivamente, quelle due ragazze, con la loro storia e l’intreccio sentimentale a spargere pepe, erano due protagoniste perfette per un duello epico.

Le storie della quotidianità ordinaria, però, non replicano quasi mai le vicende degli eroi e dei semidei. Così, la finale olimpica di nuoto non ha per nulla ricordato quella gara di mezzofondo tra ragazzine dal cuore in fibrillazione adolescenziale.
Le due protagoniste annunciate sono presto andate a fondo. Anzi, è stata proprio l’orgogliosa ex, cioè la Manaudou, a improvvisare il temerario tentativo della sfidante senza possibilità, forzando le prime due vasche come se volesse sorprendere tutte e risorgere dai mille affanni. Quanto alla Pellegrini, ha controllato a lungo la gara, secondo i cronisti. In realtà, come la francese prendeva a pugni l’aria prima di lasciarsi scivolare nelle scontate retrovie, l’italiana scalciava pesantemente l’acqua senza agilità né ritmo, come un occhio attento e obiettivo poteva ben vedere fin dall’inizio. Così, se Laure è andata alla deriva dell’ultima piazza, Federica è soffocata nel centro della vasca tra avversarie che la sommergevano di spruzzi da destra e da sinistra.
Non ha neppure vinto la pretendente, cioè quella terza incomoda che, ben diversamente dall’Aspirante dei ricordi antichi, molti pronosticavano sul gradino più alto, ovvero l’americana Hoff. È stata lei a spezzare la gara, a mandare all’aria i sogni delle due protagoniste annunciate, a piazzare l’allungo che sembrava decisivo. Ma poi, sfilando via con una beffarda rimonta, è stata una ragazzona inglese che nessuno aveva considerato, tale Adlington, a prendersi la vittoria.
Davvero, questa gara olimpica non aveva per nulla rispettato il ricordo lontano del Savio. Il quale si è ritrovato a pensare che lo sport di alto livello, nella sua apparente crudeltà, concede più possibilità di realizzare sogni e sovvertire gerarchie acquisite di quante non ne lasci la vita quotidiana.
Forse, più semplicemente, la vittoria non si addiceva a ragazze innamorate troppo cariche di livori personali verso le rivali. Federica Pellegrini avrebbe dimostrato la fondatezza di questa tesi un paio di giorni dopo, vincendo il suo oro in una gara in cui non avrebbe più avuto tra i piedi quella nemica, ormai affievolita e perdente ma pur sempre ingombrante. Ma questo il Savio, al momento, non poteva certo immaginarlo.

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Il giusto peso

Mercoledì 13 agosto, sera

Non tutte le rivalità, purtroppo, si risolvono su campi di gara e si concludono prendendo per buono, magari obtorto collo e con qualche polemica, il verdetto della competizione sportiva.
Già da qualche giorno il Mago non poteva fare a meno di dedicare almeno uno spicchio della sua attenzione a quel che stava accadendo in quell’angolo caucasico rappresentato dall’Ossezia e dall’Abkhazia. La prova muscolare delle truppe georgiane, decise a ristabilire la piena sovranità su quelle repubblichette riottose e indipendentiste, aveva innescato il fin troppo prevedibile intervento delle armate russe. Forse non del tutto prevedibile, in realtà, o almeno non immaginato in tali proporzioni dai governanti georgiani che si erano visti piovere bombe in testa fin nella loro capitale. O forse invece sì, forse quel governo filoamericano immaginava esattamente quale sarebbe stata la risposta russa e aveva voluto aprire una crisi di portata mondiale. Una prospettiva di fronte alla quale il duo Putin-Medvedev non si era certo tirato indietro.
Il Mago aveva già espresso il suo punto di vista durante il pranzo domenicale coi genitori, sbraitando le proprie tesi con un tono tale da essere udito da tutti i residui abitanti del quartiere. Ma aveva voglia di tornare sulla questione e di spiegare la sua verità anche agli amici, non appena si fosse presentata l’occasione.

Il ritrovo è stato finalmente combinato per la serata di mercoledì, prendendo a buon pretesto la possibilità di vedere tutti insieme il preliminare di Champions della Juve. Il Mago, deciso a rispettare i differenti ritmi olimpici degli amici, aveva scartato in partenza l’ipotesi di un incontro diurno, ma aveva già provato a combinare per la serata di martedì, incontrando le solite resistenze del Savio troppo stanco e una certa freddezza del Cinico. Si era riusciti a trovare un accordo per la serata successiva, giusto per il piacere di gufare in compagnia contro la troppo supponente Juve di questi tempi.
Prima di cena, il Mago ha offerto un aperitivo agli amici. Lui ha appena assaggiato mezzo bicchiere di qualcosa di leggero, ancora alle prese coi lontani postumi di un’infiammazione intestinale da cibo messicano e da una sbornietta da cachaça che aveva rimediato lunedì sera al festival latinoamericano.
Il poco alcol gli è comunque entrato rapidamente in circolo e gli ha sciolto la lingua. «Trovo semplicemente vergognoso il modo in cui i media ci stanno raccontando la vicenda georgiana – ha tuonato con aria scandalizzata – Ancora una volta chinano il capo e fanno da megafono propagandistico delle cancellerie occidentali, raccontandoci la favoletta dell’aggressione russa. Io mi domando, invece, quale differenza ci sia tra la Georgia di Saakashvili e la Serbia di Milosevic, e quale tra gli indipendentisti kosovari e quelli osseti. La Georgia è intervenuta militarmente contro le voglie di separazione dell’Ossezia, senza andarci leggera. E la Russia ha fatto quel che fece dieci anni fa la Nato su ordine americano: una bella valangata di bombe su Tbilisi, come allora furono su Belgrado. Non si capisce perché Milosevic fosse un criminale di guerra e Saakashvili un sant’uomo. O lo si capisce troppo bene: il serbo non era certo alleato degli americani, mentre questo mezzo mafioso georgiano ne è un fedelissimo servitore».
Il Savio ha obiettato qualcosa sulle idee del Mago, sostenendo che riecheggiavano un po’ troppo le tesi putiniane. «I russi sostengono che i georgiani procedevano alla pulizia etnica contro gli osseti e che reprimevano con violenza legittime aspirazioni autonomiste; ma si tratta di teorie deboli, tutte da dimostrare».
Il Cinico gli ha riso in faccia: «Puoi benissimo aver ragione. Ma forse ti dovrebbe venire il dubbio che anche alcuni crimini imputati a Milosevic e ai suoi, all’epoca, fossero stati parecchio gonfiati ad arte per giustificare un intervento militare occidentale».
«Per l’appunto – si è rifatto sotto il Mago – Io non ho grandi simpatie per gli indipendentismi, siano baschi o padani, kosovari o osseti: ma non possiamo far finta di non vedere che si pesano in modo difforme due questioni assolutamente identiche. La Russia di Putin, per suo comodo interesse, sia ben chiaro, si muove nel solco di quella logica della guerra umanitaria che gli occidentali si inventarono per riempire di bombe la Serbia. E il presidente georgiano che frigna sostenendo che Putin lo vuole solo rovesciare, può persino avere ragione. Ma è esattamente lo stesso obiettivo che mosse i comandi Nato dieci anni fa, visto che ai governi occidentali dei kosovari in quanto tali non gliene poteva fregare di meno».
Il Cinico ha fatto notare al Mago che si stava incazzando inutilmente, perché il suo punto di vista era corretto ma prendeva di mira delle mistificazioni fin troppo evidenti e risapute.
«Risapute mica tanto – ha risposto il Mago – Prova a parlare con la gente e vedrai che cosa hanno capito di questa minaccia di guerra. E in ogni caso, sia ben chiaro che incazzarsi contro i trombettieri di regime è sempre giusto. E fa pure bene alla salute».

Secondo il Savio, che per solito alle cose del mondo dedica la massima attenzione, questi discorsi erano del tutto fuori luogo in un periodo che dovrebbe essere consacrato ai riti olimpici. Così si è buttato a pesce sul tema dei media ed è partito con riflessioni lontane anni luce da quelle del Mago.
«Onestamente – ha esposto – devo dire che la copertura Rai in occasione di questi Giochi è migliore del previsto. Certo, siamo ancora nel pieno provincialismo, per cui pare che esistano quasi soltanto le gare in cui sono impegnati atleti italiani; però, almeno su RaiDue, c’è stata una buona flessibilità: il nuoto viene seguito integralmente, e così spero che sarà per l’atletica, mentre il resto viene acchiappato con collegamenti brevi, finestre, spostamenti di telegiornali, rimbalzi di linea e persino qualche opportuna differita. È un po’ sottoutilizzato il canale digital-satellitare, ma tutto sommato le cose non vanno malissimo».
«Eppure avrai visto che ci sono state enormi polemiche per lo spostamento in sintesi differita della partita di calcio tra Italia e Corea» gli ha fatto maliziosamente notare il Mago.
«Accontentare tutti è impossibile – ha allargato le braccia il Savio – Ma trovo che la scelta sia stata giustissima: fra una finale del torneo di scherma (con un italiano che prende l’oro, per di più) e una insipida gara del girone eliminatorio, non si dovrebbe neppure cominciare a discutere».
«Per una volta mi trovi d’accordo – ha interloquito il Cinico – Quelli che hanno protestato sono dei mentecatti, e non possono neppure essere definiti dei calciomani. Chi ama il calcio magari lo preferisce ad altri eventi, ma non si danna certo l’anima per una partitella di quel tenore. Io, per dire, domenica mi sono ampiamente dedicato al calcio a scapito delle Olimpiadi: ma per seguire la sfida tra United e Portsmouth, e persino il campionato russo. Quelle sono le gare di calcio vero che seducono il vero maniaco, mica il torneuzzo olimpico. Anche perché quel torneo sta dentro le Olimpiadi, e quindi è giusto che si adatti alla scala di valori e priorità che regola le trasmissioni olimpiche».
«Condivido – si è aggiunto il Mago – Così come stavolta condivido in toto la replica del direttore di RaiSport, De Luca, che ha detto chiaro e tondo che una partitella eliminatoria non può in ogni caso competere con una finale olimpica. Giustissimo. E vedremo se saranno capaci di tenere duro su questa linea».

Il Savio si è grattato per qualche secondo la stempiatura, cercando parole che non suonassero polemiche. «L’intervento di De Luca è condivisibile – ha poi precisato – salvo quando dice che la partita non era importante perché, oltretutto, era contro un avversario di scarso richiamo contro la Corea. Lì ha sbagliato. O meglio, ha detto una cosa che non c’entra nulla e che è sintomatica di una certa approssimazione nella scelta degli eventi davvero importanti».
Gli altri due hanno guardato con aria interrogativa il Savio; il quale, a questo punto, non si è fatto pregare. «Intendo dire che ci sono criteri di scelta fuorvianti, per cui si creano dei fenomeni mediatici basati sul nulla. Per esempio, trovo ridicolo che sia stata tanto pompata la partita di basket tra gli statunitensi e i cinesi, presentata come la grande sfida diretta tra le due superpotenze. Nel basket non c’è partita, e tanto clamore era fuori luogo. Soprattutto per una partita della prima giornata del girone eliminatorio».
Il Mago ha sorriso: «Verissimo. Mi ha fatto abbastanza pena vedere questa sgambata presentata addirittura come “partita del secolo” dal più diffuso giornale sportivo nazionale. Segno di un’incultura di fondo, sulla quale i media speculano alla grande. Anche se poi, a volte, non è davvero facile dare il giusto peso agli eventi: a priori e persino a posteriori».
Stavolta è stato il Mago a diventare oggetto di sguardi interrogativi. «Se guardiamo ai risultati nudi e crudi – ha spiegato – potremmo dire di aver già visto “la gara”, cioè la finale destinata a segnare in maniera indelebile questa edizione olimpica, rappresentandone il momento tecnicamente e agonisticamente più alto. Mi riferisco, ovviamente, alla staffetta veloce dello stile libero maschile, dove cinque squadre, Italia compresa, hanno nuotato sotto il precedente record mondiale. Dal punto di vista tecnico appare un risultato sensazionale, epocale, ineguagliabile. Poi però mi viene in mente la questione dei nuovi costumi e mi dico che questa gara stellare non può essere in nessun modo paragonata a quelle del passato. I risultati cronometrici, nel nuoto di oggi, non contano. E diventano un parametro inattendibile, su cui occorre fare la tara».
«Giusto – ha riconosciuto il Savio – Tanto di cappello a quei nuotatori che, a parità di costumi, vinceranno vagonate di medaglie contro i loro rivali di oggi, battendoli. Ma il passato, purtroppo, dobbiamo proprio lasciarlo stare».

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Medaglie da fuoco e da taglio

Giovedì 14 agosto, mattina

Non sempre le armi servono per uccidere, distruggere, offendere. Incanalate nell’alveo della competizione sportiva, e debitamente regolate, possono costituire l’elemento basilare di discipline spettacolari e divertenti, in cui la destrezza, i riflessi e l’esperienza permettono, fra l’altro, anche ai meno giovani di battersi alla pari con giovani muscolari.
Oltretutto, anche in questi Giochi, secondo una tradizione consolidata, gli sport basati sulle armi, siano i tiri coi fucili o con l’arco così come le varie specialità della scherma, rappresentano una riserva di caccia privilegiata per le speranze italiane di rimpinguare il medagliere.

Constatazioni di questo tipo erano quelle che si scambiavano i nostri alla fine della partita della Juve. Non c’era voglia di commentare la partita appena vista, per quel poco che aveva significato e per la delusione ben visibile del Cinico, il cui proposito di gufare gli odiati nemici di sempre era miseramente naufragato fin dai primi minuti. Meglio, molto meglio, lasciarsi andare a qualche constatazione e commento di sapore olimpico.
Contando le medaglie azzurre delle prime cinque giornate, il Savio ha sottolineato che tre argenti venivano da arcieri e tiratori di volo, due ori e due bronzi dagli schermidori d’ambo i sessi. Per la matematica, si trattava di quasi due terzi del bottino metallico della spedizione italiana.
Un’altra considerazione del Savio ha riguardato la distribuzione “di genere” delle medaglie. «Sei sono maschili e cinque femminili – ha osservato – Però le donne prevalgono nettamente negli ori per tre a uno, mentre tutti gli argenti sono maschili. Parrebbe quasi, a contraddizione di quel che diceva il Mago qualche giorno fa, che le donne abbiano una maggiore mentalità vincente, anche se la presenza al vertice di atleti e atlete è, in casa italiana, in equilibrio».
«Non vi è nessuna contraddizione, invece – ha risposto il Mago, quasi meravigliato di essere stato tirato in ballo tanto a sproposito – Io rimarcavo una certa inadeguatezza a fare gruppo delle atlete azzurre, che si traduceva in comportamenti solipsisti, egocentrici e capricciosi che minavano le basi negli sport di squadra. Il fatto che a livello individuale vi siano ragazze di enorme spessore, grintose e vincenti, è l’altra faccia della medaglia. E mi sentirei di confermare la prima impressione statistica: singolarmente, le donne italiane hanno una capacità di cavare il meglio nel momento decisivo e una caparbietà nel raggiungere il risultato che gli uomini di casa nostra non riescono a dimostrare».

«In ogni caso – ha detto poi il Mago – le rilevazioni statistiche del Savio possono essere valide, ma sono anche piuttosto generiche e prive di anima. Va bene contare le medaglie, ma non dimentichiamoci mai di pesarle. E, finora, c’è una medaglia azzurra che vale infinitamente più di tutte le altre».
Il Savio e il Cinico si sono guardati, non essendo certi di aver indovinato il pensiero del Mago. Il quale era tipo capace di stupire e di scegliere dal mazzetto di metalli pregiati magari un piazzamento imprevisto, una vittoria sorprendente, una resurrezione insperata. I loro sguardi tradivano fin troppo palesemente questi pensieri. Almeno per il Mago, che conosceva troppo bene i suoi amici.
«No – ha risposto alle loro mute domande – Stavolta non ho alcuna intenzione di stupirvi. La medaglia che si staglia su tutto il panorama è quella di Valentina Vezzali. Terzo titolo consecutivo in tre Olimpiadi, dopo un argento nei Giochi d’esordio. È una di quelle imprese che ti fanno entrare direttamente tra i miti della storia sportiva, che ti collocano in quelle poche decine di atleti che hanno scritto la storia dello sport mondiale moderno. E, di conseguenza, credo proprio che questa vittoria stabilisca fin d’ora che Valentina Vezzali sarà la regina di questa edizione olimpica».
«Intendiamoci, – ha spiegato il Mago – massimo rispetto per quei nuotatori e quelle ginnaste che torneranno a casa con un collare di medaglie: ma sono allori plurimi dovuti all’affinità estrema tra le varie specialità di queste discipline. E tanto di cappello a quelle giovani promesse che coglieranno una precoce consacrazione, o a quei routinier che troveranno a sorpresa la loro giornata di gloria, o a quegli eterni piazzati che riusciranno finalmente a incontrare il giorno del trionfo: non sottovaluto affatto chi, in un’Olimpiade, trova la giornata giusta e la gara della vita, senza essere il numero uno, perché è impresa che richiede classe, forza mentale, rabbia agonistica, capacità di dare il meglio proprio nel giorno più importante. Ma non paragoniamo quelle vittorie a questa della Vezzali. Qui stiamo parlando di una donna che vince da sempre, che ha fatto la storia del fioretto negli ultimi dodici anni, che ha trasformato la giovanile esuberanza in fredda perfezione tattica. Avete visto le gambe della coreana, sua avversaria in finale, come mulinavano con stordente rapidità, mentre Valentina misurava il passo e teneva l’occhio sulla lama che le saltellava davanti? C’era, in quella misura, il senso del trascorrere degli anni, la maturità che aveva preso il posto della freschezza, la tecnica inarrivabile che si prendeva gioco dell’impeto».
«E non posso non notare – ha proseguito il Mago – che questa vittoria conferma quel che dicevo prima a proposito della differenza tra donne e uomini. Guardate la scherma maschile: a ogni Olimpiade arriva con buone speranze, magari senza un vero campionissimo ma con tanti possibili vincitori, alcuni più gettonati di altri. E infatti qualcosa si vince, ma mai con l’atleta che ha già vinto in precedenza. Montano stupì quattro anni fa, e oggi è andato a fondo, mentre la medaglia d’oro se l’è presa un ragazzo che pochi attendevano. Difficile restare ai vertici e confermare i pronostici, nella scherma come in tanti altri sport. Le tre vittorie olimpiche filate danno il senso dello spessore umano della campionessa autentica che è la Vezzali: qualcosa che va ben oltre le qualità tecniche, pur elevatissime, per attingere all’aura epica degli eroi dell’Olimpo».

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Un’Olimpiade non è un Mondiale di calcio. Non è, cioè, un singolo torneo in cui gli accadimenti di domani possono smentire ciò che pensiamo oggi, e i risultati finali possono farsi beffe delle nostre previsioni rendendole vane parole al vento. Un’Olimpiade procede giorno per giorno: le emozioni che dà oggi restano intatte, qualunque cosa accada domani.
Ovviamente, ci possono essere delle sensazioni che, invece, vengono smentite col passare del tempo. Per esempio, il Savio ha ritenuto di essere stato troppo generoso con la Rai, quando ieri mattina ha visto andare in onda l’integrale cronaca di un’inutile (prevedibilmente inutile, sicuramente inutile e oscenamente inutile) partita di calcio in luogo delle finali di scherma. E ha capito che la Rai funzionava benino quando gli italiani si affollavano nelle finali; ma se i nostri atleti rimanevano ai margini, allora era meglio confidare nelle prodezze dei tedeschi e guardarsi le finali su Ard e Zdf via satellite.
Forse era il calcio a non essere tagliato per le Olimpiadi. O forse erano i nostri a non avere poi troppa voglia di calcio, almeno in questo periodo. Lo ha dovuto ammettere persino il Cinico: «Non ho visto molto, ma per quel che ho visto devo ammetterlo: le gare risolutive dei Giochi, per quanto astruse e a noi ignote, finiscono per trasmetterti delle scariche emotive neppure paragonabili a questa routine calcistica estiva».
Gli amici hanno pensato che il Cinico volesse così mascherare la sua delusione per la netta vittoria juventina. Non potevano immaginare che, questa volta, diceva semplicemente e spontaneamente la verità che gli usciva dal cuore.

Postato da: abbaxiano a agosto 14, 2008 15:02 | link | commenti
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lunedì, 11 agosto 2008
IL DRAGONE E LE TIGRI

Lunedì 11 agosto, mezzodì

Neppure erano cominciate le gare olimpiache, che la verità si è manifestata in tutta la sua schietta improntitudine. Hai voglia a parlare di criteri selettivi, di distinzione degli eroi dalle masse, di eventi epocali che si stagliano oltre il grigiore della cronaca spicciola. Quando ti immergi in un avvenimento come l’Olimpiade, al di là delle tue virtuose intenzioni, finisci per farti sedurre da mille volti, per appassionarti alle quisquilie apparenti, per dare importanza a tutto ciò che ti evoca una qualche sensazione fuori dall’ordinario. Vorresti essere sempre lì, pronto a comunicare, a manifestare il tuo pensiero, a confrontarti con gli altri.
Allora facciamo così. Vi racconteremo le avventure olimpiche dei nostri amici due volte alla settimana, come ci eravamo prefissati. Ma il caleidoscopio emozionale non ci permetterà, per ciascuna uscita di trovare un’univoca chiave di lettura che contenga un’intera storia, e una sola. Per cui, all’interno della pubblicazione periodica troverete in realtà altre semitappe, scandite dallo scorrere dei giorni che formeranno un diario più puntuale ma più disarticolato. Perché nulla si perda con la pretesa di trovare a un insieme di storie diverse un legame ideale. Se poi questo legame ci sarà, sarà nostra cura trarne morale a chiusura di ogni nostra uscita, trovando l’eventuale filo rosso ai singoli episodi narrativi dei giorni trascorsi.

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Guardie e ladri
Venerdì 8 agosto, tardo pomeriggio
Per quanto non sia un tipo meschino, certe volte il Mago fatica a riconoscere le altrui ragioni. Non gli capita spesso, ma succede. Per esempio, gli secca ammettere che certe intuizioni del Savio, espresse attraverso ripetitive e noiose lamentazioni, non sono poi del tutto infondate.
A questo ha cominciato a pensare giovedì mattina il Mago, quando, mollemente stravaccato sul divano, faceva allenamenti di strabismo olimpico per seguire in contemporanea le partite di calcio dell’Italia e del Brasile. Non si stava divertendo un granché, perché l’Italia disponeva troppo facilmente dei fragilissimi honduregni, mentre i giovani brasiliani e la loro appesantita star neomilanista si dedicavano a un’indisponente masturbazione della palla (come la definiva Brera) senza riuscire a venire a capo del modesto ma tignoso Belgio.
Poi è accaduto qualcosa. Il migliore dei belgi, il già famoso Kompany, campione annunciato da qualche anno e finora mai sbocciato, che fin lì aveva disinvoltamente fermato tutte le velleitarie giocate dell’attacco brasiliano, è stato cacciato per somma di ammonizioni. Il Mago non ricordava dove e come avesse beccato il primo giallo, ma il secondo gli veniva appioppato per un fallo mai commesso e, casomai fosse stato commesso, assolutamente banale. C’era qualcosa che non andava. Sulle prime il Mago ha pensato che fosse il solito favoritismo per il celebrato Brasile, inchiodato sullo zero a zero a metà ripresa e prontamente in gol non appena gli avversari erano rimasti in dieci. Subito dopo, però, a risultato ormai acquisito, un altro valente giocatore belga era stato cacciato senza aver fatto nulla, sull’onda di un’oscena e goffa simulazione di una ballerina brasiliana stramazzata al suolo.
Al Mago è venuto in mente qualcosa e si è rapidamente documentato per trovare conferma ai sospetti. Ha preso atto che Brasile e Belgio erano nel girone della Cina: il che già bastava a rendere ovvio che il Brasile dovesse per forza vincere quella partita, per lasciare ai padroni di casa buona possibilità di arrivare secondi, senza che il Belgio si avvantaggiasse inopinatamente. Poi, tanto per confermare i peggiori pensieri, ha notato che alla prossima partita la Cina giocherà giusto coi belgi, che avranno inevitabilmente i due migliori giocatori squalificati. Il disegno era fin troppo chiaro.
Nel primo pomeriggio ha avuto l’ulteriore riprova. La Cina, già in difficoltà, ha beneficiato di un’espulsione, anch’essa clamorosamente ridicola, di una avversario neozelandese dopo neppure mezzora di gioco. Siccome però il calcio è qualcosa di totalmente alieno ai cinesi, la squadra di casa è riuscita ugualmente ad andare sotto e ha rimediato un fortunoso pareggio giusto nel finale.
Il che non ha rasserenato per nulla il Mago. Se i cinesi mettevano in piedi una tale catena di scoperti favoritismi in una disciplina come il calcio maschile, dove sono inesistenti, cosa avrebbero combinato laddove competevano per vincere? Tutto quel bailamme di espulsioni poteva servire al più per far passare la Cina ai quarti di finale, cioè nulla (mica penseranno di andare a medaglia nel calcio uomini? si è domandato preoccupato per un attimo il Mago). Facile immaginare cosa sarebbe successo in altre competizioni più adatte ai loro mezzi.
C’era davvero il rischio che il Savio, con la sua trita ossessione contro il paese ospitante, avesse più di qualche ragione.

Fortunatamente il Savio non si era accorto di nulla. Preso dalla chiusura degli ultimi lavoretti, aveva acceso il televisore sulla partita dell’Italia e, quando questa aveva preso la sua piega, era tornato a dedicarsi alle sue carte. Il Mago ha appurato la circostanza quando ha invitato l’amico e la moglie, così come aveva invitato il Cinico e l’Ingenua, a vedere insieme la cerimonia inaugurale dei Giochi; e ha tirato un mezzo sospiro di sollievo.
Dobbiamo ora intenderci su che cosa significhi, per il nostro sestetto, vedere insieme la cerimonia di apertura delle Olimpiadi. In realtà questo tipo di evento non interessa per nulla, o quasi, il trio maschile; solo di tanto in tanto il Mago o il Savio, captato l’ingresso nello stadio di una delegazione di atleti, impongono il silenzio per misurare la temperatura politica attraverso i fischi o gli applausi che il pubblico indirizza ai vari paesi ospiti. Per il resto, i tre si mantengono a sufficiente distanza dal televisore, in modo da poter chiacchierare serenamente.
Le donne, invece, prendono posizione sui divani e non scollano gli occhi dall’interminabile spettacolo. Ciascuna, peraltro, seguendolo a modo suo. La Pasionaria si è subito impantanata un un cortocircuito politico contraddittorio, prendendosela alternativamente con i cinesi, troppo mignotteschi nei loro ammiccamenti utili a sopire le polemiche voci discordanti, e con i commentatori nostrani, troppo filoccidentali e pronti ad accusare il regime pechinese di ogni nefandezza senza rendersi conto che alcuni pretesi atteggiamenti liberticidi somigliavano maledettamente a quelli di casa nostra. La Santa ha incominciato a far le pulci a tutte le coreografie, sottolineando quelle riuscite e quelle rivedibili (o semplicemente rese male dalle riprese televisive), per poi calarsi nei panni della commentatrice del pret-a-porter, compilando le pagelline di tutte le divise ufficiali utilizzate dalle migliaia di atleti durante la sfilata. Solo l’Ingenua, silenziosa, se ne è rimasta estasiata a seguire i giochi di luci e movimenti, prima di farsi prendere dal facile groppo in gola della fratellanza olimpica che mescolava paesi e pelli, ricchi e poveri, donne e uomini (ma le donne un po’ meno e non per tutti gli stati, come ha fatto duramente notare la Pasionaria a ogni apparizione araba).
Per un po’ anche i tre uomini hanno buttato qualche occhiata distratta. Poi, rapidamente stancatisi, hanno incominciato a confabulare.

Con qualche giro di parole, il Mago ha raccontato agli altri due quel che aveva visto la mattina precedente nel prologo del torneo di calcio. E, a denti stretti, ha concesso al Savio che forse, purtroppo, certe sue paure erano tutt’altro che infondate.
Il Savio era di ottimo umore, perché appena prima di andare dal Mago era passato in ospedale a ritirare gli esiti dei suoi esami annuali, e le cartelle gli avevano restituito dei valori perfetti e rassicuranti. Quindi, pago del riconoscimento, si è limitato ad allargare le braccia con un mezzo sorriso.
Al contrario, il Cinico non era per niente bendisposto, perché al mattino si era proiettato nell’Alta Brianza con la moglie, anch’egli diretto in un ospedale ma per andare a trovare una convalescente zia dell’Ingenua; solo che, a dispetto dell’orario di visita, la malata, impegnata in una seduta di fisioterapia, era stata concessa ai parenti dopo una buona ora di attesa, cosicché il Cinico e l’Ingenua erano a malapena riusciti a salutarla e a scambiarci due parole.
Inacidito più del solito, il Cinico ha risposto sgarbatamente al Mago: «Certo che il Savio ha ragione. Per quello io mi limiterò agli sport di squadra, specie a quelli in cui i cinesi sono delle comparse. Lascio a voi di farvi il fegato grosso con le sconcezze di giudici e arbitri». «La Cina vuole imporre la sua legge – gli ha fatto eco da lontano la Pasionaria – Ve ne rendereste conto anche voi, se guardaste questa cerimonia infarcita di richiami all’antica potenza imperiale che si vuole oggi rinverdire».
«La Cina vuole conquistare il titolo di prima potenza sportiva del pianeta – ha affermato con sicurezza il Cinico – Cosa che, ai loro occhi e agli occhi della storia, vuol dire praticamente essere la prima potenza planetaria tout court».
Stavolta il Savio ha dissentito: «Mica sempre vero, anzi! I sovietici hanno iniziato a prevalere sistematicamente sugli americani, nel medagliere olimpico, proprio all’epoca della stagnazione brezneviana: quando, cioè, avevano semmai iniziato la fase del declino irreversibile. E hanno prevalso fino all’ultimo: stravincendo a Seul 88 e facendo meglio degli States persino a Barcellona 92, quando non erano più Urss ma Csi, ovvero una sigletta inventata per far finta che esistesse ancora una nazione che si era già dissolta. E a Seul gli americani furono battuti persino dai tedeschi dell’Est; dico, da quella Ddr che giusto un anno dopo si sarebbe squagliata, contenta di farsi inglobare dai cugini occidentali. In realtà, il massimo della potenza sportiva sembra a volte coincidere con il tramonto dei grandi imperi politici».
«Stronzate! – ha reagito male il Cinico – Proprio tu dovresti ricordare che Cuba era una grandissima potenza sportiva fino a metà anni ottanta, quando il paese se la passava piuttosto bene: atletica e pugilato, basket e pallavolo; cubani e cubane erano ai vertici in parecchi sport importanti. Ora, da quando c’è stata la crisi, sono appena dignitosi e afflitti dalle esportazioni forzate di campioni che scappano».
«Diciamo che il tuo discorso ha senso per i paesi medio-piccoli, come Cuba – ha risposto tranquillo il Savio – Ma per quelli davvero grandi no. E la Cina è un paese grande, che aspira al rango di prima potenza».
«Io direi che non c’è un vero nesso tra i successi sportivi e la primazia politico-economica – ha provato a chiuderla il Mago – Cerchiamo di non avvelenarci i Giochi con queste considerazioni».

In realtà i nostri hanno continuato per parecchio a parlare di furti orientali, ricordando gli scempi olimpici di Seul e le oscene ruberie calcistiche del Mondiale 2002. Stava quasi per diventare un discorso razzista, che il Savio ha disinnescato citando tante oneste e pulite manifestazioni svoltesi in Giappone.
Finalmente, si sono ricordati della cerimonia di apertura. Giusto in tempo per lasciarsi ammaliare da quel vecchio ginnasta che correva sghembo nel vuoto, su un finto tappeto che la tecnologia del megaschermo da stadio gli srotolava sotto i piedi. E, a quel punto, anche loro sono rimasti a bocca aperta come l’Ingenua, colpiti dalla miglior trovata coreografica della cerimonia e commossi dall’antico rito dell’accensione del sacro fuoco del braciere.
Ma è stato un attimo. Perché subito dopo nelle loro menti sono tornati i cattivi pensieri. E hanno avuto la sensazione che in queste Olimpiadi, nonostante i mille timori di repressioni e di regimi intolleranti, non sarà delle troppe arcigne guardie che dovremo aver paura. Saranno da tener d’occhio, piuttosto, i melliflui eppur sospettabili ladri di sempre.

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Rischiose abitudini
Domenica 10 agosto, tardo pomeriggio
È abbastanza comprensibile che certi eventi totalizzanti stravolgano la vita fino al punto da costringere a rivedere abitudini consolidate e stili di vita rituali. È normale e prevedibile, per cui non dovrebbe esserci nulla di cui scandalizzarsi. A meno che questi cambiamenti non risultino talmente repentini ed eccessivi da far pensare che manchi quel pizzico di equilibrio sempre necessario al governo delle cose.

Già alla sera del primo vero giorno olimpico il Mago ha pensato che il Savio stesse esagerando. E, scandagliando un po’ sull’onda dell’istintiva perplessità iniziale, ha quasi avuto modo di preoccuparsi per l’amico.
Sabato dopo cena il Mago ha chiamato il Savio con l’intenzione di invitarlo per il tardo pomeriggio domenicale. «Non voglio interferire coi tuoi ritmi olimpici – ha subito premesso a scanso di equivoci – Pensavo però di registrare la sfida tra United e Portsmouth per il Community Shield, la Supercoppa inglese, e di vedermela con calma dopo cena, ben distante dalle emozioni pechinesi. In definitiva è il primo vero appuntamento calcistico stagionale, ghiotto antipasto ai preliminari di Champions che ci saranno in settimana».
«Ti ringrazio, ma preferisco non venire: sono un po’ stanco. Semmai faccio anch’io come te e me la vedo a casa, la partita. Ma non mi va di uscire e far tardi» ha risposto cortesemente il Savio con una voce appesantita e strascicata che non lasciava dubbi: la stanchezza invocata non era una pietosa scusa, ma forse persino una minimizzazione della verità. Perché si capiva che il Savio non stava affatto recitando, e la sola voce al telefono trasmetteva un affaticamento da overdose olimpica che appariva prematuramente insidioso.
Il fatto è che già da qualche giorno il Savio aveva iniziato a svegliarsi all’alba. Pur essendo il meno dormiglione dei tre, anche lui, di solito, non è solito levarsi prima delle otto, salvo che non sia oberato di lavoro. Ma era tutta la settimana che, a qualunque ora avesse messo la sveglia, il sonno gli scompariva d’incanto allo scoccare della sesta ora trascorsa nel letto. E non c’era verso di rigirarsi e tentare di dormire, perché se il corpo era ancora affievolito la mente cominciava rapidamente ad agitare pensieri diurni.
Era qualcosa che il Savio già conosceva, perché la stessa levataccia naturale gli era venuta all’epoca dei Mondiali del 2002. Lì, però, la cosa aveva un senso: alzandosi molto prima dell’inizio delle partite, faceva in tempo a compiere tutte le sue metodiche celebrazioni mattutine e a presentarsi in perfetto ordine, e senza altro tempo da perdere, per l’avvio della prima gara. Ma qui la cosa era preoccupante: innanzitutto perché le gare non erano neppure incominciate, quando il ciclo biologico gli si era rivoluzionato senza alcun preavviso; e poi perché, a voler vedere, non è che alzarsi un’ora prima cambiasse più di tanto la gestione della giornata olimpica. Era comunque troppo tardi per vedere le gare notturne, che andavano in ogni caso registrate e consumate più avanti. E non era quello, corrispondente all’ora di pranzo cinese, il momento della giornata in cui fioccavano appuntamenti in diretta.
Ogni obiezione, però, era inutile: l’adrenalina aveva preso a circolare senza freni nel sistema nervoso del Savio e gli imponeva nuovi ritmi e nuovi comportamenti, per quanto illogici fossero.

Quando il Savio ha confessato queste cose al Mago, celando a fatica quella vergogna che in fondo un po’ sentiva di dover provare, l’amico lo ha invitato a prendersela con più calma, a non esagerare, a non forzare i tempi. «Se non altro – gli ha fatto presente cercando di evitare il paternalismo – perché le Olimpiadi sono ancora lunghe, e il meglio lo daranno più avanti. Non vorrai mica farti trovare cotto nel momento migliore?».
Il Savio ha dato immediatamente ragione al Mago. Anche perché aveva sempre in mente quell’ultima notte delle Olimpiadi di Seul 88, quando, dopo una settimana passata a dormire spizzichi di pomeriggi o di mattine, mai più di tre ore per volta, stravolgendo tutti gli orologi biologici possibili e immaginabili, beh, dopo aver affrontato ogni sacrificio per gustarsi appieno tutte le gare importanti era crollato sul più bello, addormentandosi all’inizio dell’attesissima finale di pallavolo tra sovietici e americani e risvegliandosi di colpo, la tv sempre accesa, dopo un buon quattro ore di sonno comatoso giusto in tempo per vedere al volo gli ultimi dieci minuti della trionfale maratona di Bordin.
A parole, il Savio non poteva che convenire con il Mago. Però la realtà dei suoi comportamenti induceva a pensare che non fosse affatto disposto a regolare al minimo la propria pressione olimpica.
Infatti, era bastata la prima mattinata televisiva per confermare al Savio tutti i prevenuti giudizi che aveva espresso sull’incapacità della tv di stato di gestire un grande e multipolare evento quale un’Olimpiade. Troppo spazio a certi sport, troppo poco ad altri. Tornei completamente persi di vista. Medaglie “bucate” per soffermarsi su gare di qualificazione prive di spessore. E, soprattutto, un’indecente riproposizione delle stesse competizioni su tutti e due i canali disponibili. Quel che proprio gli era rimasto di traverso, poi, erano le sette ore filate di diretta ciclistica di RaiSportPiù: «Un non senso completo – si è lagnato con il Mago – Io mi lamentavo del fatto che due ore di fila per una sola gara sono troppe, figurati cosa ho pensato di questa interminabile e inutile saga monotematica».
Allertato da qualche lettura di giornale, il Savio aveva scoperto che su Internet era possibile vedere in streaming otto dirette Rai, scegliendo quella che più interessava. Qualcosa di molto simile alla tanto attesa copertura totale, gli era parso di capire. La realtà era un po’ diversa, come aveva scoperto subito: perché degli otto canali ce n’erano sempre almeno la metà muti e oscurati, e perché quel che veniva trasmesso era ben lungi dal coprire gli appuntamenti più interessanti. Gli era addirittura capitato di imbattersi in quattro canali che trasmettevano tutti contemporaneamente le qualificazioni della ginnastica: uno per ogni pedana di rotazione, ignorando totalmente gli altri sport che in quel momento vivevano momenti assai più decisivi.
Così, ricordando certi mirabolanti racconti degli amici internauti, il Savio aveva obbligato la Santa, più esperta di lui nel districarsi nella rete, a cercare in ogni angolo del pianeta qualche sito che trasmettesse in streaming una buona selezione di avvenimenti davvero ad ampio spettro e di elevato interesse. Si sono arrabattati per qualche ora, alternando speranze e frustrazione. Alla fine, stremati, si sono arresi all’evidenza: fosse per la loro limitata dimestichezza o per la latitanza dell’offerta, quel che il Savio anelava, nella realtà non esisteva. Video, filmati, highlights come se piovesse; ma nessuna diretta integrale alternativa al limitato pacchettino della Rai.

A sentire il racconto di queste peripezie, il Mago si è ulteriormente allarmato. Nonostante il Savio avesse tralasciato molti particolari e avesse cercato di minimizzare la portata della sua ansiosa caccia. Precauzione inutile, perché i due si conoscevano troppo bene e il Mago poteva facilmente immaginare quanto febbrile e stressante fosse stato quello scandagliare la rete tra siti cinesi illeggibili e misteriose offerte a pagamento.
Tuttavia, il Mago ha cercato di sdrammatizzare. «Mi sembra un po’ eccessivo, tutto questo – si è limitato a dire – Alla fin fine che te ne frega di saltellare tra dieci dirette senza capire nulla di quel che succede, al di là della mera presa d’atto del risultato?».
Certo, il modo di approcciare l’evento era, per il Mago, molto diverso e ben più rilassato. Per quanto avesse accettato l’opinione del Savio circa l’incompatibilità delle dirette integrali delle partite coi ritmi olimpici, lui seguitava a prediligere una visione pacata e non isterica. Se si metteva a vedere una gara, voleva gustarsela con una certa tranquillità, cercando di coglierne i risvolti significativi e non solo l’esito finale. Mai si sarebbe sognato, come ovvio, di balzare via da una poltrona davanti al televisore per correre su una sedia in studio e attaccarsi al computer alla ricerca di qualche piatto migliore. Per lui restava inscindibile il binomio relax-divertimento: che si materializzava in un comodo divano sul quale stravaccarsi, qualche bevanda a disposizione (più o meno alcolica a seconda dell’orario), sigarette e pipa sul tavolino pronte al consumo.
Ha ricordato al Savio il suo punto di vista sull’argomento, e quello ha avuto l’ardire di replicargli quasi sfottendolo. «Troppo pigro – ha infatti sentenziato – Un’Olimpiade vale qualche sacrificio. E poi, tu finisci per trasmettere questa pigrizia, anche tollerabile quando si parla di passatempi, a tutte le tue attività. O inattività, per essere sinceri. Perché mi pare che ti stai parecchio lasciando andare, negli ultimi tempi…».
Il Mago avrebbe voluto rispondere male, ma si è frenato cogliendo nell’amico una scarsa serenità che lo faceva straparlare. «Ciascuno ha i suoi difetti» si è limitato a buttar lì, conciliante.
Ma il Savio adesso aveva voglia di polemizzare su tutto, e senza motivo. «Per esempio – gli ha rinfacciato cavando l’associazione di idee da chissà quale anfratto – tu hai anche il difetto di essere scaramantico e superstizioso. Come i cinesi, che hanno piazzato le Olimpiadi in pieno agosto per il solo sfizio cabalistico di poterle aprire nell’attimo augurale delle 8.08 dell’8/8/08. Una scelta che avrà un senso per la loro numerologia, ma che dal punto di vista climatico è quanto di più assurdo. Era prevedibile, visto che quando le Olimpiadi si svolsero a Seul, che non è distante da Pechino, furono programmate nella seconda metà di settembre. Evidentemente, la piena estate non è proprio la stagione migliore per gareggiare, a quelle latitudini. Ho visto certe facce sfatte, nella gara di ciclismo, che mi fanno temere il peggio per gli atleti impegnati nelle competizioni di durata».
Il Mago aveva già notato che l’effetto combinato di caldo, inquinamento e umidità poteva essere micidiale. Gli era bastato, da esperto, vedere qualche scampolo di partita di calcio, coi giocatori che si muovevano come fossero in un acquario. Ed era sufficiente sbirciare quel cielo plumbeo, carico di vapori acquiferi e industriali per immaginare quali fossero le condizioni per gli atleti. Ma ha rinunciato a renderne edotto il Savio, il quale ormai stava palesemente delirando. Adesso si era quasi messo ad accusare il Mago di essere il responsabile morale, in solido coi cinesi, della scelta di un periodo tanto infausto per i Giochi. Era davvero troppo, e non era il caso di insistere oltre con la telefonata.

Così è andata a finire che il Mago, la domenica, ha trascorso una parte della giornata coi suoi e poi se n’è rimasto tranquillamente da solo a vedere quel che restava del calcio. Anche perché il Cinico, indignato, aveva a sua volta respinto l’invito: lui la Community Shield inglese l’avrebbe vista in diretta, per nulla disposto a posticipare l’appuntamento inseguendo chissà quale emozione olimpica in sport che non capiva e non gustava.
Anche il Savio è rimasto a casa. E, per fortuna, ha incominciato rapidamente a guarire. Perché gli è bastata la seconda giornata, un po’ più densa di eventi della prima, per rendersi conto di una semplice verità. La Rai ed Eurosport non saranno impeccabili nella scelta degli avvenimenti e non brilleranno per prontezza cronistica e per flessibilità; ma pensare di mettersi a fare i registi olimpici inseguendo tutto quel che passa sui mille campi di gara, beh, quella è davvero un’idea che può venire solo a un pazzo.

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Uomini e sorci
Lunedì 11 agosto, tarda mattinata
La domenica è dunque servita a tutti per cominciare a metabolizzare il ritmo olimpico. Il Savio ha rielaborato una sua routine, diversa dalla solita ma finalmente accettabile. Il Mago ha iniziato a meditare, a cercare spunti e personaggi nel marasma mediatico. Solo il Cinico se ne è rimasto ancora ai margini, dedito più agli scampoli di calcio vero che agli eventi cinesi.

Poco dopo la sfortunata finale del tiro con l’arco a squadre, passato da una tranquilla rassegnazione alla speranzosa euforia per poi sprofondare nella delusione per quella maledetta ultima freccia volata via come in un cartone animato, il Mago ha dato un colpo di telefono al Savio per verificare le condizioni mentali dell’amico, sperando che avesse superato la fase d’ansia e di irritabilità.
In effetti, la telefonata ha preso subito un buona piega. Si intuiva un Savio più rilassato, di nuovo padrone dei suoi spazi e dei suoi tempi, di nuovo prudente e gentile, non più portato alla polemica inutile e astiosa. Soltanto, il Mago ha ravvisato nella voce impastata dell’amico, e in certi passaggi a vuoto del discorso, una perdurante stanchezza fisica; segno che, per quanto in pace con se stesso, il Savio non aveva rinunciato alle levatacce adrenaliniche e all’overdose televisiva.
Così, il Mago ha rinunciato alla mezza idea che aveva covato prima della telefonata, che consisteva nell’invitare il Savio e la moglie per una serata al festival latinoamericano. L’ha fatto per risparmiarsi un probabile rifiuto, ma in fondo al Mago non dispiaceva di effettuare in semplice coppia, senza aggregati, quell’unica uscita serale che si sarebbe concesso a quella festa etnica che, in altri anni, lo aveva visto presenziare senza risparmio al ritmo di almeno una visita settimanale nell’arco di un paio di mesi.

Inevitabilmente, i due amici hanno incominciato a scambiarsi qualche opinione sulle prime due giornate olimpiche. Il Savio, al solito, enumerava volti di vincitori e piccole storie di sconfitti, mentre il Mago inseguiva senza risultato un’ispirazione che lo portasse a setacciare acqua e terra alla ricerca della pagliuzza d’oro.
Ha fatto persino un salto all’indietro, comunicando al Savio una riflessione che aveva fatto qualche giorno fa: «Hai visto? Un centinaio di atleti ha firmato una petizione per i diritti umani, indirizzata al governo cinese. Non sono pochi ma neppure tanti, se consideriamo lo sterminato esercito dei partecipanti olimpici. Mi ha fatto però piacere che due nomi, tra i firmatari, abbiano fatto rumore: quello della Di Martino, perché unica italiana presente, e quello del cubano Dayron Robles, per il quale poteva essere facile non esporsi: un po’ perché il regime cubano è oggi fortemente legato a quello cinese, un po’ per evitare di mettere ulteriore pepe nella sua rivalità sportiva con il grande avversario di casa che gli contenderà l’oro sugli ostacoli alti. Sono contento, perché si tratta giusto dei due personaggi che tu e io avevamo detto di seguire con particolare simpatia. Segno che i campioni veri si riconoscono e hanno qualcosa in più anche dal punto di vista squisitamente umano».
«Tutto molto bello – ha risposto il Savio senza entusiasmarsi – Ma forse sarebbe stato bene che questi due avessero guardato un po’ anche in casa propria. La Di Martino avrebbe potuto esporsi anche sulla ridicola querelle impancata da chi invocava il boicottaggio della cerimonia inaugurale, mentre Robles avrebbe potuto dire qualcosa su quella sua connazionale italianizzata cui i cubani hanno impedito di vedere la madre morente».
«Hai ragione – ha detto il Mago, dopo averci un po’ pensato su – In definitiva, tra tanti atleti scesi in campo, la storia più vera e più tragica è quella di una atleta che ancora non ha partecipato alle gare: appunto la povera Tai Agüero, che si è dovuta sobbarcare una personale odissea, girando per mezzo mondo in attesa di un visto per rimpatriare che, beffardo, le è stato concesso solo nel momento esatto della morte della madre».
Il Savio ha incalzato con inaspettata veemenza, segno che la sua ritrovata tranquillità poggiava ancora su fragili fondamenta. «Il regime cubano ha perso un’occasione storica. Con tutti gli occhi del mondo puntati addosso, ha compiuto un gesto di inumana e incivile durezza, un atto ferinamente vendicativo, sospeso tra l’ottusità burocratica e un radicalismo ideologico del tutto fuori luogo. Un errore che pagheranno caro».
Concetti che il Mago aveva già sentito esprimere, con altrettanta rabbia, dalla Pasionaria. La quale, peraltro, sembrava voler scaricare tutte le colpe su Raul Castro, che a lei sembrava l’uomo messo lì per svendere la gloriosa rivoluzione e trasformarla in un avamposto militarizzato del neocapitalismo di stato.
«Tua moglie ha in parte ragione – ha spiegato il Savio, quando il Mago gli ha comunicato l’opinione della consorte – Dico in parte, perché certe ottusità del regime cubano prescindono e precedono l’attuale dirigenza politica. Però ha ragione quando ipotizza che Raul sia il liquidatore della rivoluzione: il suo scopo è di copiare il modello cinese, con il minimo dei diritti, il massimo della repressione politica ma anche una nuova libertà per la circolazione dei capitali. Un modello che poi non so quanto possa funzionare in un paese caraibico, dove non è che abbiano proprio la stessa impostazione culturale degli orientali con la mitologia del lavoro e del sacrificio collettivo».
«Per fortuna!» ha riso il Mago, immaginandosi i cubani alle prese con una svolta produttivista alla cinese.
«Può essere una fortuna – ha obiettato il Savio – Ma l’ultimo a capire che il modello cinese non funziona sarà il tuo Raul, con la sua aria da sorcio cattivo dei film d’animazione. Un militare privo di intelligenza che sa solo far funzionare gli oliati meccanismi repressivi».
Il paragone tra il volto, subdolo ma non molto intelligente, di Raul e quello di un roditore ha fatto scattare al Mago un’altra associazione: «Non sono certo i cubani gli unici a dover fare i conti con ratti impresentabili che decidono le sorti del paese. Anche noi abbiamo al governo una bella risma di vecchi reduci delle fogne. Pensa a quella canaglia fascista, rognosa e infida, che un tempo era giustamente costretta a razzolare tra i liquami del sottosuolo e che ora pretende di dare al mondo lezioni di democrazia, stabilendo quali paesi vanno annoverati tra i regimi liberticidi e quali invece meritano rispetto. Un vero controsenso storico».

E nelle menti dei nostri si è materializzata l’immagine dell’occhio vacuo e della bocca balbettante di quell’ex ministro che aveva dato nome a una celebre riforma televisiva (fatta da altri, comunque), capace di lanciare la sua provocazione politica e di prendersi dell’idiota e dell’ipocrita, nell’arco di un paio d’ore, da tutti i politici, alleati o oppositori che fossero. E quell’immagine, inevitabilmente, faceva passare la voglia di parlare di Olimpiadi

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Non è facile stare al passo con le gare. Anche perché, finora, i veri personaggi olimpici non sono quelli dentro gli stadi e gli impianti ma quelli che fanno la loro passerella politica approfittando della ghiotta occasione.
Quest’anno il periodo olimpico promette di non farci mancare davvero nulla. C’è persino una guerra che minaccia di deflagrare con conseguenze non da poco.
Un’altra storia d’Oriente di cui, temiamo, ci si dovrà occupare.

Postato da: abbaxiano a agosto 11, 2008 16:22 | link | commenti
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giovedì, 07 agosto 2008
GLI EROI DI OLIMPIA

Giovedì 7 agosto, tarda mattinata

A volte i celebranti sono svogliati, fiacchi, approssimativi, come se svolgessero un impiegatizio lavoro di routine anziché presiedere un’assemblea di fedeli. Oppure sono entusiasti ma approssimativi, emotivamente coinvolgenti ma inadeguati alla delicata opera teologica.
In questi casi, la reazione istintiva del praticante di lungo corso è quella di sostituirsi egli stesso all’officiante inadeguato, di sciogliere il verbo e guidare la liturgia affinché essa adempia ai suoi scopi.
Per un’Olimpiade, questo vuol dire salire sul pulpito a elevare gli inni in onore degli eroi che ci siamo scelti.

È passata quasi una settimana senza che i nostri amici si ritrovassero. Niente di strano: le Olimpiadi premono alle porte, il tempo diventerà presto tiranno e questi sono gli ultimi giorni utili per sistemare gli affari pendenti.
Martedì pomeriggio il Cinico era in giro per la città, fortunatamente ormai mezza vuota, a regolare questioni spicciole, gestire i suoi interessi e controllare l’andamento di conti e investimenti. Anche il Savio era fuori casa, a spendere gli ultimi vani tentativi di incontro per avere risposte impossibili prima della vacanza definitiva.
Quanto al Mago, lui avrebbe anche potuto restarsene tranquillo in casa, ma sapeva degli spostamenti degli amici e ne ha approfittato. Ha scelto di bighellonare un po’ per certi quartieri storici, alla riscoperta di una Milano quasi perduta i cui angoli si notano solo nella rarefazione agostana. È calato verso il centro, ma non troppo, e ha girovagato attorno a Porta Ticinese per un buon paio d’ora, nella seconda metà del pomeriggio. Perché lì vicino, già dalla sera prima, il Mago aveva dato appuntamento agli amici.
Quando il Mago aveva convocato l’estemporaneo ritrovo on the road, il Savio aveva provato a opporsi. Non bastasse il suo inutile appostamento pomeridiano, che certo non lo metteva di buonumore, ad affliggerlo c’era anche la stanchezza che sicuramente lo avrebbe infiacchito dopo un esame del sangue che gli toccava fare giusto martedì mattina. Per cui, prevedendosi stanco e svogliato, il Savio aveva tentato di spostare di un giorno l’incontro, con l’ulteriore speranza di spuntare una sede più nei pressi di casa. Il Mago però si era opposto senza ammettere discussioni: «Mercoledì mattina i Giochi cominciano, con l’antipastino del calcio femminile. E io voglio assolutamente che ci vediamo ancora una volta prima che la manifestazione si sia aperta, seppure non ufficialmente».
Così si erano ritrovati poco prima delle sette. Il Mago sudato per la camminata ma soddisfatto, il Savio mezzo depresso e mezzo intontito, il Cinico con l’aria di chi passava di lì per caso. Si sono accomodati ai tavolini esterni di un antico locale a un passo dall’arco della Porta, scegliendo con cura uno dei rari esercizi che si erano volutamente estraniati dall’ormai stantia moda dell’happy hour, con tutto quel che ne consegue in termini di fauna umana che celebra il declinante rito e di costi che lievitano all’accostar le labbra all’orlo di un bicchiere.
Come confidavano, lo spazio del locale era semivuoto, coi rari avventori che casomai si rifugiavano nel più fresco interno, salvo far capolino a turno per succhiare avidamente l’inevitabile sigaretta. Si sono seduti, hanno ordinato con calma, hanno parlottato ragguagliandosi sulle avventure di giornata e si sono riferiti le ultime notizie sugli amici partenti o in via di ritorno.
Era chiaro, però, che si trattava solo di pretesti buoni per prendere un po’ di tempo. Il Mago aveva convocato la riunione con uno scopo preciso, e non era disposto ad attendere a lungo. Appena sono arrivati gli aperitivi si è rinfrescato la gola con una sorsata persino esagerata. Poi, preso il fiato, ha iniziato a parlare con foga torrenziale. Senza curarsi se, nel consumare gli stuzzichini, la sua bocca recitava il canto olimpico nello stesso momento in cui frantumava patatine inopportune.

«Ci voleva proprio quest’incontro all’aria aperta. Perché da settimana prossima, quando ci vedremo, lo faremo in casa mia per esaltarci nei racconti delle nostre emozioni olimpiche. Scioglieremo le lingue per le grandi gesta, per gli eventi memorabili e, soprattutto, per celebrare quei protagonisti che sapranno accendere la nostra fantasia. Quelli davvero grandi, destinati a diventare eroi. E ad aggiungersi agli eroi che hanno illuminato il nostro passato di appassionati uomini di sport».
Nessuno aveva sollecitato il Mago a fornire spiegazioni circa la curiosa convocazione di questa assemblea straordinaria, ma lui aveva posto con forza la premessa che anche gli altri due già conoscevano. Dopo la quale, il Savio e il Cinico si sono ben guardati dal pregare il Mago di continuare con quell’enfasi e di dare la stura agli evocati ricordi. Inutilmente, però: perché al Mago era più che sufficiente l’imperativo della propria urgente voglia per cominciare a raccontare e rimembrare.
D’altra parte, era da quella notte del mercoledì passato, quando gli amici se ne erano andati, che certi miti giovanili, o meno giovanili, avevano preso a visitarlo. Sdraiato nel letto senza sonno, tenuto desto dai tuoni di quel nubifragio da saga nordica, il Mago aveva cominciato allora a passare in rassegna l’esercito degli antichi campioni. E ora non poteva più continuare a tenere solo per sé quelle sensazioni che gli erano rimontate dal profondo.
Così, sciolta la lingua col primo aperitivo e ordinato subito un bis, ha cominciato a tempestare gli amici ripercorrendo la sua personale storia olimpica, che per fortuna non arrivava che a Monaco 72, partendo dall’inizio. E ha cominciato a parlare di Kip Keino e della sua classe eclettica, di Lasse Viren e della sua incredibile doppia doppietta su cinque e diecimila metri tra Monaco e Montreal. E chissenefrega se Viren era probabilmente un perfetto prodotto di laboratorio, rigenerato dall’autoemotrasfusione, che comunque all’epoca era lecita e quindi non era doping anche se lo era.
E poi ha citato le incredibile cavalcate di Juantorena, il mezzofondista più elegante e potente mai visto sulle piste. «Anche se il cubano non mi piaceva per come interpretava gli 800 metri, che riduceva semplicemente a una doppia gara sui 400. Non a caso era un quattrocentista, così potente, però, da trionfare anche sul doppio giro di pista correndo sul puro ritmo, senza tattica, senza tenere in alcun conto gli avversari. A me non piaceva, perché per me gli 800 sono una gara tattica. Però era grandissimo» ha osannato il Mago.
«D’altra parte capitano queste contraddizioni – ha proseguito – C’è chi ti piace come campione e come personaggio e chi, invece, non ti è magari simpatico ma interpreta le gare secondo uno stile che trovi più vicino alla tua concezione. Per dire: umanamente mi piaceva Coe, ma il suo acerrimo rivale Ovett, più tattico e più scattista, lo trovavo perfetto nella gestione della gara quanto l’altro mi sembrava solo un grande talento naturale».
Il Mago ha continuato per parecchio, saltando dalle volatine mortifere di Cova («però quella memorabile fu ai Mondiali di Helsinki; l’oro olimpico di Los Angeles, al confronto, fu una formalità»), che nessuno riusciva a staccare per 9900 metri e che correva gli ultimi cento come un velocista, ai mille sfidanti che provarono per anni a battere superman Carl Lewis nella corsa o nel salto, talora riuscendovi ma al prezzo della loro stessa dignità perduta. E poi le beffarde sconfitte dell’immenso Bubka, inavvicinabile collezionista di titoli mondiali per un quindicennio ma vittorioso in una sola Olimpiade. E poi la falcata sospesa di Michael Johnson (tanto idolatrato dalla Pasionaria da venirgli quasi in uggia), capace dell’incredibile, inelegante ed efficacissima volata che frantumò dopo decenni il record di Mennea in altura.
Quindi ha cominciato a sproloquiare dei grandi africani e dei misteri che circondavano le loro prestazioni. «Hanno sfornato a getto continuo campioni impressionanti, che però magari sparivano nel nulla subito dopo la grande impresa. Mi ricordo, a Seul, l’ottocentista kenyano Ereng: un fisico perfetto, scultoreo; una falcata elegantissima, sciolta e naturale; una potenza impressionante e l’invidiabile capacità di cambiare ritmo innestando lo sprint su una velocità di base già elevata. Stravinse quell’Olimpiade e poi scomparve, benché fosse giovanissimo. Senza un perché, senza che se ne sia mai più saputo nulla».
«E non ho mai capito – ha proseguito il Mago, scandagliando misteri – perché i fondisti etiopi siano imbattibili sul piano, ma nei tremila siepi vengano regolarmente fatti a pezzi dai kenyani, che spesso monopolizzano l’intero podio. Questioni etniche, morfologiche, tecniche… Io non l’ho mai capito».
Infine ha squadernato i ritratti di una galleria di eterni duellanti, di vincenti e di perdenti, ma tutti grandi. L’indomita Quirot e la potente Mutola; le mezzofondiste russe dagli impossibili finali (o forse possibilissimi e ben spiegabili, se stiamo alle ultime squalifiche che hanno falcidiato la squadra proprio in questo settore); i grandi marocchini Aouita ed El Guerrouj, rivali a distanza di tempo nelle stesse specialità; il fortissimo e sfortunato algerino Morceli, con il contorno della sua degnissima compatriota Boulmerka.
Certo, i ricordi del Mago insistevano molto su certe gare. Tornava sempre fuori quel mezzofondo che da giovane aveva corso con promettenti esiti, prima che la pigrizia lo vincesse. Ottocento e millecinque: quelle erano state, e restavano, le sue gare. Ma non è che trascurasse le altre, in quel suo ricordare. Siamo noi che, prudentemente, abbiamo preferito mettere un freno a quella poderosa elencazione.

La torrenziale esposizione del Mago è durata una ventina di minuti. Neppure tantissimi, a voler vedere; ma tale era stata la foga e tanti erano stati i nomi e gli episodi citati che il Savio e il Cinico apparivano atterriti, ammutoliti e con gli occhi sbarrati.
Anche perché, onestamente, loro non avrebbero potuto che pescare dei ben miseri pesciolini, se anche avessero voluto gettare le reti della memoria. Il Cinico, soprattutto, per quanto avesse guardicchiato negli anni, e qualche volta anche con buona spesa di tempo, aveva delle Olimpiadi passate solo qualche vago e confuso ricordo; nulla di paragonabile alle nitide immagini di certe storiche sfide calcistiche che gli erano rimaste impresse indelebili.
Con tutto il suo sterminato archivio mnemonico, anche il Savio, onestamente, non avrebbe avuto molto da dire. Intendiamoci: potrebbe in qualunque momento sciorinare infiniti elenchi di campioni olimpici, se interrogato sulle singole discipline. Ma davanti al foglio bianco del tema libero, si è reso conto di aver trattenuto pochissimo nel cuore.
Perciò, alla prima significativa pausa del Mago, è riuscito a interloquire limitandosi a citare, per l’ennesima volta, il già ben noto episodio della finale di pallanuoto a Barcellona 92, con l’Italia capace di sorprendere i trionfatori designati di casa e di strappare loro quell’ultimo oro olimpico nella giornata di chiusura. Giusto quello gli ritornava in mente: la sofferenza e l’esultanza in quell’albergo dell’Algarve pieno di spagnoli che vociavano dalle finestre delle altre stanze, fino a farlo sbottare in un’indecorosa e vindice sceneggiata finale, a trionfo raggiunto.
Il Savio ha citato frettolosamente, spendendo molte meno parole del suo solito. Il Mago ha fatto un cenno come per dire che i ricordi dell’amico erano ben poca cosa, e fra l’altro già sentiti mille volte. Al che il Cinico si è messo in testa di punire la supponenza del Mago e lo ha arronzato: «I tuoi racconti sono interminabili. Ma gira e rigira riguardano tutti l’atletica. E mi sa che mischi pure un po’ di ricordi olimpici e un po’ di ricordi mondiali. Sembra però che, nel tuo intimo, i Giochi non siano fatti d’altro che dell’antica disciplina regina. Il che non mi pare giusto».
Il Mago si è stupito della critica ed è partito immediatamente al contrattacco, corroborato da una nuova sorsata alcolica: «Certo che c’è dell’altro nella galleria dei miei ricordi olimpici! Potrei andare avanti per ore. Potrei citarti il ciclismo, andando a ritroso dalla sofferenza vissuta accanto al vincitore designato Bettini ad Atene per approdare alla eroica coppiola di Paola Pezzo nella mountain bike; senza dimenticare la sorprendente vittoria barcellonese del povero Casartelli, in una delle poche gare di quella Olimpiade che riuscii a seguire per intero e con partecipazione. E se vogliamo guardare fuori dai nostri confini, potrei pennellarti i ritratti dei grandi pugili che si sono cinti dell’alloro olimpico prima di scintillanti carriere professionistiche, anche se basterebbe il nome di Leonard per dare il senso di quel che voglio dire; come potrei ricordare coloro che al professionismo non ci sono mai arrivati, a partire dal monumentale Teofilo Stevenson, il grande cubano che si prese tre titoli olimpici consecutivi nella categoria regina dei massimi. O, tornando tifoso, potrei enumerare tutte le emozioni patriottarde vissute con le medaglie negli sport minori, quelli classicamente olimpici; a cominciare dalla scherma e, in particolare, dalle nostre terribili fiorettiste, che hanno fatto tabula rasa dal 1992 in qua».
Qui il Savio, imprevisto, ha troncato il discorso del Mago. «Hai citato la boxe e la scherma fra gli sport capaci di farti vivere palpitanti emozioni – gli ha fatto notare – Permettimi di non essere del tutto d’accordo. Per me si tratta già di sport border-line, in cui gli arbitri incidono parecchio, scrivendo verdetti a volte assurdi o intervenendo con sanzioni immotivate e decisive. Non posso dimenticare che il pugilato scrisse a Seul 88 la pagina più nera, sportivamente parlando, di tutta la storia olimpica. Certo, la strage degli israeliani in Connolystrasse per opera di Settembre Nero o i boicottaggi incrociati fra le due superpotenze furono peggio. Ma quelli erano episodi che nascevano dall’intromissione aperta della politica e di tutti i suoi corollari. Se stiamo allo sport, quella canea di coreani incazzati che sequestrarono il torneo olimpico di boxe e lo trasformarono in una gestione privata e in una fornitura di medaglie oscenamente rubate è sicuramente la cosa peggiore mai vista. Peggio, molto peggio di tutti i vari casi di doping, individuali o di stato, che abbiamo messo in fila nelle varie edizioni. Il problema è che qui si rischia di assistere a parecchi furti sistematici a pro dei padroni di casa; e in moltissime discipline, temo».
Riaffiorava l’antica ossessione del Savio per i maneggi del paese ospitante. Il Mago ha ridacchiato: «Se giudichi border-line la scherma e la boxe, che cosa mi dici allora della ginnastica, del nuoto sincronizzato, dei tuffi? Lì la classifica viene fatta dai voti dei giudici, da private e discutibili valutazioni che spesso non hanno alcun riscontro con la prestazione».
«Infatti quelli, per me, non sono degli sport – ha risposto secco il Savio – La classifica è fatta da interessi, alleanze, furberie, trucchi, peso politico. Io, personalmente, neppure li considero».

«Gira e rigira, caro Mago, sempre di passato stiamo parlando. Belle storie, bei ricordi, miti suadenti che ci riportano indietro nel tempo ma che, alla lunga, non ci aiutano a vivere quell’Olimpiade che sta per iniziare» ha detto il Cinico, un po’ stufo di rimembranze e citazioni.
Il Mago ha fatto un gesto annoiato. «Non mi va di parlare a priori – ha spiegato con sufficienza – Celebreremo nei prossimi giorni gli eroi che lo avranno meritato. Di sicuro non sarò io a sottrarmi a questa dolce incombenza. Oggi, però, non sappiamo ancora chi potranno essere coloro che ci emozioneranno, anche al di là dei risultati nudi e crudi. Non resta che attendere con pazienza».
«Ma ci sarà pure qualcuno che ti ispira, ti intriga, ti coinvolge ancor prima di sapere se manterrà le attese» ha insistito il Cinico. Al che il Mago ha dato un misurato sorso al mezzo bicchiere che gli restava davanti, e che aveva deciso di centellinare per non rischiare la sbronza preolimpica, e si è acceso una sigaretta.
«Idee e suggestioni posso averne anche tante, ma, come dicevo, non mi va di buttar lì discorsi prematuri – ha risposto – Posso dirti però che se la fascinazione da appassionato potrà scattare per chiunque e in ogni momento, la mia carica tifosa la spenderò solo per Antonietta Di Martino, la saltatrice in alto, atleta di lungo corso, progredita negli anni senza miglioramenti eccessivi e misteriosi ma con una costante limatura dei limiti. Oggi non si annuncia nel suo miglior momento di forma, ma confido nelle sue doti di lottatrice e di agonista per la conquista di una medaglia, non importa di quale metallo. Sarebbe il premio grandioso a una carriera esemplare».
Il Cinico aveva un vago ricordo della Di Martino e non condivideva l’entusiastica attesa del Mago. «Se penso a donne che volano verso l’alto – ha motteggiato – allora preferisco spendere le mie speranze investendo nella Isinbaeva. Lei sì che è già un mito: sta decenni avanti alle altre saltatrici con l’asta, è fuori dal suo tempo e dai canoni della normalità; può davvero regalare qualche emozione e un grande risultato epocale. E poi, cosa che non mi guasta affatto, è bella: di una bellezza che mescola con sapiente dosaggio la seduzione, l’eleganza, la furbizia, l’ammiccamento. La trovo un personaggio olimpico perfetto: donna ammaliante senza sgradevoli eccessi e campionessa indiscutibile».
«Se si dà la stura ai sogni – è intervenuto il Savio – allora io non punterò su donne che volano ma su uomini che saltano; e che saltano poco, giusto quel che basta per superare gli ostacoli alti dei 110. E sogno la vittoria di Dayron Robles, il cubano, che batte in casa sua la stella cinese Liu Xiang. Non perché ami in particolare l’uno o detesti l’altro, ma perché già so che i cinesi ruberanno medaglie a vagonate, laddove giudici e arbitri avranno voce decisiva. Per cui troverei fantastico che, in una gara per forza pulita, perdessero proprio una delle poche medaglie di enorme prestigio che potrebbero vincere con un atleta che ha il palmarès e le qualità per trionfare. Ma che, appunto, spero venga beffato per la delusione di tutti i suoi fanatici compatrioti nazionalisti».

Il Cinico ha ridacchiato, perché il Savio non riusciva proprio a scrollarsi di dosso quell’ossessione dei favoritismi. Però ha parlato d’altro, senza dar corda alle eterne lamentele dell’amico.
«In ogni caso – ha osservato – anche parlando del presente vedo che non riusciamo a schiodarci dall’atletica. Confidiamo attese e speranze, ma finiamo sempre lì, dove già portavano i ricordi più vividi del Mago. Possibile che non ci sia davvero altro, in un’Olimpiade?».
«L’atletica è da sempre regina delle Olimpiadi: su questo non si discute – ha tagliato corto il Mago – E lo è tanto più per chi, come me, è nato alle Olimpiadi oltre un decennio prima che l’atletica si desse dei campionati mondiali, ora inflazionatisi a ricorrenza biennale. Noi siamo cresciuti con l’atletica leggera unico sport senza altri grandi e veri appuntamenti planetari che non fossero i Giochi. E continuiamo a ragionare basandoci su quei parametri».
«Dopodiché – ha aggiunto il Mago conciliante – è chiaro che c’è anche dell’altro. Però non va dimenticato che se, per tradizione, l’atletica è regina, per altrettanto consolidata consuetudine il principe olimpico consorte era il nuoto. Il quale, tuttavia, oggi come oggi non mi dice più nulla, ridotto a competizione di tecnologie in costume e requisito dagli americani al punto da proporre finali nella mattinata cinese e nel cuore della notte europea. Semmai aspetto con interesse altri personaggi, tra i quali ti citerò solo Bettini, giusto perché sarà il primo atleta italiano impegnato nella caccia all’oro. Ma con lui aspetto, italiani e non, tanti campioni in cerca di conferma, di bis olimpico, di accoppiata mondiale e olimpica, di riverniciatura di una gloria non appassita. E, in ugual numero, attendo invece tanti protagonisti inattesi: gente di cui oggi neppure conosciamo l’esistenza ma che ci farà sobbalzare, o da tifosi o da semplici appassionati, per imprese impreviste che porteranno le inconfondibili stimmate delle gesta eroiche. Ma, come dicevo, dobbiamo aspettare. Precorrere i tempi può essere un esercizio deludente. In ogni caso, al novanta per cento, è sforzo inutile».
«Nelle Olimpiadi proprio questo è il bello: che si sa poco o nulla dei partecipanti e che i protagonisti spuntano dove meno te lo aspetti» ha proclamato il Savio con una buone dose di entusiasmo. Gli altri due non hanno trattenuto la risata, perché faticavano a credere che, sinceramente, il Savio non vivesse invece con dolente disagio la sua condizione di incompleto database umano dei possibili primattori olimpici.
«E poi – ha ripreso il Savio con tono assai più mesto – purtroppo saranno molti gli sport cinesizzati. Soprattutto tra le discipline minori, vedremo tante gare requisite da atleti di casa preparati con cura maniacale (e senza andare troppo per il sottile quanto ad additivi) per rimpinguare il medagliere a maggior gloria del paese organizzatore, nuova grande potenza mondiale non solo sportiva. Troppe gare si trasformeranno in un delirante monopolio nazionalista che toglierà credibilità e interesse proprio a quegli sport che nella rassegna olimpica trovano, per solito, la loro unica vetrina planetaria. Ed è un vero peccato».
Qui gli amici non hanno riso, anche perché in fondo ritenevano che le preoccupazioni del Savio non fossero affatto campate in aria. Ma, un po’ per stanchezza e un po’ per scaramanzia, hanno lasciato cadere lì lo spinoso argomento.

Visto che puntando sulle ipotetiche grandi figure e sulle personalità debordanti dei campioni annunciati non aveva cavato un ragno dal buco, il Cinico ha provato a spostare il tiro.
«Io, come sempre, seguirò più che altro gli sport di squadra – ha ribadito – Lì, quando ci sono le nazionali, posso finalmente tifare; e non solo per l’Italia, ma per tutte quelle che, nei vari sport, mi sono storicamente simpatiche. Io aspetto più che altro i tornei, mentre voi mi sembrate freddini al riguardo. Possibile che non vi aspettiate emozioni su quel versante?».
«Beh – ha riconosciuto il Mago – è sicuro che ci sarà una bella scarica di adrenalina se, per dire, nel calcio si affronteranno Brasile e Argentina; probabilmente sarà un grande spettacolo, di certo sarà la solita contesa asperrima, anche se per una volta andrà in scena al di fuori dei contesti abituali».
«E poi – ha continuato il Mago pensieroso – attendo a una nuova verifica gli Stati Uniti nel basket. Torneranno a essere il dream team dei primi tempi o riproporranno la disarmonia dei loro solisti che, in maglia nazionale, nulla vincono da otto anni?».
«Non trascurerei i tornei di pallavolo – si è inserito il Savio – Da quando è stato introdotto il rally point system le partite sono molto più equilibrate e imprevedibili. Facile immaginare grosse sorprese, anche perché, di per sé, c’è un effettivo livellamento che porta a un elenco sterminato di possibili vincenti, tra maschi e femmine».
«E vabbé, lo sappiamo tutti quali sono gli sport più importanti e quali le squadre più attese – ha sbuffato il Cinico – Io però volevo solleticare un po’ il vostro lato tifoso, sapere se ci saranno delle nazionali italiane che seguirete con particolare trepidazione e speranza».
Qui il Mago ha detto qualcosa che contraddiceva il suo conclamato femminismo e che, di riflesso, ha fatto sorridere il Cinico. «In realtà non amo molto le nazionali italiane femminili, volley e pallanuoto in primis. Le ragazze, per quel che vedo, tendono un po’ troppo a calarsi nei panni delle primedonne che fanno e disfano, cacciano allenatori sgraditi, impongono l’autogestione, pretendono di dettare le regole alle federazioni. Mi ricordano certe nazionali africane di calcio, o la stessa Francia degli ultimi Mondiali, dove i caporioni dello spogliatoio fanno la formazione e trattano l’allenatore alla stregua dello scemo del villaggio. Salvo poi dimenticarsi di giocare perché troppo impegnati a discutere di premi coi dirigenti. Mi pare che purtroppo nel settore femminile, almeno a livello di sport di squadra, manchi un po’ di disciplina e, più semplicemente, di autentica cultura sportiva e di rispetto delle persone».
Il Savio ha allargato le braccia: «Però, realisticamente, se dobbiamo puntare su una nazionale italiana per il podio dobbiamo proprio guardare alla pallavolo femminile, mi sa. È la squadra migliore che abbiamo: in grado di competere ai vertici, forse fino alla vittoria finale».

«È il momento dei pronostici?» ha stuzzicato il Cinico, riallacciandosi all’ultima vaga previsione incautamente buttata lì dall’amico. Ed era peraltro chiaro che la domanda provocatoria non era rivolta al Savio stesso.
Infatti, il Mago ha lasciato che calasse il silenzio. Ha preso in mano il suo bicchiere, ha fatto ondeggiare quelle due dita di aperitivo che restavano sul fondo, come a volerle soppesare, ha bevuto un rapido sorso e si è acceso la rituale sigaretta con cui avrebbe accompagnato la consumazione definitiva di quel che gli restava davanti.
«Assolutamente no! – ha finalmente detto il Mago con voce tranquilla e risoluta, tra un sorso e una boccata – Nelle Olimpiadi, da sempre, non si fanno pronostici di nessun tipo. Occhio aperto e mente sgombra, nessun condizionamento o pregiudizio. Lasciamo ai crudi eventi il compito di suggerire quali personaggi celebrare e quali storie raccontare. Nulla deve essere prestabilito».
Ciò detto, il Mago ha strizzato fra le labbra quel che restava nel bicchiere, ha fatto un cenno al cameriere e ha velocemente pagato l’aperitivo per tutti. Spenta la sigaretta, si è alzato con tranquillità dalla sedia, con il gesto sicuro di chi dichiarava conclusa la seduta.
Raggiunto il centro del piazzale, il Mago ha congedato il Cinico senza dargli un appuntamento preciso. Quindi, accompagnato da un silenzioso Savio, si è diretto alla fermata del tram che portava verso le loro case di periferia.

Le Olimpiadi sono ormai iniziate, seppure col solo prologo del calcio. E, nella sua apparente inconsistenza, già questa manciatina di partite è forse bastata a dirci qualcosa di non trascurabile. Ma ne parleremo più avanti, se sarà il caso. Anche perché si tratta di piccole storie che saremmo più contenti di poter tralasciare.
L’Olimpiade merita ben altro. Dovrà essere una grande storia d’Oriente, che conterrà al suo interno mille altre piccole e grandi storie, alcune delle quali riusciremo a raccontare. E, magari, saranno anch’esse delle altre storie d’Oriente.

Postato da: abbaxiano a agosto 07, 2008 18:17 | link | commenti
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lunedì, 04 agosto 2008
GLI AEDI DI OLIMPIA

Lunedì 4 agosto, tarda mattinata

Ogni rito ha i suoi celebranti, coloro che officiano la cerimonia o la presiedono. Ne sono una componente decisiva, anche quando, come avviene nei matrimoni, coloro che presiedono al rito non ne sono i celebranti, perché tale titolo, secondo regola, spetta agli sposi. Eppure è colui che officia a dare il tono e il senso alla liturgia. E questo avviene anche, e forse tanto più, quando il rito è la grande manifestazione sportiva; perché allora colui che officia e parla al popolo, anche se non è in alcun modo protagonista dell’evento in sé, assurge al ruolo di cantore, di voce epica, di creatore del pathos e dell’epos. È colui che trasforma una gara agonistica in un evento mitologico con la sola forza della narrazione, nutrendosi, ma a volte solo a pretestuosa ispirazione, delle gesta degli atleti.
Purtroppo, come ben sanno i nostri amici e tutti quelli che hanno a lungo avuto a che fare con le celebrazioni religiose, troppo spesso i celebranti, gli officianti, i presiedenti al rito e i predicatori, i maestri di parole per dirla in breve, sono proprio coloro che più contribuiscono ad allontanare i fedeli dal culto e a intiepidire le fedi.

Non era ancora tardi, quel mercoledì sera della scorsa settimana in cui abbiamo lasciato i nostri amici. Ci avevano messo poco a rievocare quelle Olimpiadi passate: a loro bastavano due parole, frasi smozzicate, citazioni di episodi che mille volte si erano raccontati per riviverli, e subito si intendevano, senza bisogno di concludere il discorso, come capita a chi ha antiche e fors’anche ripetitive consuetudini da condividere. Di sicuro, ci abbiamo messo molto più tempo noi a restituirvi un affresco completo lavorando su quelle pennate che i tre distribuivano secondo estro e ispirazione.
Non era tardi; era giusto la metà della serata. Lo si capiva dal fatto che il Mago aveva ripulito il fornello della sua pipa e lo aveva ricaricato con una nuova presa di tabacco, per concedersi la seconda e conclusiva fumata, con un nuovo bicchierino di grappa che si era prontamente aggiustato in dose precisa. Il Savio gli aveva fatto compagnia con una bava dello stesso distillato, mentre il Cinico si sorbiva una sorta di mojito casereccio preparato dalla Pasionaria. Faceva ancora caldo, e il Cinico voleva prudentemente evitare alcolici troppo invernali; anche se una brezza fresca annunciava l’arrivo di un temporale.
Non era tardi ma non era più neppure molto presto, e le donne, raccolte nel loro angolo di tavolo, avevano lievemente abbassato il tono della voce per non disturbare i vicini. Gli uomini, impegnati a rabboccare i loro bicchieri, si erano presi una pausa di silenzio.
Aleggiava il più volte evocato ricordo dell’Olimpiade di Atene. Ed era un ricordo dal sapore amaro, come abbiamo detto. «È stata un’Olimpiade rovinata da chi aveva il compito di raccontarcela e farcela vivere – ha lamentato il Savio – La Rai ha dato veramente il peggio di sé, in quell’occasione: palinsesti arruffati, scelte discutibili, molta approssimazione nei racconti, una dose intollerabile di provincialismo tale che pareva persino ci fossero in programma solo quelle gare in cui gli atleti azzurri potevano andare a medaglia». «E mettiamoci anche l’egocentrismo vacuo di certi conduttori più inclini allo spettacolo che allo sport, gente da reality show più che da Olimpiade, come si è poi dimostrato» ha rincarato il Mago con acrimonia. Persino il Cinico assentiva vigorosamente, conscio di aver assistito, quattro anni fa, a un evento maltrattato dai suoi ipotetici cantori; per quanto a lui, in definitiva, non è che la cosa importasse molto.
«L’Olimpiade è materia delicata – ha affermato il Mago con tono sicuro – E va trattata con molta cura. Ha mille spunti e mille eventi, e devi saper scegliere il meglio e raccontarlo con i giusti tempi e la giusta enfasi. Non è semplice, ma è doveroso». «Invece hanno sbagliato quasi tutto, ad Atene – ha piagnucolato il Savio – E ho il terrore che replichino anche quest’anno tutti gli errori già commessi. Perché ad Atene si è toccato il fondo, ma già ad Atlanta e Sydney aveva fatto capolino questo modo trasandato e domestico di raccontare l’Olimpiade, che in Grecia ha solo trovato la sua espressione peggiore. E temo che se ad Atene hanno toccato il fondo, a Pechino cominceranno a scavare, come dice la massima».

Il lamento del Savio stava diventando monocorde e irritante, per quanto giustificato. Il Mago ha provato a tirarlo su: «Passerà questa nottata cinese e ti rifarai nel 2012, quando le Olimpiadi verranno trasmesse da Sky. Lì hanno già calcolato che, utilizzando tutti i canali a disposizione, potranno trasmettere in diretta la totalità delle gare. Saremo noi a scegliere, col telecomando, se saltabeccare tra mille gare o soffermarci su quella che ci interessa».
Al Savio si sono illuminati gli occhi. Era ancora freschissimo, e quantomai dolce, il ricordo di qualche pomeriggio dedicato a Wimbledon, con una scelta che spaziava tra cinque o sei campi; opzione assolutamente fondamentale, specie in quelle giornate di terzo turno o degli ottavi in cui si accalcavano svariati confronti di grande interesse. Il Savio se le era godute davvero, quelle giornate, vedendosi un set di qua e uno di là, sbirciando il quadro d’insieme per spostarsi laddove si giocavano dei punti decisivi, soddisfacendo al contempo il bisogno cronistico del continuo aggiornamento e quello più meditativo del sincero appassionato.
«Sarà stupendo – ha sognato il Savio ad occhi aperti pensando a Londra 2012 – Finalmente potrò essere io stesso il regista e il programmista della mia Olimpiade, scegliendo quali sport vedere, inseguendo i momenti decisivi, gustando con calma le gare più importanti. È davvero da una vita che attendo di vedere un’Olimpiade in questo modo».
«Capisco il tuo entusiasmo – gli ha sorriso comprensivo il Mago – Ma, dal mio punto di vista, l’idea di poter scegliere fra tutto è persino eccessiva. Io, per dire la verità, preferisco fare il telespettatore: la programmazione e la regia sono il mestiere di altri, e se mi metto lì a ragionare su quel che devo scegliere e su ciò che dovrò avere sott’occhio finisco per stressarmi, per trasformare il passatempo in lavoro. Io credo che sarebbe sufficiente avere alcuni canali a disposizione, lasciando che le scelte le faccia chi è pagato per raccontarci i Giochi: un canale che segue a ritmo frenetico tutte le finali e i momenti salienti, uno che fa la stessa cosa per gli italiani (quindi seguendoli anche nelle eliminatorie e trascurando le competizioni in cui non sono presenti), uno dedicato a rotazione ai grandi eventi (quindi il nuoto, la ginnastica, l’atletica, il ciclismo: ma seguendo la sessione di gara dall’inizio alla fine), uno dedicato agli sport di squadra (con le telecronache dirette o differite, integrali o in ampia sintesi, dei maggiori incontri e di tutte le fasi finali). Sì: quattro canali sarebbero sufficienti, se usati bene».
Il Savio non ha quasi ascoltato, rapito dalla prospettiva di avere tutta l’Olimpiade a portata di mano; lui, di certo, non si faceva stressare dall’idea di dover scegliere e inseguire gli eventi. Il Cinico però ha ridacchiato, alle parole del Mago: «Può darsi che quattro canali basterebbero. Il guaio è che la Rai ne usa uno solo, e mischia senza logica tutti i criteri di scelta che tu hai elencato. Così cucina una brodaglia imbevibile». Il Savio si è rabbuiato: «Un canale è poco. E poi, davvero, non lo sanno usare» si è rifatto lagnoso.
«Tutto vero – ha detto il Mago con tono sicuro – Però possiamo cominciare noi stessi a dare qualche suggerimento, a fissare qualche regola assoluta per definire quel che va fatto e quel che non va fatto per trasmettere decentemente un’Olimpiade, anche con un solo canale a disposizione».
Incuriositi, gli altri due si sono disposti a partecipare alla stesura delle tavole della legge televisiva per le Olimpiadi.

«Tanto per cominciare – ha iniziato il Mago ieratico – ecco il primo comandamento: “La rete olimpica deve essere olimpica e basta”. È inutile propagandare da mesi che RaiDue sarà la rete olimpica e poi seguitare a spezzare le gare con i tg e il resto della programmazione giornalistica. Ad Atene fu un vero scempio. Qui, magari, andrà un po’ meglio la notte, perché non ci saranno interruzioni, ma già tremo all’idea dell’inamovibile tg mattutino, e poi quello a metà mattinata, e poi quello lunghissimo all’ora di pranzo, condito dalle inammissibili rubriche di medicina economia o mille altre cagate, e poi qualche edizione flash nel pomeriggio. Assurdo! In definitiva i giornalisti del Tg2 hanno tutta la sera per sbizzarrirsi: per il resto, si limitino a qualche notiziario rapidissimo, e in orario flessibile secondo le esigenze di gara, giusto per dirci se i terroristi hanno tirato giù la Torre Eiffel, se un terremoto ha raso al suolo Los Angeles, se Berlusconi è stato arrestato per traffico di stupefacenti. Altre interruzioni non sono ammesse, durante le gare: le vacanze del papa, il delitto agostano e l’ultima tendenza modaiola della vita di spiaggia ce li raccontino dopo il tramonto, nella notte cinese».
«Giustissimo – si è scaldato il Savio – E a corredo di quanto dici metterei subito un secondo comandamento: “Chi guarda le Olimpiadi vuol vedere le gare”. Ovvero: gli studi con gli ospiti, le interviste, i servizi dal paesello che ha dato i natali al tale campione sono tutte robe da trasmettere dopo la fine delle gare, a competizioni concluse, senza intercalarli alle dirette interrompendole. Durante le gare ogni minuto, ogni secondo, deve essere usato per saltare da un campo all’altro, per non perdere un evento o un’emozione. Quattro anni fa tagliarono persino le dirette dell’atletica per non spostare l’inizio di quello scadente cabaret delle Notti olimpiche. Non si deve più vedere una roba simile».
«Già che siamo in tema di interruzioni – è ritornato il Mago – completerei il quadro con un terzo comandamento: “Le immagini in diretta della gara sono il bello dell’Olimpiade: non sacrificatele per fare sfoggio della vostra arte”. Già ci dobbiamo sorbire qualche telegiornale, già ci dobbiamo rassegnare alle pause pubblicitarie, perché sono gli sponsor che pagano il prodotto che vediamo. Perlomeno, la Rai eviti di allungare il brodo dell’interruzione con i trailer di programmi che trasmetterà in autunno e che hanno un target di certo diverso da quello degli appassionati olimpici (i quali, in ogni caso, in quei momenti non possono che detestare la fiction che gli viene indebitamente proposta e giurare che non ne vedranno mai neppure un minuto per ritorsione). Soprattutto, evitino di mandare in onda continuamente quelle sconclusionate clip autoreferenziali che dovrebbero celebrare la grande capacità artistica dei maestri del montaggio, con immagini curiose o avvincenti, con promozioni di gare che hanno da venire, con riproposizioni di scampoli congelati e ricucinati. Hanno preso l’abitudine di infarcire le trasmissioni con queste orride clip, che a fine giornata significano alcuni minuti di diretta in meno. Spazio rubato per robaccia assolutamente inutile. E molto, ma molto irritante».

Le prime regole erano state dettate. Erano quelle essenziali, che stabilivano come conformarsi al fluire dell’evento senza farlo continuamente abortire con mille interruzioni. Era il momento di passare ad altro: ai contenuti del racconto, alla scelta di questa o quella gara.
«Il quarto comandamento è semplice: “Non siate provinciali” – ha stabilito il Savio – Lo zoccolo duro degli spettatori è fatto da veri appassionati, che dell’Olimpiade vogliono vedere i grandi eventi e i grandi protagonisti. È un delitto privilegiare sempre e comunque le gare con atleti italiani, magari in sport incomprensibili, magari in turni di qualificazione, sacrificando il racconto di pagine storiche perdute per inseguire la vena domestica di chi non va oltre il proprio cortile. Per aggiornarci sui risultati degli atleti azzurri vanno benissimo i notiziari riassuntivi della sera. Che servono anche per celebrare le gesta di eventuali italiani medagliati: perché vedere in diretta una medaglia italiana è un bel colpo, ma restare poi per un’ora a cincischiare intorno a due frasi di circostanza del nostro campione, perdendosi tutto quel che avviene altrove nel frattempo, è semplicemente idiota».
«A proposito di atleti italiani – si è fatto sentire improvvisamente il Cinico, che fin lì pareva soltanto intenzionato a divertirsi ascoltando i severi dettami degli amici – aggiungerei io un quinto comandamento: “Usate con saggezza le riprese personalizzate”. La Rai si fa vanto di avere una sua troupe al seguito e di integrare le immagini del circuito internazionale con riprese dedicate: ma queste hanno senso solo se servono a fornirci qualche reale informazione sull’atleta italiano che, magari perché arranca nelle retrovie, non viene più mostrato dalla regia olimpica. Troppo spesso ho visto usare le telecamere per riprese a campo stretto sul quattrocentista o sul duecentista azzurro, mostrandone in dettaglio la falcata: assolutamente inutile, perché quella ripresa nulla aggiunge e anzi fa perdere quella visione d’insieme della gara che ti permette di capire come sta andando l’atleta cui vorresti dedicare più attenzione. In generale, meno si usa quest’arma meglio è: va bene solo per pescare il corridore impegnato in una gara lunga, coi partecipanti sfrangiati in vari plotoni; oppure per farci vedere un saltatore o un lanciatore che viene ignorato dalle riprese internazionali che magari in quel momento stanno privilegiando un’altra pedana, non più interessante dal punto di vista oggettivo».

Non era però solo una questione di atleti italiani seguiti troppo o troppo nel dettaglio. La capacità di scelta riguardava anche questioni più generali e decisive, capaci di dare grande respiro al racconto olimpico o di spezzarlo in una sorta di rantolo affannoso.
È stato il Savio a enunciare un principio generale che, almeno per lui, era assolutamente fondamentale: «Sesto comandamento: “Rispettate i ritmi narrativi di una competizione olimpica”» ha proclamato. Dietro l’enunciato altisonante si nascondeva nullaltro che la tesi già esposta qualche ora prima: le Olimpiadi sono un ridondante contenitore di tante competizioni, e non è perciò possibile esagerare negli spazi assegnati alle singole prove.
Perciò, argomentando, il Savio ha ribadito la sua idea che le varie partite di calcio, pallavolo o basket (per tacere dell’interminabile baseball; ma quello era uno sport minore che difficilmente avrebbe trovato spazio nella programmazione Rai) non andassero trasmesse per intero ma in sintesi differita o collegandosi solo nelle fasi salienti.
Le regole proposte dal Savio erano estremamente rigide e punitive, tanto che il Mago si è opposto: «Ho capito che ci saranno delle fasi finali di diversi tornei con partite in contemporanea – ha obiettato – Ma io non avrei alcuna intenzione di sorbirmi una sorta di Diretta gol con continui passaggi di linea tra i vari campi, per giunta di discipline diverse. In questo modo, alla fine, sei aggiornato dal punto di vista cronistico ma non ti gusti nulla».
La discussione è andata avanti per un po’, seppure con toni concilianti e comprensivi. Alla fine si è giunti a una sorta di mediazione: il comandamento del Savio era da ritenersi valido, ma i decreti applicativi dovevano essere un poco più tolleranti. Si è così stabilito che il calcio, sport nel quale il momento decisivo (il gol) può scaturire in qualunque fase della partita, era preferibile trasmetterlo in differita, con sintesi abbastanza ampie da dare l’idea di quel che era accaduto, ma sforbiciando una buona metà della gara e senza sovrapporsi a eventi in diretta più ritmici e coinvolgenti. Per altri sport, invece, si poteva andare in diretta ma solo per le fasi decisive: far iniziare il basket collegandosi al terzo o al quarto periodo, a seconda dell’importanza; seguire un match di pallavolo aprendo finestre che mostrassero i punti solo dal sedicesimo in avanti per ogni set. «Tranne che per semifinali e finale – ha precisato il Mago – Perché quelle vanno trasmesse per intero e in diretta, al limite in differita, ma senza tagli e senza coabitazioni fastidiose».

La lunga disquisizione portava, quasi inevitabilmente, all’enunciazione di un paio di altri comandamenti. I nostri se ne sono resi conto e hanno immediatamente provveduto a completare il quadro logico.
«Settimo comandamento: “Usate le sintesi differite” – ha infatti ordinato il Mago – La sintesi differita permette di superare il problema dato dalle concomitanze tra grandi eventi e di ridurre un po’ l’eccessiva lungaggine di alcune competizioni. Non penso solo agli sport di squadra, ma a tutte quelle gare che si snodano attraverso turni successivi o la cui durata, comunque, è tale da impiombare le ali di un’agile programmazione. Magari, non sarebbe male se delle gare proposte in sintesi differita non venissero dati in anticipo i risultati. Voglio dire che i conduttori dei vari notiziari e gli addetti alle sovrimpressioni dovrebbero agire di concerto con chi decide la programmazione, in modo da tenere nascosti gli esiti di quel che non è ancor stato trasmesso».
E, dopo una breve pausa riflessiva, il Mago ha completato il pensiero: «Fra l’altro, io pregherei di non infarcire di notiziari olimpici tutte le ore della giornata. Perché molte gare sono in piena notte, ed è anche normale che uno se le registri e si crei la sua personale differita la mattina dopo. Solo che può accadere, immagino anche spesso, che magari uno, appena alzato, si metta prima a vedere la conclusione in diretta di una qualche gara e poi, nei tempi morti, si dedichi alle registrazioni notturne: e non è bello se, mentre guarda la diretta, zompa fuori all’improvviso un garrulo conduttore che gli sciorina d’un fiato tutte le medaglie assegnate nella notte».
Il Savio era d’accordo fino a un certo punto, giacché a lui premeva più il costante aggiornamento che non la visione di una rafferma registrazione. Ma ha preso per buona la risoluta obiezione del Cinico («Per chi vuole aggiornamenti in tempo reale ci sono mille siti internet: guardatevi quelli e non rompete le palle») ed è passato a completare il quadro delle regole generali.
«Per rendere possibile la convivenza tra grandi eventi in contemporanea, va osservato l’ottavo comandamento: “Usate anche le altre due reti, in caso di necessità, per trasmettere le gare olimpiche”. So che non lo faranno, che RaiUno e RaiTre difenderanno senza ragione alcuna le loro mollicce programmazioni e che RaiDue si terrà gelosamente le Olimpiadi in esclusiva. Ma un minimo di flessibilità dovrebbe essere d’obbligo, visto anche che siamo in agosto e che non è che sulle altre reti siano previste trasmissioni imperdibili. Sopprimere o spostare un film o un telefilm, fra l’altro, non crea neppure grandi problemi sindacali o contrattuali».
Qui il Savio si è perso nelle rimembranze, perché ricordava che ad Atene non si era quasi mai fatto ricorso alle due reti non olimpiche. Ma l’unica eccezione lo riempiva ancora di orgoglio. «Ricordo benissimo – ha recitato per l’ennesima volta nella sua vita – che qualcosa ottenni, quando telefonai alla Rai per protestare, la sera in cui avevano soppresso la finale dei 1500 per lasciare spazio allo studio del cabarettista pelato. Fra le altre cose, intimai di non sognarsi di eliminare l’atletica, di lì a due giorni, per trasmettere l’inutile finalina del torneo di calcio, con il bronzo in palio fra italiani e iracheni in perfetta simultanea a una miriade di grandi finali su piste e pedane. In effetti, la partita di calcio venne spostata su RaiUno, con mia grande soddisfazione, e l’atletica andò per intero sulla rete olimpica di RaiDue».
Al che il Cinico, anche lui per l’ennesima volta, ha iniziato a sfottere l’amico: «Me li vedo i funzionari Rai che prendono ordini dal Savio e rifanno la programmazione delle tre reti per obbedire al suo diktat» ha ridacchiato. «Sarò stato uno dei tanti incazzati – ha risposto piccato il Savio – Ma anche la mia telefonata di protesta è stata un mattoncino nel muro dell’indignazione, che alla fine qualche effetto lo ha sortito».
Il Cinico avrebbe voluto replicare ancora per le rime, ma il Mago si è imposto d’autorità: «Il Savio ha ragione – ha sentenziato – Non si capisce bene perché alle Olimpiadi non si possano, quando serve, dedicare anche un paio di reti. In definitiva, l’ultima giornata eliminatoria degli Europei di calcio ha colonizzato due reti su tre; il tutto, fra l’altro, per trasmettere in diretta tre partite del tutto inutili come quelle fra portoghesi e svizzeri, croati e polacchi, spagnoli e greci: gare che non contavano nulla per le classifiche. Aveva un senso la doppia diretta solo per il girone dell’Italia, perché lì contava l’intreccio dei risultati. Ma nessuno ha modificato una programmazione già decisa, nonostante i risultati avessero già quasi del tutto delineato il quadro. So di chiedere l’impossibile, ma ci vuole la flessibilità sufficiente per inserire o togliere una diretta a seconda dell’importanza dell’evento, che non si può sempre stabilire a priori. È con la flessibilità che si fanno gli scoop giornalistici e si offre un efficiente servizio pubblico. Ammesso che qualcuno si ricordi ancora di essere giornalista e di lavorare per la televisione di stato».

Alla fine, tutto quel che si poteva consigliare alla Rai per raccontare a modo il grande evento era stato detto. Per un po’ i nostri hanno girato intorno agli stessi concetti, senza aggiungere nulla di significativo.
Allora il Cinico ha preso la parola: «Per arrivare a delle vere tavole della legge mancano ancora un paio di comandamenti. E se non abbiamo più nulla da dire alla nostra cara Rai, possiamo provare a lanciare un flebile e lontano messaggio a chi curerà le riprese dalla Cina per il circuito internazionale. E ce l’ho io, al proposito, un buon non comandamento: “Quando riprendete le gare, mostrate quel che davvero è importante”. Voglio dire: alle Olimpiadi non contano solo i vincitori, ma anche i piazzati che salgono sul podio. Per cui, in una gara di corsa o di nuoto, non ha senso staccare subito sul primo piano del trionfatore prima che siano arrivati al traguardo gli atleti che si prendono argento e bronzo. Oppure, allo stesso modo, i registi dovrebbero ricordare che nelle gare di qualificazione non è importante sapere chi arriva primo, ma chi conquista gli ultimi posti utili per passare il turno. Anche qui, fateci vedere i quarti o quinti delle batterie di mezzofondo, i tempi di recupero: insomma, tutto quel che può servire a stabilire con immediatezza chi va avanti e chi se ne torna a casa».
«Giustissima osservazione – ha detto soddisfatto il Savio – E allora sto al gioco e ci metto io il decimo comandamento, per operatori e registi, cronisti e commentatori: “Con il vostro lavoro, fate in modo di far capire la disciplina in questione”. Non dimentichiamo che le Olimpiadi sono una vetrina per sport e specialità semisconosciuti, che solo ogni quattro anni trovano un po’ di spazio e qualche ora di trasmissione. Bisogna che lo spettatore, appassionato ma non esperto, sia aiutato a comprendere regole e spirito di quella disciplina, ad apprezzare il gesto tecnico. Sono inutili le riprese puramente spettacolari, così come quelle troppo dettagliate, che non danno il senso complessivo della competizione. E i commenti non devono essere né troppo improvvisati né troppo tecnici. Chi racconta certi sport in un’Olimpiade deve essere un po’ come gli insegnanti: tanto ferrato nella materia da riuscire a renderla semplice ma chiara, spiegandola ad alunni volenterosi ma del tutto ignoranti. È una missione, più che un lavoro».

L’opera era compiuta. Come insegnava la storia del popolo eletto, ogni gregge aveva bisogno di un decalogo per orizzontarsi tra ciò che era buono e ciò che era cattivo. E i nostri amici, per quel che poteva servire, avevano dettato le dieci regole destinate ai cantori di Olimpia.
Hanno scorso quelle auree norme che avrebbero dovuto garantire, se non la perfezione, almeno una resa confacente alla solennità dell’evento. «Bel lavoro – ha riso il Cinico – Ma temo che ci dovremo accontentare, vi dovrete accontentare, di molto meno. Di qualcosa di assai più approssimato e imperfetto, che finirà per lasciarvi ancora una volta la bocca amara».
«Non è detto – ha ribattuto il Mago facendo sfoggio di ottimismo – Noi abbiamo dettato le nostre leggi alla Rai, pensando alle italiche genti non privilegiate, a chi vedrà semplicemente quel che verrà trasmesso sui canali in chiaro. Perché siamo altruisti e pensiamo al bene comune, anche dei meno fortunati. Noi, però, avremo qualche arma in più a disposizione, pur senza la copertura totale che promette Sky per il 2012 e neppure i quattro canali tematici che vagheggiavo prima. Forse ci basterà dirottare su RaiSportPiù, sul satellite, per scampare ai telegiornali e alla pubblicità, per esempio. E poi avremo a disposizione un canale di Eurosport, che coprirà i Giochi per ventiquattr’ore. Su Eurosport, a quanto ho capito, seguiranno soprattutto i grandi eventi: atletica, nuoto, ginnastica, pugilato, ciclismo, senza interruzioni e con tutti i momenti fondamentali in diretta. Poi seguiranno, a rotazione, i vari sport di squadra; e siccome si tratta di un circuito televisivo europeo, alterneranno le varie squadre, senza predilezioni per l’Italia. Così Eurosport sarà un’ottima finestra sul meglio olimpico, mentre la Rai soddisferà le nostre smanie tifose facendoci vedere gli atleti azzurri, le nazionali italiane, gli eventi che in qualche modo ci riguardano più da vicino. E, in mancanza di italiani da seguire, è comunque probabile che le due reti non trasmettano in contemporanea lo stesso avvenimento, per quel che ho intuito».
«Insomma, tra l’una cosa e l’altra, tra registrazioni notturne e dirette diurne, conti di cavartela e di appagare i tuoi bisogni» ha concluso il Cinico. Il Mago ha assentito con convinzione.
«E poi ci saremo noi! – ha trillato il Savio con tono invogliante e speranzoso – Perché mica appalteremo in toto alle reti televisive e ai loro cronisti il ruolo di aedi della mitologia olimpica! Avremo modo e tempo, spero, di rendere pubblici i nostri commenti, le nostre sensazioni, le nostre opinioni».
«Certo, lo faremo – ha tagliato corto il Mago senza dare troppa corda – Ma più che altro racconteremo emozioni, personaggi, storie private e punti di vista. E lo faremo con calma, vedendoci qualche volta ma senza stare sulla quotidianità cronistica. Perché un’Olimpiade, assai più di un Mondiale di calcio è quello: una galleria di palpiti e di volti, di vicende e di protagonisti. Mica il racconto, giorno per giorno, di tutto quel che avviene».

Era un punto di vista, che forse non tutti condividevano in quella casa, e probabilmente neppure fuori.
Ma il Mago, infine, era stato irremovibile nel dettare la sua regola conclusiva. Perché, per lui, cantare le gesta degli eroi di Olimpia era sempre stato quello: un’arte da estrinsecare lavorando sul sedimento dell’emozione, senza inutili frette e senza indulgere alle consuetudini banali.
Così, congedati gli amici un attimo prima che si scatenasse il temporale, si è rinchiuso nella sua mente e ha incominciato a rovistare nei cassetti del passato.

Postato da: abbaxiano a agosto 04, 2008 17:51 | link | commenti
televisione, estate, olimpiadi, rai

giovedì, 31 luglio 2008
I RITI DI OLIMPIA

Giovedì 31 luglio, pomeriggio

Ogni fede ha le sue celebrazioni. Ogni celebrazione segue riti e liturgie precisi. Per quanto alcune celebrazioni possano sembrare tra loro simili, e magari rimandare a una fede apparentemente identitaria, hanno in realtà riti, liturgie e modalità partecipative profondamente differenti.

Dalla fine degli Europei di calcio, i nostri tre amici si sono visti relativamente poco. Nel mese di luglio si sono presi un paio di serate, giusto per non perdere l’abitudine alla cena comunitaria; ma si è trattato di cene d’abitudine, prive del sale della partecipazione emotiva. Poi hanno avuto qualche contatto, incrociandosi l’uno con l’altro senza mai ricomporre il trio.
In fondo hanno vissuto un mese di esistenze appartate, stanche, avvolte dall’ombra delle rispettive delusioni e dalle attese interminabili. Il Cinico sta molto sulle sue e sembra aver accentuato certe spigolosità di carattere. Il Savio scorazza la Santa in giro per la città, in cerca di appuntamenti e spettacoli estivi, deciso a concederle almeno una parte di quel divertimento che sempre le riserva in questa stagione; ma hanno dovuto ridurre le uscite, rispetto al passato, muovendosi secondo un calendario dettato più dalle ristrettezze economiche che dalle voglie, puntando sulle offerte gratuite e schivando quel che poteva costituire salasso finanziario. Il Mago e la Pasionaria si concedono alla vita mondana delle case private, in settimane fitte di ritrovi: cene, pranzi, puntate sui laghi o nelle campagne dove si sono rifugiati amici e parenti in cerca di scampo dal caldo milanese; molti incontri, molte facce, un po’ di leggerezza, qualche momento di loffia routine, e un Mago che periodicamente cade preda dei suoi meditabondi silenzi.
Lunedì sera, quasi per caso, un quartetto formato dal Mago, dal Savio e dalle loro mogli si è ritrovato dietro il Castello per dimenarsi al ritmo della pizzica salentina. Era stata la Pasionaria, che ama questo genere di musica e danza popolare, a scoprire l’esistenza del concerto, avvertita dalla mail di quel gruppo di Briganti che si sarebbero esibiti in concerto. Convinto facilmente il Mago, che trova questi balli estremamente seduttivi nel senso più tradizionale del termine, la Pasionaria ha esteso l’invito alla Santa e, per conseguenza, al Savio, certa di offrire un’occasione unica di divertimento pieno e, cosa che non guastava, del tutto gratuito.
In effetti la serata ha preso subito la piega giusta. Molto movimento, molto ritmo, gente allegra e un po’ di spensieratezza, ad allontanare quelle nubi periodicamente incombenti sui nostri amici.
Messo di buon umore, il Savio ha lanciato l’idea di una cena a ranghi completi, autoinvitandosi praticamente a casa del Mago. Il Mago ha accettato di buon grado: «Domani no, perché andiamo dal Pirazzèn. Ma mercoledì potremmo benissimo ritrovarci da me». Si sono sfilati dai balli e dalla musica per telefonare subito al Cinico e metterlo in preallarme. Il Cinico ha nicchiato parecchio, ha brontolato contro non si sa bene cosa, ha fatto il ritroso annoiato ma, infine, ha accettato l’invito senza offrire una motivazione.

Ieri sera c’è stato il ritrovo dal Mago. Un ritrovo degno dei tempi migliori, almeno per l’impegno profuso dai padroni di casa. Una cena seria, finalmente, dopo certi abbozzi quasi forzati delle settimane recenti. Cibi leggeri ed estivi, ma preparati ad arte, senza risparmio di fatica e fantasia. Vini freschi, di qualità, da consumare senza esagerazioni sconsigliate dal clima. E ritmi giusti, meditativi, perché tutto venisse assaporato: senza frenesie da mensa e senza pause da matrimonio meridionale.
Gli ospiti hanno gradito. Ma, nonostante tutti si sentissero a proprio agio, l’insieme conviviale era azzoppato da una discussione lenta, svogliata e faticosa. Non perché vi fossero risentimenti o atteggiamenti difensivi, ma perché il vagolare tra politica e vita quotidiana trasmetteva ansie e preoccupazioni, rendendo meste quelle parole che, per contrasto, uscivano da bocche che si rifacevano sorridenti nell’addentare e nel sorseggiare.
Poi, provvidenzialmente, le donne si sono un poco scostate. Erano sempre tutti sull’ampio terrazzo, ma le mogli avevano fatto crocchio a una capotavola, iniziando a raccontarsi, con la femminile arte del pettegolezzo, quanto avevano appreso negli ultimi tempi intorno ai vari amici e conoscenti.
Gli uomini hanno partecipato per un po’, quasi da spettatori, onorando silenziosamente l’ultimo sorso di vino con la sacra sigaretta di fine pasto. Quando il Mago ha portato le grappe, i tre si sono leggermente lasciati scivolare verso il capo opposto della tavolata, così da poter intraprendere una privata discussione, senza più mescolare le loro voci a quelle femminili. E, felicemente orfani dell’inutile calcio estivo, si sono ben presto ritrovati a parlare di Olimpiadi.
«Mi sa che anche quest’anno non le vedremo insieme» ha constatato il Mago, enunciando una legge che si era codificata nel corso degli anni. «Penso di no – ha convenuto il Savio – Magari ci vedremo qualche pomeriggio di tutta atletica, ma non credo che andremo oltre. Però faremo qualche cena per commentare il tutto, visto che di sera non ci sono gare». Il Cinico si è stretto nelle spalle, concedendo appena un vago cenno di assenso.
Non stupisca che i nostri inseparabili protagonisti siano soliti celebrare l’Olimpiade ciascuno per conto proprio. Hanno gusti troppo diversi, quando si esce dall’orto calcistico, e modi radicalmente differenti di approciare e vivere un avvenimento così intenso e coinvolgente.
È così da sempre. Un po’ per queste soggettività differenti, che nel calcio si uniscono e si amalgamano a formare una squadra, ma che per il resto, spesso, li divide e li rende incompatibili. Ma molto dipende anche da questioni oggettive: le Olimpiadi non sono per nulla simili ai Mondiali di calcio e non si possono celebrare seguendo gli stessi rituali e recitando le stesse liturgie. Nel prendere atto di questa evidenza, i nostri hanno incominciato a enumerare i motivi per cui un’Olimpiade è tanto diversa da un Mondiale calcistico.

Ha incominciato il Mago, azzardando una similitudine letteraria: «Un Mondiale è un romanzo, un’Olimpiade è una raccolta di racconti. Il Mondiale ha un suo canovaccio, una sua storia, e va seguito dal principio alla fine, senza perdersi nulla, senza salti e senza pause. Certo, è fatto di pagine belle e alte, che potrebbero entrare in una raccolta antologica, e di altre molto meno felici. Ma le singole partite contano solo se inserite nel contesto: il Mondiale va letto, assorbito e giudicato nel suo insieme, non fermandosi alla trovata brillante ma estemporanea del narratore».
«Le Olimpiadi no – ha proseguito il Mago – Le Olimpiadi sono formate dall’insieme di tanti piccoli episodi, alcuni brevi (le singole gare) e altri lunghi (i tornei), ma separati tra loro e ciascuno dotato di una sua conchiusa interezza. Come un succedersi di racconti, per l’appunto».
«Per questo – ha riassunto il Mago – un Mondiale di calcio va consumato per intero, senza nulla tralasciare; mentre da un’Olimpiade si può piluccare, si può scegliere, si può saltare qualche pagina, leggere anche solo pochi racconti che, se ben scritti, bastano a saziare. E non esiste una valutazione complessiva di un’Olimpiade, che è fatta di mille storie e mille vincitori (ma anche di mille drammi), come invece esiste, ed è doverosamente centrale, la valutazione di un Mondiale che ha un unico ed essenziale esito, anche se ad esso concorrono alcuni protagonisti e parecchi comprimari».

Il Mago l’aveva presa larga e aveva usato toni aulici per spiegare perché il Mondiale avesse una sola ed univoca chiave di lettura, mentre l’Olimpiade fosse un’entità così complessa che ciascuno poteva coglierne quel che gli interessava senza far torto a nessuno. Il Cinico, però, ha preferito ricondurre il tutto a un ambito più pragmatico.
«La vera differenza – ha detto spiccio – è che il Mondiale dura trenta giorni, nei quali viene ampiamente diluito, mentre l’Olimpiade è concentrata a viva forza in sole sedici giornate di gare consecutive. All’atto pratico, per chi vuol seguire le competizioni, questa realtà pone problematiche del tutto diverse. Un Mondiale, se si è appassionati, si può davvero seguire per intero senza stravolgersi del tutto la vita. In definitiva ci sono al massimo tre partite al giorno, cioè sei ore di calcio (è vero che le partite sono otto al giorno nell’ultima giornata della prima fase, ma sono in contemporanea a due per volta, quindi le ore effettive sono solo quattro). E sei ore di calcio, anche lavorando, si possono gestire: si sposta qualche appuntamento, ci si libera una porzione di pomeriggio, magari si rallentano un po’ i ritmi produttivi; ma la vita fluisce quasi ordinata, anche se la mente è tutta assorbita dal grande evento».
«Nelle Olimpiadi – ha confrontato il Cinico – questo è impossibile. Una giornata olimpica è fatta di diciotto ore filate di gare; che sarebbero poi molte di più, perché gli sport si accavallano e sovrappongono di continuo. In ogni caso, considerando che per tre quarti del giorno ci sono gare, è evidente che se uno decide di seguirle sistematicamente non può fare altro nella vita. Il che, onestamente, è un po’ troppo persino per il più incallito degli appassionati. D’altra parte, se ti dedichi alle tue normali occupazioni, anche riducendole o variandone i tempi, finisci per perdere il passo e il feeling con il grande evento olimpico, ti disamori, ti distacchi, lo segui con attenzione sempre minore».
«A me è sempre capitato così, quando ho provato a seguire i Giochi – ha constatato infine il Cinico – Ma non è che ne sia affranto o che mi tiri dietro crucci particolari».

Il Savio ha seguito l’esposizione del Cinico contrappuntandola di vigorosi cenni di assenso. In effetti, conteggi orari e statistiche erano il suo pane. Infatti, come il Cinico si è fermato, il Savio gli ha subito dato ragione ed è partito di rincalzo con una sua considerazione.
«Non è solo una questione di densità e di ore di impegno quotidiano – ha aggiunto – ci sono anche un paio di questioni ulteriori che vanno considerate e che determinano nettissime differenze tra Mondiali e Olimpiadi».
«La prima – ha spiegato il Savio – riguarda il fuso orario. Il Mondiale di calcio è, da che esiste la tv, evento eurocentrico. Per tradizione, almeno fino all’inizio di questo secolo, si è svolto alternativamente in Europa e nelle Americhe. Il che significa che, se si gioca in Europa, le partite si dipanano fra il tardo pomeriggio e la serata, mentre se si gioca in America gli orari (europei) interessati sono la sera e il far della notte. Nel primo caso si può lavorare la mattina e un pezzetto di pomeriggio, liberarsi per l’inizio delle partite e andare a letto appena finiscono; così puoi alzarti prima e, la mattina successiva, ricominciare il giro partendo rapidamente col lavoro. Se si gioca in America è, per chi lavora, quasi meglio: si può lavorare tranquillamente durante il giorno e vedersi le partite serali e notturne, solo andando a letto un po’ più tardi e magari svegliandosi un’oretta dopo, cosa che non è comunque grave. Anche perché, e per questo dicevo che il Mondiale è eurocentrico, quando si è giocato in Messico o in California si sono costrette le squadre a scendere in campo a mezzogiorno o a metà pomeriggio, in modo da non penalizzare gli ascolti nel vecchio continente. Persino l’eccezione del mondiale nippocoreano è stata tutto sommato digeribile: lì le partite iniziavano intorno alle otto del nostro mattino e terminavano prima delle nostre tre del pomeriggio; ti eri bruciato la mattinata, ma potevi lavorare nel pomeriggio, anche fino a tardi, e riuscivi comunque a combinare parecchio».
«Le Olimpiadi invece – ha ricordato il Savio – sono molto più itineranti e, quindi, i fusi orari assai più mutevoli e capricciosi. Inoltre, le gare vengono disputate in orari anche abbastanza assurdi per esigenze televisive, ma spesso più per soddisfacimento del pubblico americano che di quello europeo: pensate a quel che accadrà, quest’anno, con tutte le finali di nuoto in programma nella mattinata cinese, da noi piena notte, per essere trasmesse nella tarda serata statunitense. Abbiamo avuto Olimpiadi diurne, altre che si sviluppavano tra la sera e la notte, altre con gare che iniziavano sul far della notte e proseguivano fino al mezzodì successivo, altre ancora, come questa, che iniziano in piena notte e si prolungano fino al pomeriggio europeo. Impossibile districarsi e impensabile conservare un minimo di ordine nella propria vita. Ci sono persino state occasioni in cui a tarda sera cominciavi a vedere delle gare che, nella sede olimpica, si svolgevano al mattino; poi andavi a letto, magari registrando quel che potevi, e al mattino ti alzavi e ti ritrovavi ancora, in diretta, le gare serali di quella stessa giornata olimpica che tu avevi abbandonato per dormire. E la registrazione funziona per quel tanto, perché poi vai in confusione tra quel che è già avvenuto e quel che sta avvenendo, con risultati che già conosci dai notiziari di gare che ancora devi vedere. Roba da impazzire».
«Vi è poi anche una questione legata al calendario solare, sulla quale sarò assai più conciso – ha promesso il Savio – Il Mondiale di calcio si svolge a giugno, magari con una codina a luglio: non è un periodo di ferie, ma, almeno per noi, è di solito già una fase di fiacca lavorativa, una stagione ideale per dimezzare l’impegno e tuffarsi in altro. L’Olimpiade, assai più breve, può caderti in pieno nel periodo delle vacanze, mentre tu sei in giro per il mondo e, anche volendo, neppure trovi un televisore per vedere le gare. Oppure, come spesso è avvenuto, può essere a settembre, quando il lavoro riparte e il tempo libero si assottiglia. Insomma, è molto più facile che la sua collocazione la renda di fatto poco fruibile».

Pareva che il Savio avesse concluso. Ma non doveva essere così, e lo si è capito dal fatto che, terminata la spiegazione, si è acceso nervosamente una sigaretta. Aveva ancora qualcosa da dire, ed era qualcosa che andava contro, almeno in parte, a quanto il Mago aveva inizialmente esposto. Per cui, prudente, il Savio ha cercato le parole giuste e i toni concilianti.
«Diceva il Mago – ha esordito cauto – che il Mondiale di calcio si può paragonare a un romanzo, mentre un’Olimpiade è una raccolta di racconti. Bella immagine, senz’altro vera. Ma che non rende appieno l’idea della differenza tra le due manifestazioni».
«Perché il Mondiale – ha proseguito il Savio – non è semplicemente un romanzo da divorare, ma una densa opera d’arte che va esplorata pagina per pagina, con lentezza e cura, gustando ogni sfumatura. Gli amanti del calcio, come noi, non solo guardano tutte le partite, ma a ciascuna di esse dedicano attenzione, senza perdere una battuta, dall’inizio alla fine».
«Nell’Olimpiade invece – ha contrapposto – pochi eventi possono essere seguiti dall’inizio alla fine. Certo, noi vediamo la finale della tale specialità di atletica o di nuoto, ma probabilmente non abbiamo visto le pur fondamentali fasi di qualificazione. E lo stesso avviene negli sport di squadra: si guarda alle finali, magari alle semifinali, a qualche grande scontro affascinante. Oppure si inseguono le medaglie italiane, ma cercando di cogliere il momento essenziale e decisivo, senza seguire l’atleta lungo tutto il suo cammino. Insomma: non solo l’Olimpiade è una ponderosa raccolta di racconti, una sorta di Mille una notte, alcuni dei quali vengono tranquillamente saltati o tralasciati; in più, anche i singoli racconti che prendiamo in considerazione non li leggiamo per intero, ma li sorvoliamo cercando di coglierne il messaggio essenziale, la trama e il finale, qualche quadro significativo che ci dia la misura della capacità affabulatoria e dell’arte del narratore. Ci facciamo un’idea di un tutto parziale, ma siamo ben lontani dalla piena conoscenza di quel poco che pure abbiamo considerato con maggiore attenzione».
«In un’Olimpiade – ha sentenziato infine il Savio con decisione – non c’è spazio per un’intera partita di calcio, di basket o di pallavolo, con le loro due ore canoniche di cronaca consecutiva. Due ore sono un’eternità, uccidono il ritmo olimpico, fatto di versatilità, spostamenti, presenza sul pezzo. Per questo le Olimpiadi bisogna saperle raccontare, seguire, spezzettare e ricostruire. Narrarle è un’arte, ma non è per niente facile».

Stavolta era davvero tutto. Le grandi differenze tra un Mondiale e un’Olimpiade erano sul tappeto, e già bastavano a spiegare come fosse oggettivamente impossibile pensare a una replica dell’avventura claustrale con cui i nostri avevano celebrato l’apoteosi calcistica tedesca (e altre prima di quella).
Peraltro, il Mago non era molto d’accordo con l’ultimo discorso del Savio, che a suo avviso conteneva delle verità ma approdava a conclusioni troppo drastiche. E qui si entrava nello spinoso campo delle soggettività, che a loro volta contribuivano a rendere impossibile una visione totale e condivisa dei Giochi.
Perché la densità, gli orari e la stagione potevano essere limiti oggettivi che valevano per qualsiasi appassionato di sport, ma poi entravano in ballo i gusti personali, le modalità rituali, le liturgie personali.
Non per nulla, i nostri amici, in passato, avevano seguito le varie edizioni olimpiche in modo assai diverso. Diversi l’uno dall’altro, ma diverso anche ciascuno da se stesso a seconda dell’epoca e del luogo. E a quel passato hanno incominciato a pensare ad alta voce, con ricordi smozzicati che proveremo a integrare in un discorso più plausibile e privo dei sottintesi che riempivano la conversazione.

Il Cinico, come già abbiamo capito, è in definitiva poco interessato ai Giochi. Calciomane esclusivo fin da piccolo, ha scoperto le Olimpiadi solo alla fine della giovinezza, e giusto perché l’edizione di Mosca 80 capitava in una stagione propizia e in un anno molto particolare. Anche quella volta, peraltro, si era visto solo una settimana di gare, prima di partirsene per le vacanze sul più bello, quando l’atletica entrava nel vivo.
Dopo quel mezzo esordio, il Cinico aveva sistematicamente lasciato perdere tutte quelle Olimpiadi che si svolgevano in continenti diversi dall’Europa, disperso tra viaggi, lavori e scarsissima voglia di fare notte o di disturbarsi per registrare qualche gara.
Così, per paradosso, era invece stato l’unico a vedere abbastanza diffusamente l’edizione di Barcellona 92, che, per diversi motivi, gli altri due appassionati compari avevano quasi del tutto disertato.
«E poi ho visto parecchio dell’ultima Olimpiade, ad Atene – ha ricordato – E molte gare le abbiamo viste insieme». Ma la sua frase è caduta nel vuoto di un imbarazzante silenzio.

Il Mago, e anche questo l’abbiamo già potuto intuire, ha un suo modo piuttosto selettivo di seguire i Giochi. Per questo dissente dal Savio, quando l’amico invoca rapidità di spostamento e brevità di cronache.
«Oddio – precisa il Mago – anch’io trovo che due ore filate di una singola partita, dentro un’Olimpiade, siano uno spazio eccessivo, che ruba indebitamente la scena ad altri eventi. Però non mi pare che ci sia tutta questa necessità di vedere ogni cosa, di sapere qualunque risultato, di essere costantemente aggiornati su esiti e programmi».
Al Mago sono sufficienti i grandi eventi, atletica in primis, e qualche duello epocale; a lui interessa la scoperta di nuovi e antichi personaggi, gli bastano le grandi sfide, le imprese e il brodo ristretto degli esiti finali dei tornei di squadra.
Peraltro, il Mago è stato il primo a scoprire le Olimpiadi, affascinato fin da ragazzino dall’aura mitologica di questa competizione. Se ne è innamorato già ai tempi di Monaco 72, edizione che si è gustato senza risparmio di tempo, cavandosela poi con le notturne di Montreal, quattro anni dopo, e dedicandosi appieno a Mosca 80: era quella, per lui come per gli altri due, l’estate della maturità, e il Mago aveva posticipato le vacanze nell’attesa dei risultati del suo esame; avuti i quali, si era goduto con ancor maggiore voluttà quelle gare di un’Olimpiade dimezzata, ma perfetta per collocazione oraria.
Da lì in poi, il Mago è sempre riuscito ad arrangiarsi. E pazienza se il fuso orario era inclemente: in diretta o in registrata, le gare più importanti bastavano ad appagare le sue voglie e il bisogno di fascinazione. Magari talvolta si è dovuto limitare a una settimana olimpica soltanto, come gli accadde per Barcellona (quando partì per le vacanze a metà Giochi) o per Sydney (quando, già oberato di lavoro settembrino, saltò le gare della prima metà per prendersi qualche giorno libero durante l’atletica). Al Mago questa mezza porzione bastava, a patto che fosse cucinata con gli ingredienti giusti.
«Certo – ha ammesso infine – è meglio se, come ad Atene, l’Olimpiade cade in una stagione intermedia, né vacanziera né lavorativa, e se le gare sono diurne. Anche se poi, ad Atene…» e il discorso è rimasto sospeso come se un doloroso ricordo gli bloccasse le parole.

Il Savio, per quanto riguarda le Olimpiadi, non smentisce se stesso e la sua fama. Ama immergersi totalmente nell’evento, farlo diventare il cuore dell’esistenza, rincorrere le notizie in tempo reale, seguire gli atleti italiani indipendentemente dal rango, gustare le finali più importanti (ma anche quelle meno importanti: basta che assegnino la medaglia d’oro e vanno bene tutte le competizioni sportive), conoscere tutti i risultati per meglio prepararsi a quel che avverrà dopo e che lui si appresta a vedere.
Come per tante altre cose, il Savio deve poter divorare l’Olimpiade senza fermarsi e senza tralasciarne un sol boccone. Ma questo, ovviamente, spesso e volentieri si è scontrato con i problemi oggettivi che sono stati sopra ricordati dai nostri amici. Per cui, con tutta la sua ardente passione, è capitato che alcune edizioni olimpiche gli siano scivolate tra le dita. Anche perché, al solito, il Savio, se non può avere tutto, tende a tralasciare anche quel poco che comunque non lo sazierebbe.
Meno precoce del Mago, il Savio aveva scoperto le Olimpiadi nel 1976, quando si era visto le notturne da Montreal, complice un malanno fuori stagione che lo aveva inchiodato a letto per una settimana. Poi si era visto tutta Mosca, spesso in compagnia del Mago. Aveva fatto nottate insonni per Los Angeles 84, anche se si trovava in vacanza con amici e il ritmo disordinato di vita non gli aveva consentito di assaporare appieno quel che aveva visto. Quindi aveva ignorato del tutto la prima settimana di Seul, edizione afflitta da un fuso orario terribile e collocata a settembre, mentre il Savio lavorava; in compenso, si era preso una intera settimana di ferie per seguire gli ultimi nove giorni di gare, fra notti in bianco, sonnellini mattutini o pomeridiani, abitudini stravolte, ritmi di vita malsani e incompatibili con qualunque altra attività, persino con la semplice convivenza in famiglia.
«Seul 88 è stata l’ultima edizione olimpica che ho seguito come si deve» ha ricordato con un filo di nostalgia il Savio, forse dimentico del tracollo fisico con cui pagò subito quegli eccessi. Ma diceva il vero, perché poi Barcellona 92 gli era scappata via quasi del tutto, pienamente coincidente con il suo viaggio di nozze. Mentre Atlanta e Sydney le aveva viste a metà, lavorando molto di registrazioni e di levatacce mattutine per mettersi in pari prima di andare al lavoro; il che non gli aveva risparmiato quella straniazione che prende quando si mescolano differite e dirette, al punto da non capire più quel che è già avvenuto e quel che sta avvenendo. Insomma, erano state edizioni rognose, che gli avevano dato poche soddisfazioni.
Poi, finalmente, era arrivata Atene: in Europa e sul declinare dell’estate, prima che giungesse la piena del lavoro. Epoca perfetta, orari perfetti. Un’Olimpiade che aveva tutte le caratteristiche per essere gustata da cima a fondo, senza lasciare sul tavolo neppure le briciole.
«Eppure Atene mi ha lasciato l’amaro in bocca» ha ammesso anche il Savio, che pure non si era perso un’ora di trasmissione olimpica.

Tutti facevano riferimento ad Atene con il tono mesto di chi ha incassato una delusione sentimentale, con l’astio di chi si è sentito tradito, col rimpianto di chi ha visto sfilare, senza goderne, un’occasione di felicità.
Era andata davvero così, quattro anni fa. Quell’Olimpiade aveva tutte le caratteristiche per essere l’edizione perfetta, dal punto di vista dei nostri appassionati amici telespettatori. Stagione ottima, orari ideali, una buona predisposizione d’animo in un’epoca assai meno aspra e sparagna di quella odierna. E, infatti, i nostri avevano dedicato parecchie ore ai Giochi, a volte ritrovandosi, a volte ciascuno nella sua intimità; il Cinico era stato più parsimonioso, ma anche lui, rispetto alle abitudini, aveva comunque riservato una buona fetta di tempo a quelle Olimpiadi. Ma erano rimasti delusi, e ancora oggi il ricordo era talmente vivo da piegarli all’amarezza.
«Sono stati seguiti male dalla Rai, quei Giochi» ha ricordato il Savio senza aggiungere parole superflue. «Un’Olimpiade non basta trasmetterla – gli ha fatto eco il Mago – Bisogna saperla raccontare: gestire i tempi e gli spazi, i ritmi e le pause, avere le intonazioni giuste…». «Figurati se la Rai è capace di tirar fuori queste qualità» ha commentato acido il Cinico.
I nostri si preparavano a entrare nei dettagli di una lunga discussione. Si preparavano a spiegare al mondo il modo in cui va seguita e narrata un’Olimpiade.

Dai riti si passava agli officianti. E non era tema semplice, né breve.
I nostri amici, mercoledì sera, sono andati avanti ancora a lungo. Ma noi, per dare a tutto il giusto spazio, vi racconteremo la prossima volta la seconda parte di quella lunga serata.

Postato da: abbaxiano a luglio 31, 2008 15:08 | link | commenti
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